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The world is not enough

Anatomia dell'irrequietezza e di un viaggio partendo da una foto. Bruce Chatwin e l'archeologia,la fotografia e i viaggi


Una mostra organizzata dal comune di Castelnuovo Magra chiamata “Bruce Chatwin. Il viaggio continua” celebra la grande passione di Bruce Chatwin per il viaggio; nelle piccole e suggestive sale della torre del Castello dei Vescovi trovano spazio alcune foto scattate dall'autore stesso durante i vagabondaggi di una vita e dalle quali traspare tutta la sua irrequietezza nomade, l'insofferenza verso la quotidianita' occidentale,l'interesse verso tutto cio' che e' altro (se si abbassa lo sguardo sul pavimento di una delle sale hanno trascritto una delle sue celebri frasi “Che cosa possiamo farci?Abbiamo la grande Irrequietezza nel sangue”).
Tra le tante esposte trovano posto alcune fotografie scattate da Chatwin durante un viaggio in Afghanistan, e scopro con enorme gioia che quelle foto e quel viaggio sono gli stessi di cui lessi tempo fa in uno dei libri piu belli in cui abbia mai avuto la fortuna di imbattermi.
Il libro in questione si intitola “Il giardino luminoso del re angelo. Un viaggio in Afghanistan con Bruce Chatwin”, una vecchia edizione Einaudi trovata per caso ad un mercatino dell'usato perche' da tempo fuori catalogo. L'autore e' un tale Peter Levi, padre gesuita nonche' archeologo e professore di lettere classiche a Oxford; nel 1969 riesce a farsi finanziare dall'universita' alcuni studi e campagne archologiche in Afghanistan e ottiene altri fondi da una casa editrice affinche' al rientro scriva un libro sulle ricchezze del posto. Come si legge nel sottotitolo del libro il suo compagno di viaggio sara' proprio Chatwin, un Chatwin per la terza volta in Afghanistan e quindi
profondo conoscitore della zona e non ancora il famoso scrittore. Tra i due la sintonia e' immediata e perfetta, Levi dice del suo compagno: “In molti sensi Chatwin rappresentava il compagno ideale: era una persona divertentissima e come bugiardo stracciava persino Ulisse, ma nel contempo era estremamente serio”.
Il libro non e' solo un affascinante resoconto di viaggio ( Levi si sofferma abbondantemente sulla ricchezza del patrimonio artistico tanto che il libro sara' per molto tempo considerato una vera e propria guida) , ma anche (e soprattutto)la storia di un'amicizia, e l'interessantissimo affresco di un Paese che oggi siamo abituati a conoscere esclusivamente attraverso le immagini dei telegiornali a causa guerre che continuano a sconvolgerlo.
Levi in questo meraviglioso libro ci parla di un Afghanistan ricco di storia e archeologia; in un capitolo ci porta a Bamiyan, nell' Hindukush, dove rimane stupito dai maestosi Buddha (come dimenticare le tragiche immagini della loro distruzione da parte dei Talebani solo pochi anni fa?).Il paesaggio gli toglie il fiato, descrive un fondovalle meticolosamente coltivato,la natura e' accogliente e rigogliosa, i ragazzi suonano il flauto, le grotte che ospitano le statue sembrano un favo e le rondini garriscono e volano sui volti senza espressione dei Buddha. Levi ci descrive un Paese vivace e colorato, pieno di vita, rimane affascinato dalla confusione di Kabul “..entrare in macchina a Kabul ogni mattina era una festa:il tassista cantava,imbottito di hashish,le biciclette portavano due o tre passeggeri per volta ,poi c'erano i carretti della frutta, i camion dipinti con romantici rami fioriti e pavoni che cantano alla luna..”, parla delle comunita' straniere che si erano stabilite li e della grande comunita' hippy. Niente a che vedere col regime di terrore imposto dai talebani che ben conosciamo, questo e' un Afghanistan ancora vivo e ricco di fermento, e Levi non risparmia aneddoti divertenti come quello di un gruppo di tedeschi stabilitisi in Afghanistan che si presentarono ad una festa di Capodanno all' International Club in uniforme da SS facendo finire la festa in rissa ( e loro in piscina).
Chatwin e Levi affronteranno un lungo viaggio attraverso il Paese, muovendosi con mezzi di fortuna (cavalli, aerei dell'anteguerra,a piedi), affronteranno ogni genere di disavventura, attraverseranno ogni genere di paesaggio solidificando la loro amicizia e immagazzinando un'enorme quantita' di materiale per i rispettivi lavori.
Ci sono viaggi che partono solo dalla nostra testa, che nascono da un'idea,uno spunto, al di la' dei reali impedimenti fisici. Oggi,davanti alla foto di un uomo dal volto scarno e dal tipico copricapo afghano e' successo proprio questo, e ricollegandomi ad un libro che ho amato moltissimo ho provato enorme rimpianto per quello che non potro' mai vedere e per quello che tutti abbiamo perso.
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