luci della città

Tramonti, un sogno di fatica immensa

di Giorgio Pagano

- Ho cominciato a conoscere bene il mondo di Tramonti, l’ultimo tratto verso Spezia del territorio delle Cinque Terre, quando sono diventato assessore alla Qualificazione del sistema urbano con Lucio Rosaia Sindaco. Era il 1993. Da allora non me ne sono più staccato: prima i tantissimi sopralluoghi, a piedi o quando possibile in teleferica, con l’architetto Chiara Bramanti, i geometri dei Lavori Pubblici e la gente del posto, per predisporre i progetti di salvaguardia e per capire come argomentare l’inserimento della zona nel Parco Nazionale delle Cinque Terre e tra i siti UNESCO; poi sempre più anche nel tempo libero.
Nacque da subito l’amicizia con alcuni biassei e campigliesi: Tramonti è infatti il tessuto poderale degli insediamenti collinari di Biassa e Campiglia. Ha un clima nettamente mediterraneo, fattore grazie al quale le popolazioni dell’entroterra potevano coltivarlo con esiti assai più proficui rispetto al versante interno.
Tra gli amici ricordo soprattutto Luciano Cidale e Medardo Lombardo, che purtroppo non ci sono più, e Giancarlo Natale, che chiamavamo “il poeta” e che tale si è poi rivelato scrivendo libri fondamentali per conoscere Tramonti e Biassa. Nelle cantine di Cidale e Lombardo mio figlio ha mangiato come mai prima in vita sua, e a Tramonti, dopo essere stato, in precedenza, solamente a Marinella, mi disse: “Oggi ho visto per la prima volta il mare”. Eravamo a Monesteroli, dove l’acqua marina diventa più fredda perché si mescola con l’acqua dolce delle sorgenti. Lombardo, con suo grande stupore, gli aveva fatto conoscere la patata di mare e altre meraviglie della nostra posidonia.
Quando smisi di fare il Sindaco -giugno 2007- partii subito per Tramonti, a Schiara, nella cantina di Luciano. Da solo per una settimana, per staccare del tutto e per pensare alla mia “nuova vita”, con Luciano che veniva ogni tanto a portarmi i viveri. Senza elettricità, il cellulare si spense presto. Il campo c’era solo in un punto, nel moletto sul mare. Riuscii così a evitare quasi tutte le telefonate di chi voleva diventare assessore con il nuovo Sindaco, questione sulla quale né volevo né potevo intervenire. Non c’era nessuno oltre a me, a parte qualcuno, qualche ora, a curare le viti più in alto. Mi faceva compagnia solo qualche gatto.
Ma qual era, e qual è, il fascino di Tramonti? E’ il fascino della “natura naturale” ma anche e soprattutto della “natura umana”.
L’area è cioè dotata di grandi bellezze non solo naturali ma anche architettoniche. Vi si si possono godere panorami grandiosi, dalle Alpi Marittime alle isole del Tirreno. L’occhio spazia in pochi secondi dal Monviso innevato alla Corsica. E da quei luoghi vedono Tramonti: dalla Corsica, per esempio, l’Italia si riconosce quando si intravede il campanile della chiesa di Campiglia. La parte bassa della costa è rocciosa, attaccata da estesi movimenti franosi: segno della scomparsa della “natura umana”. L’uomo arrivò attorno al Mille, trasformando il paesaggio con una gigantesca opera architettonica: asporto della macchia mediterranea, terrazzamento con muretti a secco, coltivazione della vite e dell’olivo. Nacquero piccoli gruppi di case e case sparse: Lemmen, Campi, Fossola, Monesteroli, Schiara, Persico, collegati tra loro da sentieri e mulattiere, come quella di Monesteroli, la “scala grande”, monumento della laboriosità e dei sacrifici di quella civiltà contadina, e anche opera d’arte degli scalpellini. Nella seconda metà del Novecento gran parte del territorio coltivato è stato a poco a poco abbandonato, ed è stato invaso dalle pinete in alto e dalla macchia mediterranea in basso. Il dissesto idrogeologico, senza l’opera di difesa del suolo operata dalle famiglie contadine, è avanzato vistosamente.
La questione è dunque questa: la maggior parte del territorio di Tramonti ha subito nei secoli un processo di artificializzazione, che ha sovrimposto una nuova “natura umana” alla prima “natura naturale”. Il valore universale attribuito dall’UNESCO è quello della seconda natura. Il grande compito dell’uomo è oggi la salvaguardia di una parte almeno della seconda natura, possibile solo con la ripresa del lavoro agricolo e di manutenzione del territorio. In ogni caso anche il ritorno alla prima natura richiede di essere governato e guidato dall’azione dell’uomo. E’ un compito immane. Ma lo dobbiamo a quello che Maurizio Maggiani ha definito “un sogno di fatica immensa dove nessuno, tra quelli che ci hanno lavorato in dieci secoli, ha mai pensato, soltanto sospettato di non avere un figlio o un nipote che avrebbe continuato a fare quel lavoro”.

