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Chiamata 9 - Palo vs opera d'arte


Non so quanto sia antica la tradizione degli addobbi natalizi. Non so quando le città di tutto il mondo abbiano deciso di sottolineare, durante il Natale, con fili di luce elettrica, gli spazi pubblici, soprattutto quelli di più grande affluenza. Questi fili non sono particolarmente belli, molta plastica, piccole lampadine led che si illuminano talvolta ad intermittenza o con colori diversi, tesi da una parte all’altra di una piazza oppure a sottolineare un edificio o una parte di esso. Immagino che la decisione di quali addobbi e dove posizionare queste luci sia affidata dall’amministrazione pubblica locale a ditte specializzate, dopo un’accurata scelta e appalto regolarmente gestito. Ma evidentemente dietro alcune scelte si cela una disfunzione semantica. Perché si deve trattare certamente di un errore linguistico, altrimenti non saprei spiegarmi come mai elementi che costituiscono un’opera d’arte o che ne hanno lo statuto, vengano utilizzati come pali per sostenere le tanto amate strisce luminose.
Ma vediamo cosa succede in questi giorni di festa alla Spezia. Piazza Brin, quartiere Umbertino: la Fontana delle Voci, progettata e realizzata da Mirko Basaldella (1910-1969) nel 1955, consta di una vasca e di una scultura centrale, eseguite in cemento e decorate con tessere di mosaico. Nonostante questa sia un’opera d’arte, luogo del cuore del FAI, l’elemento centrale, da qualche anno durante il periodo natalizio, viene utilizzato come palo per reggere i fili luminosi che dalla punta scendono verso la base della fontana. Piazza Saint Bon: l’Obelisco (2013) di Francesco Vaccarone (La Spezia, 1940), posto, con scelta discutibile per chi scrive, ma tanto voluta dall’amministrazione pubblica passata e grazie al contributo economico dell’OTO Melara, nella rotatoria adiacente alla piazza, subisce in questi giorni l’identica sorte sopra descritta. Fili di luce elettrica scendono dalla punta verso la base dell’aiuola, a creare una specie di tenda luminosa, sostenuta con forza dalla scultura in marmo di Carrara. Piazza Verdi: qui le luminarie non risparmiano nulla, quindi le colonne (2016) minimali disegnate da Daniel Buren (Boulogne-Billancourt, 1938), ancora una volta diventano pali squadrati (eh sì, l’artista francese pone qualche problema in più!) su cui si accanisce il desiderio compulsivo di trasformare tutto in qualcosa di splendente e luminoso. A onor del vero, anche nella rotatoria del Cento, al Favaro, troviamo le stesse luminarie, ma qui sono attaccate ad un palo della luce e quindi coerenti con la funzione del sostegno prescelto.
Come spiegare tutto questo se non come una deriva linguistica? É chiaro che queste tre opere d’arte non vengono riconosciute come tali, perché se così fosse non si penserebbe di abbellirle con qualcosa cui l’artista non ha pensato a priori. L’opera d’arte per sua natura è conclusa in sé, una volta che viene presentata in pubblico si dà alla vista senza volere nulla di più, senza tendere ad un abbellimento altro. Lo so che è tutto temporaneo, e che dopo la Befana queste decorazioni luminose se ne andranno, ma tant’è mi sembra un segno evidente della poca attenzione che si presta al linguaggio, non solo visivo, in un contesto urbano. Vorrei scrivere che questo succede solo alla Spezia, ma sono sicura che esempi simili si trovino un po’ ovunque, tutte le volte che si manifesta la disfunzione semantica, la deriva di significato tra palo e opera d’arte.
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