"Informatori medici non sono venditori di farmaci", sentenza pilota alla Spezia

Un agente vince una causa di lavoro nei confronti della casa farmaceutica che, secondo i giudici, lo valutava in base alle vendite. L'avvocato Emanuela Messina: "Sentenza che fa scuola, non aveva precedenti in giurisprudenza".

La Spezia - La bontà del suo lavoro veniva valutata in base ai dati di vendita, ovvero in base alla quantità di farmaci che presentava e che i medici effettivamente poi prescrivevano nei mesi seguenti la sua visita. Era insomma considerato alla stregua di un agente di commercio, un vero e proprio rappresentante, e non un informatore medico dedito a un'attività "di informazione scientifica", come prescritto dalla legge. Per le conseguenze psicologiche delle pressioni che gli venivano fatte, la ditta farmaceutica per cui lavorava dovrà risarcirlo con una cifra a quattro zeri.
E' una sentenza che farà scuola quella emessa dal giudice del lavoro Giampiero Panico del Tribunale della Spezia lo scorso autunno e le cui motivazioni sono state rese pubbliche due giorni fa. Tre anni di istruttoria e innumerevoli testi ascoltati per appurare se ci fosse stato un comportamento illecito da parte dell'azienda nei confronti di un dipendente con trent'anni di esperienza alle spalle, rappresentato dall'avvocato Emanuela Messina, con studio a Lerici. Tutto inizia con l'arrivo di un nuovo e giovane capo area che "a partire dall’estate 2012 iniziò a deprimere la figura personale e professionale del ricorrente, concentrandosi esclusivamente ed ossessivamente sui dati di vendita, sminuendone le capacità nei rapporti con i colleghi e con i medici, valutandolo negativamente dopo molti anni di servizio", scrive il giudice.

Il tutto per spingerlo a un compito ben diverso da quello di colui che dovrebbe, per legge, svolgere "attività di informazione scientifica presso i medici, illustrando loro le caratteristiche farmacologiche e terapeutiche dei farmaci, al fini di assicurarne il corretto impiego" e riferire alla casa farmaceutica "le osservazioni registrate nell’uso dei farmaci che emergono dal colloquio con gli operatori sanitari ed in particolare le informazioni sugli effetti secondari dei farmaci ad uso umano".
Al dipendente venivano invece chieste mansioni "non rientranti nel suo profilo professionale" e le sue performance valutate in base a ciò "sotto pena di ricorrere a sanzioni disciplinari irrituali e mascherate da corsi di ripresa di formazione". Circostanze confermate dalle testimonianze di alcuni ex colleghi sentiti dai giudici e sottoposti in passato alle stesse pressioni "non per questo, tuttavia, da considerarsi lecite, in quanto si va oltre la pretesa del dipendente (giuridicamente non tutelabile) a lavorare in serenità, ma si incide sulla dignità, sulla personalità morale, sull’immagine di quest’ultimo, nonché sul diritto ad espletare la prestazione conformemente al proprio inquadramento ed al proprio profilo professionale", recita la sentenza.

Uno stress che aveva aveva effetti visibili sul benessere dell'uomo che in quel periodo "era dimagrito, fumava di più, era nervoso ed era colto da crisi di pianto", racconta un teste; e ancora "era in un devastante stato psichico" ricorda un medico dell'Asl5 che lo visitò nel 2013. Il perito nominato dal tribunale nella propria relazione aveva poi confermato il tutto parlando esplicitamente di depressione e di un danno permanente. Il giudice ha quindi disposto un risarcimento che sfiora i 100mila euro.
"Questa sentenza è molto importante per tutti gli informatori medico-scientifici d’Italia. Non ci sono precedenti in giurisprudenza. Nella sostanza non saranno più tenuti a rispondere dei dati vendita con il loro datore di lavoro, e se ciò avvenisse costituirebbe un illecito - osserva l'avvocato Emanuela Messina - Il rischio d'impresa deve restare in capo alla casa farmaceutica. E' un principio destinato a ribaltare il rapporto tra informatore e azienda".


19/01/2017 20:42:52


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