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La foto che non ho fatto

Non ho mai portato mio padre in sala di posa.
Ho rimandato mille volte. Chissà perché, avevo soggezione nonostante centinaia di ritratti fatti, pagati o cercati per mio desiderio.
Le carriere di molti grandi fotografi hanno qualcosa in comune: quella che Alex Maioli ( il bravissimo reporter italiano presidente dell’agenzia Magnum) chiama “ossessione”.Dice che è l’elemento che cerca nella selezione degli autori che si presentano, portfolio alla mano, per entrare nell’agenzia.
L’ossessione è quella cosa che non ti permette di rimandare. Non sono sicuro sia bello, o giusto, essere ossessionati da qualcosa, ma certamente è un motore potente verso l’obiettivo che ti poni. Non si parla continuamente di “genio e sregolatezza”? Si pensa, spesso con retorica ammirazione, che sia “sregolatezza” la sfrenata esistenza di molti artisti. Molto più “sregolata” è invece la maniacale ripetizione delle bottiglie di Morandi o dei tipi industriali dei coniugi Becher. Il desiderio di August Sander di fotografare tutta la società del suo tempo, quello di Vitali per le spiagge o di Giorgia Fiorio per le tribù maschili di ogni tipo, quello di Mapplethorpe per il sesso...ognuno metta le sue fisse. E’ la massima espressione del fotografare ciò che interessa: concentrarsi su ciò che ti appassiona è il miglior consiglio da dare a chiunque si avvicini alla fotografia. Io ho sempre desiderato fare un buon ritratto a mio padre ma non l’ho mai fatto. Cosa vuol dire? Non ne ero ossessionato? A forza di aspettare mi sono accorto ad un certo punto che non potevo più farlo. Ora mio padre non c’è, e io vivo con il pensiero di non averlo amato abbastanza.
Mi serve a non rimandare più, oltre a molte altre cose, i miei progetti fotografici: ho cominciato a darmi delle scadenze, altrimenti quelle arrivano da sé.
Mi consola essere in buona compagnia, ne hanno fatto anche un libro, una raccolta di interviste a fotografi su “quella volta che non ho scattato perché....”. Ma si tratta di rinunce volontarie, io non appartengo a questa serie. Non l’ho fatto e basta. Mi turba pensare che non avrò altre possibilità, ho rinunciato a ritrarre ciò che più mi interessava.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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I Vostri commenti

Daniele Becatti
Lunedì 3 giugno 2013 alle 18:22:56
Vai diritto al senso, Davide, come fai con le tue splendide foto! L'ossesione può essere cio' che ci spinge ad affermarci in una professione, il seguire un ideale senza compromessi... ma può anche essere ciò che ci travisare la realtà, ci lascia vedere solo ciò che vogliamo, non ciò che è. Ben venga allora la ragione, o forse un modo diverso di ascoltare il proprio cuore (e non lo stomaco, come giustamente affermi) che ci impedisce di travolgere tutto e tutti, per quel desiderio che ci spingerebbe oltre ogni limite. Non credo che l'artista, come il grande fotografo, sia colui che non si ponga dei limiti, piuttosto colui che è disposto a mediare e scegliere, ed è disposto a rinunciare ad un'opera , piuttosto che perdere la propria umanità.
Davide Marcesini
Lunedì 3 giugno 2013 alle 18:45:41
Ripeto: l'ossessione in quell'intervista è "considerata" molto bene: si parla del fatto di avere una enorme e continua determinazione nell'indagare un argomento. Tieni conto che si parla di fotogiornalismo, un mondo dove il buon professionista "deve" sentire il suo lavoro come una responsabilità vero la società, una cosa su cui mi trovo molto d'accordo. Il fatto è decidere se si preferisce essere ossessionati e grandi fotografi o viver meglio e rinunciare alla carriera. Anche se: credo che nel discorso di Alex Majoli il senso sia molto spostato verso il soggetto che ti sta a cuore più che all'ottenimento di un tuo risultato personale. Se si parla di "sacrificare" il tuo benessere per corrispondere ad un compito che tu ritieni doveroso, non posso che ritenermi sulla stessa linea (in sottofondo si ragiona di libertà di informazione). Ma spesso l'ossessione è verso sè stessi e la propria autoaffermazione ad ogni costo, e qui nascono i problemi.
Alberto Cicala
Mercoledì 29 maggio 2013 alle 18:33:36
Io un ritratto di mio padre l'ho fatto, l'hai visto, impietoso. Intitolerei la mia rubrica su questo tema "Le parole che non ti ho detto". Sempre avanti.
Davide Marcesini
Mercoledì 29 maggio 2013 alle 18:48:13
sei tu impietoso! quello che ho visto io era molto interessante, ma il succo è averlo fatto. Anche io ho delle immagini da me scattate a mio padre, ma è capitato, nulla di cercato, non ho mai "deciso" di farlo e me ne pento. Se penso a mio padre, penso a delle foto, da adolescente, prese occasionalmente da qualcuno di famiglia, dove si nota quell'imbarazzo che ci ha sempre tenuto un po' in disparte uno dall'altro. Ci guardavamo da lontano, come faccio io oggi con i miei figli.
Roberto Celi
Martedì 28 maggio 2013 alle 10:02:08
fantastico Davide, le tue parole sono come immagini che toccano le nostre sensibilità ... e fanno riflettere, tanto riflettere. Per non vivere di ossessioni dobbiamo agire con il cuore non con la mente, talvolta la razionalità elimina la parte bella della vita ... invece "vivi il presente, confidando il meno possibile nel domani". E se quella foto non sarà perfetta, sarà fuori dalle regole, sarà tecnicamente sbagliata, sarà comunque la foto che il tuo cuore ricorderà per sempre.
Davide Marcesini
Mercoledì 29 maggio 2013 alle 10:01:52
L'ossessione nell' intervista di cui parlo è presa come una cosa molto forte, efficace e potente. Io, in una parte del post che ho tagliato, dicevo che forse non sarò mai un buon fotografo perché...non ho ossessioni! Vorrei essere cauto a farmi comandare dal cuore perché a volte si fanno cretinate, mi muove spesso lo stomaco più che il cuore, la mente è un gran bel dono per tenere tutto a freno e indirizzare le energie sulla strada giusta, tendenzialmente direi meglio usarla!

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