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Beati gli ultimi, che saranno gli ultimi

Quando l’arretratezza economica è un vantaggio. Almeno nel breve periodo.

Sull'accesso al Regno di Dio non posso mettere la mano sul fuoco, ma finora l’emergenza sanitaria da covid-19 ha palesato che gli ultimi, almeno dal punto di vista economico, paiono essere gli ultimi anche dal punto di vista dei contagi.
Nella regione più anziana d’Italia, un’epidemia dell'intensità e dei volumi di quella con epicentro in Lombardia avrebbe causato una vera e propria ecatombe.
Per il momento, invece, il coronavirus è sembrato agire in una maniera che sarebbe piaciuta a molti rivoluzionari del passato, flagellando le regioni più ricche e rilassandosi su quelle più povere.
I casi in Liguria, un migliaio accertato, sono numeri preoccupanti in assoluto, ma relativamente bassi in proporzione alle regioni a noi confinanti. Abbiamo qualche merito particolare? In sintesi, la risposta è no. Ma vediamo meglio.

Perché proprio la Lombardia?
La risposta è una sola, dal punto di vista statistico: il grado di connessione di un territorio. Più un territorio è connesso ad altri – in questa fattispecie, quello cinese in particolar modo, ma anche quelli europei, come ad esempio la Germania da cui pare essere transitato il paziente 0, secondo alcune teorie che non saranno mai confermabili del tutto – più è probabile che sia colpito da un’epidemia. Non è in genere questo il criterio con cui si costruiscono le città e le fabbriche, ovviamente, ma in questa circostanza è questo il criterio che fa la differenza.
Non è dunque un caso che le regioni più ricche d’Italia siano state le prime ad essere colpite: che transitasse tramite i corpi di businessmen in trasferta da qualche zona industriale o di ballerini del Teatro della Scala appena rientrati da un’esibizione in qualche Opera cinese, probabilisticamente era chiaro che era più verosimile che il virus deflagrasse lì, che non tra gli abitanti di Calice al Cornoviglio.
In questo senso, più un territorio è arretrato economicamente – e culturalmente -, in altre parole: meno si apre agli altri, più è coperto da uno scudo invisibile dal punto di vista sanitario, mancando i collegamenti fisici tra i corpi che dovrebbero propagare il virus. È la grande rivincita dell’Italia rurale, nei confronti di quella, numericamente ben più rilevante, urbana. Ma è anche, almeno per il momento, il riscatto del Meridione, la cui Questione per una volta è la cura, e non la malattia.
La pandemia è d’altronde l’unica situazione in cui questa situazione si tramuta in vantaggio, per cui andiamoci piano con le esultanze.

Non tutte le linee sul mappamondo sono uguali
Il nostro territorio, e in generale quello delle piccole province non manifatturiere, è davvero isolato? No, chiaro che no. Dalle nostre parti, almeno fino all’anno scorso, arrivavano tre milioni e mezzo di turisti nelle Cinque Terre. La Spezia è collegata al resto del mondo tramite terra, mare (le crociere) e cielo (l’aeroporto di Pisa dista dal centro di Spezia meno di quanto Malpensa disti dal centro di Milano).
Ma non tutte le connessioni sono uguali. Le nostre linee di collegamento al resto del mondo, principalmente turistiche al di là di qualche rara eccezione imprenditoriale sul territorio, sono disegnate con inchiostro simpatico, e sono le più volubili: si muovono nel dominio del superfluo, dell’immediatamente eliminabile. Eliminabile sia per uno stato di emergenza sanitaria che economica, almeno per quanto riguarda le logiche dominanti del capitalismo.
Gli spostamenti usa-e-getta delle Cinque Terre, quello da selfie di Instagram, svuotato di relazioni, di connessioni interpersonali, è ovviamente il primo a saltare, perché è il più fragile.
Così, alla fragilità morfologica di questo territorio meraviglioso che abitiamo, ne abbiamo aggiunta un’altra, consapevolmente: quella del nostro “modello di business”, che condiziona poi anche il nostro “modello di vita”.
Questo virus farà su questo territorio più morti nel registro delle imprese che in quello degli obitori.
Nel breve periodo, è indubbio, questo è un bene: chi non farebbe a cambio? Ma nel lungo, le ferite e i danni collaterali si faranno sentire per molto tempo, a livello economico, psicologico, e identitario.
E, a differenza del virus, colpiranno molto più le fasce giovani della popolazione, che i ben più numerosi anziani. È la cosa giusta da fare, certo, rispetto alle prospettive da “immunità di gregge” cui altri fanno riferimento. Ma ci vuole la consapevolezza che la riduzione delle perdite tra la fascia più anziana non sarà un salvataggio gratuito, ma avrà un costo elevato. E questo costo graverà ancora sulle spalle dei più giovani – insieme a quelle pensioni che già prima non riuscivamo più a pagare.

Lo scudo invisibile funziona ora, insomma. Ma se gli ultimi saranno gli ultimi, saranno anche i primi a essere a rischio, quando frugheremo tra le macerie per provare a ricostruire.


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