MONASTEROLI: NO AL RECUPERO DELLA GALLERIA E AL TURISMO DI MASSA, SI’ AL “BORGO ATTIVO”
Nel secondo Volume di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” racconterò che nel Consiglio Comunale spezzino, ancora nel febbraio 1967, l’Assessore ai Lavori Pubblici precisò quanto sarebbe costata la galleria di Monesteroli, dove avrebbero dovuto essere convogliate le fognature della città, per sboccare in mare aperto. La galleria fu effettivamente realizzata, ma poi per fortuna mai usata. La vicenda è il simbolo di quanto fossero arretrate, allora, tutte le culture politiche.
Già da assessore mi posi il problema del riuso della galleria, della quale riuscii a percorrere qualche decina di metri. Ma non era, e non è, un obiettivo possibile: per i costi altissimi -la galleria è piena d’acqua e di frane- e perché la priorità era ed è un’altra: la salvaguardia di Tramonti. Dove arriva la galleria la frana avanza, anno dopo anno. Ora che il Comune ha per fortuna abbandonato l’idea del riuso, deve riprendere l’idea della salvaguardia. Con un impegno sia del Comune che del Parco nazionale. Ad oggi non vi sono cantieri aperti o cantierabili sul territorio. Ma da anni è stata predisposta una analisi d’insieme che individua gli interventi principali di cui necessitano le varie località. Su alcuni di questi sono stati elaborati studi di fattibilità, ai quali devono seguire progetti esecutivi dopo aver individuato le possibili fonti di finanziamento. Fonti che si potevano già individuare -e si potrà ancor più individuare in futuro- nei fondi europei. Circa il futuro, il riferimento è al New Green Deal pensato in seguito alla catastrofe provocata dal Covid-19.
Tra gli obiettivi c’è la riapertura della discesa a mare nella zona di Fossola, con un percorso diverso da quello originario, ripristinato in via “informale” ma troppo pericoloso. Circa Monesteroli, si dovrebbe rimettere mano al progetto preliminare per la realizzazione di un acquedotto agricolo con l’utilizzo dell’acqua che sgorga dalla galleria per incentivare l’attività di recupero delle terre incolte, già iniziata a Fossola e a Schiara.
Su questa linea spingono le associazioni che radunano coloro che vivono e coltivano a Tramonti.
Ho parlato, sabato, con l’amico Gianni Paxia, dopo una mattinata di volontariato a Schiara, per sistemare la strada, pulire le cunette, tagliare l’erba. Il Comune non ha ancora firmato per il 2020 il protocollo d’intesa annuale che riconosce alle associazioni 30 mila euro, meno del costo del progetto di fattibilità del riuso della galleria di Monesteroli. Non tutto può essere realizzato con il volontariato. Un recente documento delle associazioni spiega perché serve il protocollo di intesa:
“La manutenzione e la pulizia dei sentieri, la riparazione dei muri e delle scalinate, devono essere realizzate quando si presenta la necessità. Sono manutenzioni che non possono essere congelate e rimandate. Quello che non viene fatto oggi sotto forma di piccola quotidiana attività, si trasforma domani in danni difficilmente recuperabili. Se crolla una parte di un sentiero e non viene riparato, si va incontro a nuovi crolli con un effetto domino, fino a generare frane per la assenza di sostegno da parte dei terrazzamenti”. (“Tramonti gioiello fragile: ‘Rinnoviamo intesa, effetto domino in caso di crolli’”, Città della Spezia, 7 luglio 2020).
Che si aspetta? Per Paxia la priorità delle priorità, tra gli interventi, è Monesteroli:
“Tutto sommato a Schiara e a Fossola si regge, c’è un ricambio, i ‘foresti’ comprano o affittano per le vacanze. Le norme urbanistiche obbligano chi compra a coltivare, o a far coltivare. Con la coltivazione rallentiamo il degrado del paesaggio. A Schiara produciamo un vino che abbiamo chiamato “Cimento”. Al Persico, più impervio, ci sono più problemi. Ancora di più a Monesteroli. Siamo intervenuti di fronte al rischio di abbandono. Si sono tenute riunioni con 15-20 proprietari, che avevano voglia di continuare. Bisogna, però, migliorare l’accessibilità del borgo, troppo isolato. Comune e Parco Nazionale devono ripristinare l’impianto di teleferica per il trasporto di materiale a Monesteroli. Stiamo lavorando al progetto ‘Monesteroli borgo attivo’”.
E la candidatura di Monesteroli a “luogo del cuore FAI”? Secondo Paxia “ha catalizzato l’attenzione dei giovani, e stimolato il volontariato”. Ma ha anche “provocato l’arrivo, al sabato e alla domenica, di flussi enormi di persone non attrezzate, che scendono in ciabatte e senz’acqua da bere e poi non ce la fanno a risalire”. Sono mille scalini e 415 metri di dislivello: servono maggiore informazione e maggiore controllo.
Monesteroli è un sito unico al mondo. Bisogna mantenere gli edifici, ricostruire i muretti, immettere colture compatibili. Evitando il guaio provocato da Istagram: il turismo “mordi e fuggi” tipico, fino ad ora, delle Cinque Terre.

