L'impresa dello Spezia del 1944 diventa una canzone

Si intitola "Addio domeniche tranquille", a scriverla il milanese Martino Corti: "Me ne parlò il figlio di Facchetti, è una vicenda che mi ha subito emozionato. Anche in tempi durissimi, una passione riscalda i cuori".

La Spezia - Milanese doc, interista nel sangue, abita a qualche passo dall'Arena Civica e di mestiere fa il cantautore. E ha scritto una canzone dedicata all'impresa di quello Spezia in divisa da Vigile del Fuoco che sconfisse il Grande Torino nel 1944. Lui è Martino Corti, artista dell'etichetta "Cimice" che oggi gira l'Italia con un tour nei teatri che segue l'uscita del suo ultimo doppio intitolato C’era una svolta – Monologhi pop vol. 2.
Un giorno un artista come lui, e figlio di un grandissimo campione del passato, gli fa conoscere la "storia pazzesca" dei calciatori che si fecero pompieri, che schivarono le bombe, che percorsero l'Italia in un autobotte modificata e che scesero in campo con le maglie bianche bruciacchiate per battere forse la squadra più forte che il Vecchio Continente avesse mai conosciuto. Nasce così "Addio domeniche tranquille", in cui Corti immagina un nonno che racconta quell'impresa ai nipoti, come fecero sicuramente quei campioni riconosciuti solo tanti anni dopo, quando alcuni di loro non c'erano più.

Un milanese come viene a conoscenza della storia di quello Spezia arruolato nei Vigili del Fuoco per sfuggire alla leva?
"Me l'ha raccontata Gianfelice Facchetti, figlio dell'indimenticabile Giacinto, con me regista degli spettacoli di Monologhi pop. Sapendo quanto ami le storie e quanto mi piaccia raccontarle nei monologhi e nelle canzoni mi ha detto "Perché non scrivi una canzone su questa storia pazzesca?". Così è nata "Addio domeniche tranquille" in cui un nonno ci racconta quello che ha vissuto".

Cosa ti ha colpito di quella vicenda a lungo dimenticata, ma che probabilmente è una delle più belle pagine di sport e umanità che l'Italia abbia conosciuto nel Novecento?
"Innanzitutto il fatto che ai più sia sconosciuta. E' una storia vera, che mi ha emozionato tantissimo: emoziona chi la scopre ascoltando la canzone e sono sicuro emozionerebbe tutti. Infine l'ennesima dimostrazione di come anche in tempi durissimi, in tempi di guerra, in tempi di fame, una passione sia capace di scaldare i cuori e ammorbidire atrocità".

Dopo la vittoria del piccolo Spezia sul grande Torino - suo malgrado diventato uno strumento di propaganda per il regime - la federazione di allora decise che quel torneo era da derubricare, di fatto fingendo a posteriori che non fosse mai successo. Alcuni degli atleti che formavano quello Spezia sono morti senza aver mai vista riconosciuta la propria impresa. Quella dei "dimenticati" è una tematica classica per il cantautorato italiano dopotutto.
"Beh, il riconoscimento è una parte importante ma chi ha compiuto un'impresa lo sa bene, con o senza riconoscimento. Credo che il fatto che prima o dopo qualcuno ne parli sia solo una conseguenza che a volte si realizza, molte altre volte no. Per parlare invece di noi poveri "dimenticati del cantautorato italiano", ti racconto un aneddoto che ben rappresenta il mio punto di vista. Nel 2010 ho accompagnato i Nomadi in tour aprendo i loro concerti in tutta Italia. Grazie a tantissimi racconti e testimonianze ho avuto il piacere di conoscere meglio il grande Augusto Daolio. Fra le tante cose che mi hanno colpito di lui, una frase su tutte mi ha emozionato: "Non scrivo, non dipingo, non canto per riempire un vuoto, ma per condividere un pieno". Io condivido il mio pieno senza sapere chi quando dove e perché lo conoscerà/riconoscerà".

