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Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Maggio - ore 22.33

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fiorinoscritto

Scarpe pensate per altri piedi

"Regali a tua fidanzata".
"Non sono fidanzato".
"Regali a tua madre".
"Mia madre non porta gioielli".
"Regali a tua sorella".
"Non ho sorelle".
"Compri per te".
"Non porto gioielli".
"Scrivi tuo nome qui" mi dice Aziz, il commerciante della Medina di Hammamet, indicando una bustina di carta bianca sulla quale scrivo il mio nome e sulla quale lo traduce in arabo, prima di mostrarmi dei bracciali in cuoio con placchette metalliche. Aziz è visibilmente nervoso, è nervoso perché è in Ramadan da una settimana, mi spiega ridacchiando e mimando il turbamento mentale con la mano. Fino a un minuto fa ha cercato di vendermi una versione in metallo prezioso della mano di Fatima, una sorta di amuleto che ogni famiglia reca sul portone di casa.
Ora vorrebbe vendermi un braccialetto con sopra inciso il mio nome in arabo:
"Ma io non porto braccialetti" gli dico mostrando i polsi, "non porto niente, prendo solo queste tre saponette e le spezie".
"Va bene amico, oggi tuo giorno fortunato, solo 80 dinari, dammi 40 euro".
"Ma io ho solo 10 euro, e altre 5 per il taxi per tornare a Yasmine, alla barca, al bateau".
Segue un minuto di teatro popolare in cui provo a convincerlo che non ho altri soldi, ne Euro ne Dinari ne carta di credito. Detesto trattare, e spazientito mi guardo attorno in cerca di qualcosa capace di scagionarmi ma trovo solo ciabatte, sandali e borse in cuoio colorato, mentre una parte di me si affligge all'idea di confermargli che ha davanti forse il peggiore cliente dell'estate 2014.
Delusissimo, Aziz toglie il kit di spezie dal sacchetto, lui che poco prima mi aveva anche offerto uno squisito thè alla menta in segno di benvenuto. Poi indugia qualche secondo e rilancia un'ultima volta "dammi anche le 5 euro, paghi taxi quando arrivi a bateau". Forse è stata la parola "bateau" a creare fin dall'inizio l'equivoco che io fossi un rampollo in viaggio sullo yacht di famiglia, ma "io sono solo un marinaio, je ne suis pas le proprietaire de le bateau" gli spiego finalmente.

Sulle coste della Tunisia il tramonto ha la luce chiara e radente di un sole instancabile, pienamente presente fino all'ultimo secondo, quando la sabbia splende come oro. E i gozzi spiaggiati, quelli guasti, abbandonati come carcasse di balena sulla riva, lasciano filtrare la sabbia attraverso le fessure della chiglia come tra le dita di un pugno socchiuso. Attorno ai gozzi ancora sani, cumuli di reti da pesca rivestite di teli e disposte a mucchi ricordano i fedeli prostrati nella moschea della vicina Medina, nella quale si prega cinque volte al giorno, come segnalato dalle cinque sfere che sovrapposte in ordine decrescente coronano la cupola.
Mi trovo all'ingresso del cimitero che divide la Medina dalla città nuova - e dove inserti di pietre verde smeraldo e azzurro si contendono le sobrie decorazioni delle tombe - al mero scopo di cercare e fotografare la tomba di Bettino Craxi e vantare l'originale pandant che vuole la foto della tomba di Craxi accostata alla foto della statua di Craxi in tenuta da esule che l'ex sindaco socialista di Aulla fece scolpire in marmo bianco di Carrara e collocare all'ingresso del palazzo comunale.

Un richiamo irresistibile mi dissuade da tale stupida e superflua impresa: in diffusione dagli altoparlanti della moschea, a un volume da coprifuoco bellico, per alcuni secondi una voce maschile canta una litania. S'interrompe di colpo, poi uno sparo. Mi volto in direzione della Medina, dalla cui cinta muraria si erge, più alta di tutte le case, la moschea, che adesso ha la parte terminale della cupola illuminata come un'astronave. Ora un flusso di fedeli, chi a piedi chi in motorino, entra nelle mura della Medina attraverso l'arco che immette direttamente all'ingresso della moschea. Riprende la litania dagli altoparlanti, questa volta senza più fermarsi, dandomi la misura degli effetti collaterali del sonno a intermittenza della notte precedente, trascorsa in navigazione da Cagliari a Capo di Bon con Scirocco ostinato e turni da due ore alternati. Attorno a me ogni cosa mi ricorda che sono stremato, che ho bisogno di riposo, che devo ancora cenare, che non ho più solo vent'anni, che ho letto troppo Flaiano. Ma essere stremati in Africa pare sia una condizione normale, se non addirittura ideale, perché l'Africa stessa è anzitutto una terra stremante, dove la natura rende vane le fatiche degli uomini, i quali invece di camminare trascinano i loro corpi accaldati e assonnati in un continuo s-ciabattare; e chi indossa scarpe occidentali, chiuse e stringate, come quelle "da barca" dell'ormeggiatore o quelle classiche dell'ufficiale di dogana, le indossa malvolentieri, quasi contro natura, ribadendo, passo dopo passo, che quelle scarpe sono state pensate per altri piedi; e che su questa terra calda e sabbiosa i piedi vogliono camminare scalzi.