Post scriptum:
Dedico l’articolo di oggi a Ennio Morricone, grandissimo musicista, colto e popolare insieme. Lo conobbi il 29 marzo 1999 al Teatro Civico, dove era stato invitato dalla Società dei Concerti spezzina per un concerto interamente dedicato a suoi brani e per il conferimento del Premio San Michele, istituito dalla Società dei Concerti per onorare i musicisti italiani. Gli consegnai una scultura in bronzo, con questa motivazione, che mi ha ricordato l’allora Presidente della Società Sergio Cozzani: " Per aver perseguito, con grande riservatezza e discrezione, la propria ricerca nelle più diverse forme di espressione musicale, regalando agli appassionati di tutto il mondo esempi inimitabili di melodie che perpetuano la più nobile delle tradizioni italiane".
In quell’occasione il compianto Luca Fregoso gli fece una bella fotografia. Morricone fu talmente entusiasta che, mi disse Luca, gliene ordinò un gran numero di copie.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, nel ridotto del Teatro Civico, Morricone incontrò il pubblico spezzino. Consapevole del fatto che la sua fama fosse legata alla produzione di musiche da film, si dichiarò particolarmente felice del Premio perché gli veniva assegnato da una associazione di cultori della musica classica, per la quale lui aveva una particolare attenzione. Un’attenzione che aveva per tutti i generi musicali, come dimostra la sua produzione.
La sera, seduti fianco a fianco nella prima fila del Teatro, chiacchierammo molto, anche sottovoce, a cerimonia iniziata. Ricordo il suo rigore e la sua emozione, voleva saper tutto del Premio per poter pronunciare le parole più adatte sul palco. Mi fece domande politiche, e mi espresse le sue idee su quel momento storico: ma fu un colloquio privato, che è giusto tenga per me. Non è un segreto, invece, che, come me, amasse il rock. Non tutti sanno che il bellissimo libro su Bruce Springsteen di Leonardo Colombati “Come un killer sotto il sole” porta la sua Prefazione, altrettanto bella: “Springsteen mi piace -vi scrive- proprio perché mette al primo posto l’esigenza di Verità”. Pensai a quella grande serata con Morricone al Civico in un’altra occasione memorabile: il 5 luglio 2016, a San Siro. Il Boss aprì il concerto con la musica di “C’era una volta il West”.



12/07/2020 10:00:45


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