Hai qualche rapporto con la città della Spezia, tu da milanese doc? Sai che c'è una targa all'Arena Civica che ricorda quell'impresa e il 2-1 al mitico Torino di Vittorio Pozzo?
"Nessuno. L'unico rapporto con la Spezia poteva nascere quando abbiamo proposto questa canzone allo Spezia Calcio, ma non faceva al caso loro. Credo che una bella storia debba essere raccontata a più persone possibili, anzi che si debba "lottare" per far conoscere queste storie, a prescindere da chi le racconti. Abito vicino all'Arena, ho anche giocato su quel campo vincendo una finale delle scuole di Milano ma non ero a conoscenza della targa. Domani andrò sicuramente ad emozionarmi e a renderle omaggio..."

Porti in giro per l'Italia un spettacolo a metà tra canzone e recitazione, sulla scia di quello che nell'immaginario di molti è lo stile tipico di un altro milanese, Giorgio Gaber. Perché questo nome "Monologhi Pop"?
"Se dici teatro-canzone i critici pensano "ecco un altro che porta in giro Gaber", i giovani "che due palle il teatro". Ho detto spesso che la cosa che più mi avvicina a Gaber è che faccio Giorgio di secondo nome. "Sulla scia di Gaber" però è una giusta definizione perché quello che proviamo a fare è partire dal bello che c'è stato per fare qualcosa di nuovo: scriviamo tutto, canzoni, monologhi e sketch. Per questo abbiamo cercato un nome nuovo. Credo che il mondo vada avanti e credo anche che sia un dovere, per rispetto soprattutto del pubblico, smettere di usare Gaber per girare i teatri d'Italia e finalmente portare in scena qualcosa di nuovo. Sono sicuro che a Gaber piacerebbero un sacco gli spettacoli di Monologhi pop! Certo, sono monologhi alternati canzoni ma sul palco, oltre a me e Luca Nobis (chitarrista eccezionale) c'è il Dj Producer Kustrell con il quale abbiamo unito elettronica e acustica. Sono spettacoli che hanno come filo conduttore l'ironia. Si ride, si piange, si va a fondo, si rimane in superficie. Dopo gli spettacoli qualcuno mi dice "sono morto dal ridere devi andare a Zelig!", altri mi abbracciano e dopo un respiro profondo con gli occhi ancora lucidi mi dicono "grazie".

Cosa significa fare il cantautore in Italia nel 2015, e perché abbiamo ancora bisogno di sentirci cantare delle storie secondo te?
"Perché la curiosità è una delle armi più efficaci che abbiamo a disposizione e le storie, il teatro, la musica, l'arte e la cultura in generale aiutano a svilupparla. Non so cosa significhi fare il cantautore nel 2015 ma posso condividere come ci si sente. Ci si sente come tutti quelli che credono fermamente in un progetto e lavorano tutti i giorni per farlo crescere convinti di farcela qui, in Italia. Ci si sente fieri del proprio lavoro nonostante i tantissimi ostacoli, primo fra tutti quello di far capire che questo è un lavoro. Fare quello che piace è sicuramente un grande privilegio ma quando non si raccolgono subito i frutti di questo lavoro ci vuole grande coraggio per continuare, soprattutto quando inizi ad avere 31 anni, tua moglie Camilla lavora con te perché ha fondato l'etichetta "Cimice" di cui sei diventato socio, insieme portate avanti questo progetto e tra poco passerete da "figli che hanno intrapreso una strada bellissima ma difficile" a genitori. Faremo del nostro meglio per essere una brava mamma e un bravo papà e non possiamo sapere come andrà. Di una cosa siamo certi: sarò un papà che racconta un sacco di storie e che sarà felicissimo di ascoltarne!"

Martino Corti, Addio domeniche tranquille.



18/02/2015 19:15:32


© RIPRODUZIONE RISERVATA
Notizie La Spezia













Testata giornalistica iscritta al Registro Stampe del Tribunale della Spezia. RAA 59/04, Conc 5376, Reg. Sp 8/04.
Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
Direttore editoriale: Armando Napoletano.
Redazione: Thomas De Luca, Chiara Alfonzetti, Andrea Bonatti, Niccolò Re, Matteo Cantile, Benedetto Marchese, Andrea Fazi.
Editorialisti: Salvatore Di Cicco, Paolo Carafa, Giorgio Pagano, Alberto Scaramuccia e Piero Donati.
Fotografo: Stefano Stradini.
Contatta la redazione.

Privacy e Cookie Policy
Impostazioni Cookie