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Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Febbraio - ore 14.52

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L'ultimo dribbling

La domenica della buona gente

A Mario Valitutti, io, ero affezionato. Come lo si è ad un qualcosa di importante. La prima volta ci conoscemmo a Coverciano, ero in missione con il collega Paolo Rabajoli per cercare di far riconoscere alla FIGC lo scudetto del 1944, Ci accolse nel suo ufficio e mentre parlavo per proporre quella storia, guardavo dietro di lui le immagini della nazionale, vecchie foto mai stinte, in originale, di trionfi, mondiali, vittorie. La seconda volta fu un’udienza privata, a Roma, sempre in figc. Mi chiese di andare con lui al Settore tecnico come consulente storico, di fare qualcosa per promulgare il calcio e la sua fiaba in Italia. Mi voleva affidare un incarico presso il centro di Coverciano, al Museo. Non riuscivo a proferire parola. Avevano invitato il bambino con il pallone sotto il braccio, nel tempio della storia, dove c’erano molti palloni e sopra aleggiavano nuvole di fantasia. La malattia che lo aggredì poco dopo rese interrotta quella trattativa, io capìì ma sarebbe stato difficile conciliare con il lavoro. Era un riconoscimento personale, una medaglia che mi aveva voluto regalare dopo avermi conosciuto nel 2000. Quando andai a redigere il libro Santa Domenica mi mandò un articolo che pubblicai e che oggi ripropongo. Valitutti è stato tra i pochi dirigenti della FEDERCALCIO che ha sempre guardato al football partendo dalla sua storia, dalla sua passione. Ha scorso i tempi più gloriosii e meno belli della nazionale, ma tramandato tutto ciò che il calcio genera, anche sentimento. Perderlo significa molto per il calcio italiano. Che non potrà mai dimenticare.




La domenica della buona gente

Prendendo l’ispirazione dall’omonimo radiodramma di Vasco Pratolini, da cui Anton Giulio Maiano trasse un godibile film del 1953, possiamo provare a descrivere la domenica del
tifoso di un calcio che non c’è più perlomeno in quelle forme. Per la verità, la domenica calcistica era il terminale di una settimana di passione nel corso della quale il calcio era il centro
degli interessi di noi ragazzi. Si cominciava il lunedì con la trepida attesa del quotidiano sportivo che riportava la cronaca della partita della squadra del cuore (ed a quei tempi non esistevano
neanche i commenti radiofonici delle gare). Si proseguiva il mercoledì, giorno di uscita nelle edicole di un numero limitato di copie del mitico “Calcio Illustrato”, che conteneva alcune foto delle gare di serie A con i disegni di Silva, che ricostruiva in maniera stupefacente le azioni e soprattutto i gol delle partite più importanti. Come raccontano Papa e Panico nella
loro Storia Sociale del calcio italiano, il percorso del pallone aveva un nitido tratto così come la resa visiva dell’impatto tra l’uomo e la sfera di cuoio. Le figure stilizzate dei giocatori e la loro duplicazione nelle diverse posizioni di gioco davano ciò che nessuna descrizione scritta era capace di rappresentare. Per questo, quelli della nostra generazione, venivano detti: coloro che vedono la partita sul “Calcio Illustrato”. Solo dopo molti anni apparve finalmente la sintesi filmata di
un sola partita nell’ambito della Settimana Incom, che accompagnava la proiezione del film nella sale cinematografiche. Nel corso della settimana si seguivano con entusiasmo gli allenamenti
fino alla vigilia della domenica vissuta come la notte della Befana, con l’ansia incontenibile dell’evento che doveva aver luogo al di là di poche ore. La prima parte della mattinata domenicale
veniva dedicata all’Oratorio ed alla messa; poi, dopo aver dato luogo alle epiche sfide calcistiche tirando calci ad una palla quasi sempre fatta di stracci e simulando la gara imminente, si correva a casa per sollecitare la mamma ad affrettare la preparazione del pranzo domenicale. Ed il padre tifoso accelerava, dopo,i passi verso lo stadio che già ribolliva di entusiasmo e cori partigiani.
Gli occhi non si staccavano mai dalla scaletta dalla quale sbucavano i calciatori che, dagli spogliatoi, si portavano di corsa verso il centro del campo. Nell’intervallo era usanza cambiare posto, trasferendosi dalla parte del portiere della squadra avversaria, nella certezza chissà
perché che i propri beniamini avrebbero trafitto l’estremo difensore ospite. Un’usanza consentita dalla scarsa presenza di tifosi ospiti. Alla fine della partita, sempre, si insinuava una
sorta di malinconia sottile per la festa che volgeva al termine e con la consapevolezza di dove provvedere ai compiti per l’indomani calcistico. Il poeta Alfonso Gatto descrive al meglio
questo stato d’animo nella Domenica del Crepuscolo: “In fondo al pozzo delle case, sola la voce di un bambino, che fa del suo grigio universo sotto l’ala del mantello che vola. È musica
di stanza tra le vuote specchiere delle porte della partita che si ascolta alla radio, è già finita, restano voci immote”. Per quanto detto sopra, il tifoso era affamato di immagini che poteva soddisfare solo allo stadio e pertanto era quasi una sacralità che alla squadra ospite venisse riservato il privilegio di indossare le maglie con i colori ufficiali in maniera che lo spettatore potesse identificare la squadra con le sue maglie tradizionali. Oggi, in omaggio al business, si vedono le squadre indossare maglie di colori più vari ed improbabili con una numerazione che ha di fatto abolito quella tradizionale che andava dall’1 all’11, dal portiere all’ala sinistra.
E così, in ossequio alle esigenze economiche di un calcio oramai globalizzato, si vanno perdendo usi e costumi che rappresentano il marchio di un calcio forse artigianale ma certamente
più appassionato e fatto di appartenenza. Si è già detto del significato quasi sacrale delle maglie e delle numerazioni; si può proseguire con la sostanziale sterilizzazione del calcio Minuto per minuto alla radio; con l’altrettanto sostanziale scomparsa della schedina del totocalcio e del suo mitico 13 che rappresentava il sogno dell’italiano medio. Ci sarebbe tanto altro da dire. È sufficiente la constatazione che molte delle innovazioni sopra indicate sono imposte dall’evolversi
e dalla crescita del fenomeno calcio con le conseguenti esigenze di affrontare e vincere la sfida dettata da un calcio globalizzato. Ma alcune innovazioni sono talvolta minimizzate e rischiano di disorientare e far disamorare il tifoso che comunque rimane il vero ed insostituibile patrimonio del calcio. Quello che resta legato alle tradizioni, al campanile ed ai riti di un gioco che, come tale, non assume i caratteri di un’impresa in senso proprio.
Mario Valitutti
(Presidente del Museo del Calcio di Coverciano)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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