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Ultimo aggiornamento: Giovedì 23 Novembre - ore 23.44

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tantoneghevenoandae

Ciao Gabriele, oggi il derby non lo guardo

Chiedo scusa se negli ultimi tempi ho scritto poco ma per seguire lo Spezia in trasferta, sia a Cesena che a Frosinone, rispettivamente il giorno di Pasquetta ed il 25 aprile, con ciò violentando l'ormai già compromessa pazienza di mia moglie, sono stato costretto ad usare tutto il mio ingegno per inventare una scusa credibile.
In pratica, con la scusa di arrotondare i miei guadagni ovvero per garantire una costante quanto dispendiosa manutenzione al suo nuovo vibratore ad idrogeno, un prototipo che verrà presentato ufficialmente al prossimo Motorshow di Bologna, le ho detto che mi sono indebitato con la mafia slava e che quindi dovevo sparire per un po'.
Per rendere la cosa più credibile mi sono tagliato anche il lobo dell'orecchio e l'ho fatto trovare nella cassetta delle lettere dentro una busta anonima.
Ad ogni modo, ora vi racconto il mio derby non visto.
Eh già.
Perché quando un bambino di nemmeno quattro anni, che dopo aver affrontato una di quelle partite che non si possono vincere, si è spento in una fredda stanza di ospedale, può capitare che ti prenda male, che ti passi la voglia di tutto.
Sarà che quando hai una figlia della solita età, che hai visto giocare con quel bimbo in estate a Norcia, durante il ritiro, tendi fisiologicamente ad immedesimarti.
E allora prendi coscienza che oggi forse non è il caso.
Senza contare che l'aver preso coscienza che anche io ho una coscienza non fa che contribuire ad aumentare il mio disagio interiore.
Il Picco è un po' come una chiesa, un luogo in cui la nostra storia centenaria e la passione di una città intera la puoi percepire da ogni singolo gradone.
Un luogo di culto che, come tale, richiede fede, dedizione e religioso rispetto in chi varca la soglia dei sacri tornelli.
Oggi però, credo per la prima volta in vita mia, il Picco non mi merita.
L'ho capito appena entrato.
Giusto il tempo di due birre. Giusto il tempo di abbracciare qualche ragazzo del mio gruppo.
E così, il nostro derby, la partita con la "P" maiuscola, quella che sogni ad agosto quando escono i calendari, quella a cui non si può proprio rinunciare, quella che anima i nostri cuori, infettati da una passione malsana, accecati dal bagliore delle torce ed offuscati dalla coltre dei fumogeni, si è giocato senza di me.
Oggi il derby non lo guardo. Lo ascolto, lo respiro.
Esco poco prima del calcio d'inizio, con il sincero intento di tornare a casa.
In realtà non ci riesco, mi fermo a passeggiare nel prato sotto il colombaio, camminando avanti e indietro, senza una meta precisa, come uno sprovveduto spacciatore al suo primo giorno di lavoro, che ancora non capisce che in quel punto non può stare perché di competenza di quel dominicano che ti sta prendendo le misure con lo sguardo.
Mai avrei immaginato lontanamente che si potesse ascoltare un derby.
È la prima volta ed è stato un qualcosa di veramente surreale, direi mistico.
Forse un po' triste e patetico ma pur sempre mistico.
Perché puoi veramente apprezzare come la curva sia un'entità viva, con un'anima propria, che respira, con un cuore che batte, un leone che quando ruggisce ti fa vibrare dentro.
E allora la partita inizia con un bel cielo plumbeo, una leggera brezza, i cori della curva che rimbombano nell'aria ed io seduto su un muretto senza anima viva nelle vicinanze.
Sembrava una scena di Lost.
Che cazzo di esaurito.
Persino Timoty, il mio amico immaginario, si è rifiutato di rimanere con me, lasciandomi li da solo, inutile come una partita a porte chiuse, con la testa china sul telefono, a cercare di esprimere questo disagio nonché a giustificarmi con gli assistenti sociali che potrebbero leggere questo pezzo.
Oggi è così.
E preferisco evitare quella patetica retorica strappalacrime su quanto possa essere infame il destino, con quelle frasi di circostanza più scontate delle mie metafore calcistico-sessuali.
Dio ci assiste cari miei, nel senso che se ne sta seduto lì, a guardarci, senza mai fare un belino di niente.
Finisco questo pezzo quando siamo intorno al quindicesimo del secondo tempo, quindi senza neanche sapere quanto finirà.
Anche perché comincia a fare freddino e sento il bisogno di parlare con Timoty; quindi può bastare.
Oggi non ho nemmeno la voglia di prender per il culo i pisani retrocessi.
Torno a casa chiudendo così il mio personalissimo e forse un po' ridicolo modo di fare le condoglianze alla famiglia.
Il compito di pregare per loro lo lascio a voi, che ancora ci credete.
Del resto, dopo anni ad ingoiare ostie, di Ave Maria ed otto per mille, prima o poi qualcuno vi risponderà, cazzo.
È il mistero della fede, direte voi.
Lo capisco benissimo, rispondo io.
Sul serio.
È più o meno la stessa fede che mi porta a girare su e giù lo Stivale per assistere ad una messa di novanta minuti più recupero, a venerare undici apostoli in maglia bianca e con la mente sempre rivolta a quell'entità che nessuno di noi ha mai visto ma che tutti pregano, la serie A.
Con l'unica differenza che la serie A esiste per davvero.
Amen.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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