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A volte ritornano

"Il tempo passa anche sotto ai sofà", come dice Paolo Conte in una sua canzone. Ma passa anche dentro gli scatoloni. Ne prendo atto una volta per tutte durante l'ennesimo trasloco, quando mi decido ad aprirne alcuni che per anni ho battezzato come intoccabili, scatoloni sui quali si potrebbe tranquillamente scrivere "adolescenza". Senza rendermene conto conservo piuttosto gelosamente le tracce del "medioevo" della mia esistenza, le conservo come se fossero reliquie.

La reliquia della mia prima volta a teatro, non l'ho mai buttata via, per motivi sempre diversi. Il primo motivo, primo in ordine cronologico, era il vanto di aver visto dal vivo Glauco Mauri, quello che faceva il Prof. Giordani in "Profondo Rosso", perché era quello il cult movie di genere Horror per me e per i miei compagni di scuola. Quello, "It" e "A volte ritornano". Eravamo in terza media e l'importante era vedere film che facessero paura. Vederli in compagnia, ovviamente.

La mia prima volta a teatro vidi invece Glauco Mauri nei panni di Martino Lori, il protagonista della commedia di Luigi Pirandello "Tutto per bene". Le due repliche, 19 e 20 gennaio '94, si tennero al Teatro Astra, allora noto anche come "Cinema Findus", a causa dell'esoso costo di riscaldamento cui non riusciva a far fronte il gestore. Quella sera ero con mia madre e con il mio amico Davide, che mi fu permesso portare con me per condividere quella grande esperienza, e che poco prima dello spettacolo mi raccontò di suo padre, che qualche anno prima, assieme ai suoi compagni di classe, fu redarguito nello stesso teatro e dallo stesso Glauco Mauri per il troppo casino fatto durante la messa in scena.

Assieme al Teatro Civico, il Teatro Astra era in quegli anni il maggiore teatro della città – oggi invece è un supermercato Basko. Qualche spettacolo di teatro lo offrivano anche i cinema, come l'Odeon. Proprio all'Odeon, durante una matinée organizzata apposta per le scuole medie in cui recitava il teatrante spezzino Augusto Caffaz, i bambini fecero troppo casino e il buon Caffaz dovette sospendere lo spettacolo per redarguire le maestre, incapaci di governare la classe. Quella del far casino a teatro pare sia una costante che ci portiamo dietro da quando nel 1933, al Teatro Civico, Filippo Tommaso Marinetti, intento ad imitare il verso di un gabbiano, si senti chiamare "oh soggetto!". Circa il fututo dell' Odeon, dove vidi "Il socio" e "Insonnia d'amore", sappiamo solo che esiste un progetto per trasformarlo nella Mediateca Regionale... ma la bontà di tale proposito la scopriremo solo vivendo e continuando a pagare il parcheggio anche in periferia.

Quanti cinema in città, e ogni sabato con mio padre sfogliavamo il giornale per scegliere un film tra la fitta programmazione cittadina. Allo Smeraldo vidi "Jurassic Park", al Palmaria "Blade Runner", al Marconi "Ritorno al Futuro III". Poi, sempre con l'amico Davide, verso il '96 scoprimmo un'oasi: si chiamava "Amici del cinema d'essai" ed era una piccola sala che il collezionista di film in pellicola Carlo Roda era riuscito ad attrezzare per qualche anno nell'isolato che chiude Corso Cavour, dove passammo tutto un inverno a vedere film di Robert Altman, Wim Wenders, François Truffaut e Fritz Lang. A proposito di questo genere di rassegne, una segnalazione a parte la merita il Cinema Controluce Don Bosco di via Roma, che da anni è un grande punto di riferimento per il cinema d'autore e l'attività di cineforum, e che oggi rischia la chiusura: lo si salverebbe acquistando la Controluce Card, una tessera annuale da 20 € che permetterebbe di vedere tutti i film a 3.50 € (ve l'ho buttata lì...).

C'erano poi altre sale, nate per il teatro ma convertite unicamente a cinematografo nel volgere di pochi decenni, come l'elegantissimo Cinema Cozzani, in Piazza del Mercato – oggi una sala Bingo. Il maestoso Monteverdi – in via dello Zampino - si era spento da un pezzo, e già allora era ormai soltanto un ricordo per chi, come mio padre, ci vide in concerto Le Orme e i New Trolls; mentre definitivamente sepolti erano i ricordi di chi potè ammirare canzonettiste, giocolieri e ballerine all'incantevole Trianon, baluardo del Liberty spezzino, nel cui foyer si trova oggi l'Arci Origami – un dipinto murario conservato sulla parete di sinistra segnala ancora il guardaroba – mentre il teatro, chiuso nel 1920, convertito ad autorimessa per alcuni decenni, è attualmente in fase di restauro e non è ancora chiaro cos'altro diventerà. Ma vale la pena girare intorno agli edifici che ospitavano questi tre bellissimi teatri, per vedere ancora oggi i bassorilievi raffiguranti le maschere della tragedia e della commedia e le altre decorazioni, realizzate in stucco tra gli anni Dieci e gli anni Trenta.

Forse la gente non delega più i propri sogni, le proprie speranze e la propria cultura a quella sorta di "biblia pauperum" che per buona parte del Novecento fu lo schermo cinematografico. O almeno non lo fa più con l'urgenza di un tempo, e prendere la macchina per andare al Megacine non pesa più di tanto. Forse i sogni e le speranze sono stati traslocati nelle sale Bingo, che guarda caso vengono allestite proprio nei cinema. Ma giusto i sogni e le speranze, perché la cultura è ormai un rifugiato politico che, rifiutato dalla massa, chiede asilo politico a quelle piccole ambasciate che sono le associazioni culturali. Se magari ogni tanto ce ne andassimo anche al Cinema Nuovo a vedere qualche film meno commerciale (e non per questo "pesante"), eviteremmo che un domani possa trasformarsi in una sala Bingo, o in una sala Slot, o in un Iper Soap, o in un Basko, o in un centro massaggi dove ti fanno le seghe con l'olio canforato. O semplicemente chiudere.

In tutto ciò, dispiace aver testimoniato alla fine dell'amore collettivo per il grande schermo, che nel corso degli anni Novanta venne brutalmente sconfitto dall' Home Video, quando ad ogni televisore era stato collegato un video registratore, e quando lo scarto di tempo tra la distribuzione delle pellicole nelle sale cinematografiche e la distribuzione delle videocassette nelle sale domestiche si era ormai ridotto a poche settimane. Infine, la digitalizzazione dell' Home Video, ripercorrendo la filiera al contrario, è giunta fino al grande schermo, convertendo chilometri di pellicola in DVD. E c'è ancora qualche temerario e romantico cinematografaro che, come il mio vecchio amico, si oppone coraggiosamente a questa sorta di metastasi tecnologica.
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I Vostri commenti

Massimo Angèi
Sabato 11 gennaio 2014 alle 08:44:26
Un bellissimo articolo, che rivela la tua grande sensibilità e attenzione. Personalmente ho una grande nostalgia delle numerose sale spezzine, tu con questo pezzo, mi hai riportato piacevolmente indietro nel tempo.

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