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Ultimo aggiornamento: Domenica 17 Febbraio - ore 21.41

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L'ultimo dribbling

Giovannino corre ancora

“Quel che resta di Giovannino? Tante immagini, ma averlo visto correre come un matto dopo la rete all’Olimpia a Tokio nella finale di coppa Intercontinentale, quasi incredulo, mi colpisce ancora”, è giù una risata, melanconica. Pomeriggio milanese, pallido e rossastro riverbero, il capitano parla e gesticola un po’ con le mani, come chiamasse un off side. La grandezza di giocatori come Franco Baresi stà ancor oggi nella loro perenne modernità: far sembrare semplici anche i ricordi, specie se dei compagni di squadra. Baresi non riesci neppure oggi a vederlo in relax e riposo, lo immagini con momenti di autentico magistero in campo, quando alzava da solo il baricentro del gioco. Già allora un mito in tempi di manichei televisivi. Ieri lo invitiamo a ricordare Stroppa, il suo compagno al Milan per tre stagioni, guidate come un capo scout che illustra all’allievo la strada. Perchè Baresi e Stroppa c’erano in quella che resta forse l’ultima grande interpretazione scenica del Milan di Sacchi: la finale Intercontinentale contro l’Asuncion, 9 dicembre 1990. I rossoneri hannoi dal 1’ le novità Angelino Carbone, al posto di Ancelotti e l’altro ragazzino, Giovannino Stroppa, per Evani. Stroppa, con Gullit e Van Basten, l’invito tra gli dei del calcio. ”Giocò da titolare -racconta Baresi- e dopo il gol era quasi incredulo, felicissimo. Van Basten fece un gran lavoro, lui rifinì quasi sulla riga. Quello era Stroppa, un ragazzo che amava il calcio che piaceva a noi, non mi meraviglia oggi faccia sulle panchine italiane calcio propositivo”. Baresi, chi era Stroppa fin da allora e chi può essere quindi oggi, lasciando quel calcio tracce nel Dna?:”Era un calciatore di qualità intelligente, che aveva tecnica e che ora può insegnarla. Non ha avuto, secondo me, tutto lo spazio che meritava in quel Milan, ma ha saputo ritagliarsi fette importanti”. Se lo sarebbe immaginato allora mister del futuro, lui a gridare agli altri quando c’era Sacchi che col megafono urlava soprattutto a lui?:”Quando un calciatore è in attività pensa solo a giocare, non credo sia vero quello che raccontano alcuni. Poi la voglia ti cresce, valuti e scegli se affrontare quell’altra vita, da mister. Non ha tutti riesce bene, perché devi avere una passionaccia anche per affrontare i momenti più delicati”. A Stroppa mister che si presenta in uno stadio che è solo il primo piano di San Siro o di quello di Tokio, che messaggio manderebbe?:”Lui ha scelto la via dell’allenatore e quindi sa meglio di me cosa significa. Mi piace come si sta rimettendo spesso in gioco; dopo aver fatto bene all’esordio e dopo aver provato a Pescara. Meritava un’altra occasione e può sicuramente dare tanto al nostro calcio, anche in termini di idee. Non ce ne sono molte in giro, bisogna essere chiari”
Come può interpretare il calcio un allenatore che ha vissuto i suoi momenti migliori con Sacchi e Zeman, non propriamente sistemi convergenti, ma anzi spesso paralleli?:”Giovanni lo seguo fin dai tempi della giovanile milanista. Lui è per il calcio offensivo, che è poi anche quello sia di Sacchi che di Zeman. Io credo abbia preso un po’ dall’uno un po’ dall’altro, ma va alla caccia soprattutto di giocatori di qualità, gli piace fare calcio. A questo aggiunge del suo, non solo in termini di supporto ma anche di atteggiamento: serio e professionale, ed i giocatori apprendono di più: non sono deluso da Stroppa allenatore fino adesso, anzi sono lì che lo aspetto, può fare bene anche allo Spezia”. Un po’ l’immagine che quel Milan trasmetteva, oggi portata in giro per il mondo dai profeti di oggi, discepoli di ieri: risorse dei singoli, e quando difettano, parte il mastice dello slancio corale. Stroppa di quel Milan, chiudiamo con Baresi, ha preso anche il carattere?:”Spero -saluta il capitano- e non credo possa esser altrimenti”.Un altro leone affamato; nessuno è rimasto nella tana in pantofole in casa rossonera. Gente da Picco?
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