È una sorta di resistenza passiva a tutto ciò che è d'importazione, dalle scarpe coi lacci fino al turismo. In tal senso si dovrebbe riflettere di tale fenomeno nei termini di una colonizzazione culturale vera e propria iniziata sotto la dominazione francese, che la prepotente natura del vicino deserto fa di tutto per osteggiare, respingere e sabotare, relegando il quartier generale dell'hotellerie alla spiaggia, sulla quale tuttavia non manca di mandare quotidianamente i cammelli a defecare e i gatti a elemosinare quel tanto che basta loro per mantenere quel tono muscolare e quell'agilità selvatica che ne sottolinea la parentela ai felini di taglia maggiore.
L'apparato scenografico del turismo estivo occidentale è quanto mai effimero e fatiscente, prossimo alla rovina, una rovina che può turbare tutt'al più le aspettative indotte del turista bianco, non certo l'arcaica rassegnazione degli indigeni: non può esistere una vocazione turistica quando si tratta di un turismo d'importazione, e mi convinco ancora una volta che ciascuna etnia dovrebbe trovare la propria vocazione turistica a partire dalla propria cultura dell'ospitalità.

E a ben vedere questi popoli hanno un loro genuino senso dell'ospitalità, smarrito da qualche decennio facendo zapping alla tv, strumento infernale per una cultura che più di mille anni fa ha detto di "no" alle immagini. Un senso dell'ospitalità, il loro, che nasce anzitutto dalla condivisione dello stretto necessario, a partire dalla religione: una religione a misura d'uomo, dove tra l'uomo e Dio non c'è alcuna mediazione. Me ne rendo conto avvicinandomi all'ingresso della moschea riservato agli uomini. Subito il mio sguardo misura la maggiore confortevolezza che il culto islamico offre ai suoi fedeli rispetto al culto cristiano: mentre noi ci sforziamo di essere scomodi tra panche e inginocchiatoi in legno, autentici strumenti di mortificazione della carne, i musulmani, lasciate le calzature all'ingresso del tempio, si inginocchiano su comodi e bellissimi tappeti all'interno di uno spazio sobrio e austero, illuminato da luci calde, scandito da navate ribassate e poggianti su colonnine finemente decorate, uno spazio raccolto e soprattutto intimo, proprio come il nostro corpo, il primo vero tempio.

Ogni mattina dalla marina nuova del porto di Yasmine, a una ventina di chilometri da Hammamet, partono due finti galeoni pirata, con a bordo famiglie di turisti con bambini che, battendo le mani a ritmo, assistono entusiasti ai balli acrobatici messi in scena da giovani pirati da discoteca tunisini sulle biscagline degli alberi.
Questa mattina, mentre tornavo all'ormeggio dopo aver cercato inutilmente un bar aperto, mi sono imbattuto in una statua in poliestere raffigurante un pirata e posizionata di fianco a una delle baracchette turchese che vendono i biglietti per lo show-boat dei pirati. Alla statua mancavano entrambe le mani, e immediatamente ho ripensato ai finti galeoni pirata che ogni giorno ripropongono, come in un parco giochi Disney, l'emblema della tradizione marittima nord-africana, ormai mutilato della propria identità storica. Qualcosa di simile succede anche da noi, da quando Cadimare diventa in giugno il teatro di un non meglio identificato sbarco dei pirati, certamente una buona scusa per fare festa ma totalmente avulso dalla storia locale, la quale ci insegna invece che i pirati eravamo noi, o meglio, erano gli abitanti stessi della "costa dei pirati", così chiamata in seguito agli assalti di cui erano vittime, a partire dal secolo XV, le navi in direzione di Portovenere, prima fra tutte la nave tunisina alla quale gli abitanti delle Grazie requisirono la cambusa, piena di legumi e cereali, per donarla all'orfanotrofio del paese che proprio in quell'occasione inventò la mes-ciüa, variante spezzina di un'antica ricetta tunisina.
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