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L'ultimo dribbling

Rino Capellazzi, l'ultima penna

Se n’è andato senza fare cronaca, intorno alle 13 di oggi, e questo non glielo perdoniamo. Perchè nell’arte scrittoria lui l’aveva sempre fatta. Rino Capellazzi lascia la vita terrena, va semplicemente a scriver nello stadio dei sogni, inimmaginabile trovarlo in altri posti. Una lunga malattia lo aveva provato ed aveva anche abbandonato il suo scrigno nella parte finale destra della tribuna stampa, all’Alberto Picco, il suo stadio, che lo aveva visto crescer da cronista e poi affermarsi da giornalista. Cronista, non esiste altro scrittore, amava dire. Lui e quella squadra bianca erano un tutt’uno, l’aveva spinta, amata, finanziata perfino, l’aveva sofferta e vissuta, perché negli ultimi 70 anni quelli che seguono il destino delle aquile hanno letto da lui, ogni giorno, qualcosa. Aveva atteso alla stazione centrale, Pilade, lo storico tifoso di ritorno da Milano per sapere il risultato di Spezia Vigili del Fuoco Torino; era solo il 1944, lui un ragazzino. Poi tante pagine mai spente, un giornalismo mosso, colorito, che univa il culto dello scrivere con quello del tifoso, perchè Rino Capellazzi, nato il 22 gennaio del 1926, origini modenesi da parte di nonni, lo era un tifoso. Lo Spezia di Scarabello, quello di Zennaro, poi gli anni ‘60, i gol di Duvina, i Mordenti, ancora avanti con Moscatelli e Speggiorin, Scoglio e Robotti, poi i fallimenti, Sonetti, le risalite, Carpanesi e Mandorlini, fino a Soda. Era al nostro fianco l’1 maggio del 2006 in tribuna all’Euganeo, ma tutto quello che aveva vissuto forse non era bastato; aveva appoggiato il capo alla panca della tribuna ed al fischio finale di Padova-Spezia si era commosso. Rivedeva il suo Spezia in B. Era l’unico di noi che potesse dire di averlo lasciato e riportato in B. Ha fatto il giornalista per raccontare la vita di questo club, mai con distacco da presunto teorico, con quell’entusiasmo che ci avrebbe messo solo un tifoso. Poi aveva creato la tradizione di Confidential, qualcosa di unico in città, come la farinata della Pia, come l’Arsenale, come la salsedine che di avvolge il viso sul lungomare, come le vasche in via Chiodo. Irrideva la città, ma con classe. Ed aveva spinto quella satira che tanto prendeva dal suo vecchio amico Gino Patroni, per tanti anni. Si era anche ammodernato, creando Cronaca 4, un giornale on line, insieme al figlio Marco e con l’altro figlio Gianluca fino al nipote Thomas. A loro aveva trasmesso la passione per il calcio, come suo padre gli aveva trasmesso quella per la pubblicità, fatta di genialità, ingegno, trovate importanti. Ma a metà degli anni settanta, quando l’etere si cominciava a riempire di mille cioè, quando le prime televisioni privare partivano verso l’era che li avrebbe spinti al satellite, lui con Maneschi ed il collega Magi c’era. Nacque lì Cento minuto di interviste, ogni sabato sera (poi spostato), appuntamento fisso, quello che ti faceva litigare con la moglie che magari voleva uscire, ma che era essenziale per arrivare allo stadio il giorno dopo o per seguire le radiocronache di Piero Bragazzi o le sue telecronache. Era come se la partita iniziasse la sera prima, con tanto di fischio d’inizio. Rino Capellazzi è stato tutto questo, la tradizione e l’innovazione di un uomo cambiato come erano cambiati i tempi, e che solo la malattia aveva potuto calmare, ma mai spegnere. Chi scrive gli deve il lancio in questo mondo del giornalismo, uno di quelli che come lui amava dire, sono ‘sue creature’. Poi, da amico e figlioccio, diventi il miglior nemico, della porta accanto. Strade parallele traguardi opposti. Rivalità di sponde, di giornali. Rino è passato dal calcio antico al satellite, da Bumbaca a Zaccardo, da Pietro Rossetto a Gabriele Volpi, è come se l’avesse disegnata lui questa lunga linea bianca. La sua intervista a Gaetano Scirea a Portovenere resta uno dei pezzi migliori, ma anche quello scrivere fatto di antan, di voti felliniani, di deja vù o ultime corvè, di cordate, di terzini all’arrembaggio e attaccanti di stoffa; dava un altro senso a quello che si poteva leggere. Se alla Spezia esiste il giornalismo sportivo, con le sue voci, i suoi ideali, la sua cultura e la sua storia lo si deve a lui. In un mestiere di guitti, di voltagabbana dell’opinione, lui amava solo lo Spezia e non l’avrebbe mai tradito. Difese Giuseppe Ruggieri con ogni forza, anche quando il club andò al fallimento, ma è solo un esempio. E’ stato per quasi 50 anni collaboratore della Gazzetta dello Sport; in città ha elevato il giornalismo sportivo a quello che deve essere, al pari della cronaca e della politica, facendolo pesare nel sistema, creando lettori ed interesse. Ha diviso, ma si è fatto amare da tutti. Non è poco.” I principi restano, le idee cambiano con gli uomini cui vengono date in appalti” raccontava Montanelli. Lui non ha mai cambiato l’idea di amare lo Spezia e proprio nel momento più alto della sua storia, un play off per la A, che neppure lui aveva mai visto, se n’è andato. Una partita che diventa dipartita, lasciando gli altri a fare cronaca. E martedì c’è Modena-Spezia, la sua vita. Con la sua penna, ha disegnato anche questa.
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