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Ultimo aggiornamento: Venerdì 24 Maggio - ore 08.04

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L'ultimo dribbling

Cagnilandia

Un antidoto al calcio o.g.m.? chissà. Ma tra la futbolandia di Jorge Valdano, uno che ha vinto tutto ed è stato l’eroe del Real Madrid, e Cagnilandia, quella del Gigi operaio che fu eroe di San Benedetto e Real Piacenza, non passa poi molto. C’è il sogno, la poesia, un po’ di sano realismo del calcio che fu e che non è. C’è molto del tempo in cui sbagliare un passaggio significava molto, in senso negativo (non ora che sbagli un appoggio di metri 3 e ti applaudono). Quello in cui, per intenderci, la tecnologia di punta non erano le televisioni, ma la strada, ed in cui si combatteva a piedi nudi. Ieri Gigi Cagni parla del suo calcio a Fezzano, ospite dell’Associazione allenatori, con Alteo Bolognini, Domenico Canepa e tanti altri, più giovani, a sentire. Sono lampi quelli dell’attuale tecnico dello Spezia, che sembra essere un giocatore che con una finta al calcio di oggi fa fuori tre avversari. Ha giocato nella Primavera del Milan ai tempi di Gino Maldera (nel Viareggio), l’Inter lo voleva come allenatore; ha toccato il Parma e la Sampdoria, poi il Genoa; ha fatto il terzino ed il libero, ai tempi in cui se non nascevi calciatore era uguale, e se non sposavi una velina te la facevi con la compagna di scuola. Erano i lustri in cui si credeva ancora un po’ alle fate ma anche quelli innocui, e si rideva di più di calcio. E non c’era un giornalismo pronto a vender tutto. Era il mondo di Cagni:”A me piace parlare di calcio -ammette lui- ho lavorato con i ragazzini un anno, Primavera del Brescia, non ero adatto. Io li allenavo come fossero professionisti, al diavolo la scuola ed i compiti, bisogna saper conciliare le cose. Non sarei mai stato capace di allenare un dilettante, che ti arriva al campo dopo ore in negozio e con il panino in bocca. E’ solo una mentalità. Ma elaboro una distanza tra quello che sono oggi i giovani tecnici ed io, per questo posso essere poco un riferimento”. Poi i giovani, quelli che nel calcio oggi scommettono da presto sull’impossibile, seduti o davanti una panchina:”Io non capisco gli allenatori che parlano di tattica ai ragazzi di 10-11-12 anni. Non è la lingua giusta. Poi ti lamenti della mancanza di fantasia, non vedo più un dribbling. Anni fa Sacchi ha fatto quello che voleva con il suo calcio, gli altri hanno pensato di poterlo fare con altra gente in squadra. Non bisogna mai tarpare i giovani, ma lanciarli quando è giusto, nel periodo di maturazione”. Di storia in storia:”Io dovunque sia andato, amo fare il giovedì il test, e spesso mi piace farlo con le squadre della provincia, si crea simpatia e collaborazione. A Salerno, una settimana, ho difficoltà a trovare il club e quindi mi portano gli allievi nazionali. Ad un certo punto vedo di là un bestia di giocatore. Possente pur ragazzino (Andrè Zoro:ndr), e vado dal mister della giovanile a dire’ scusa, ma perché non lo mandi nella Primavera?’. Nulla. A Genova uguale, durante un’analoga situazione giochiamo contro gli allievi di Sirio Corradi, e vedo un’ala sinistra, Grieco, una spanna sopra. Stessa domanda e stessa risposta ‘ resta qui, così vinco’”. Molto nasce dall’educazione, dalla cultura calcistica, che viene trasmessa anche in famiglia:” Ricordo i primi tempi a Brescia con i ragazzini; mi stufai di qualche genitore, troppo invadente, gente con aspettative. Chiusi lo stadio per l’allenamento; alcuni ragazzi vennero a ringraziarmi, altri a parlare. Questi ultimi erano quelli che preferivano studiare, ma erano lì perchè il genitore vedeva in loro qualcosa. Non io, che li allenavo, il padre”. I mister presenti in sala sollecitano un dialogo molto aperto e piacevole, perde chi non viene ad ascoltarlo. Il pallone piace a tutti, condividerlo è una necessità (con Marco Biloni è stato compagno di squadra), ma sono tanti mondi distanti:”Non sono cresciuto a moduli, fatelo anche voi con i ragazzini, alla loro età un tempo si correva semplicemente dietro la sfera, non ti dicevano come schierarti. Non c’è molta educazione alla base. Ma ci sono società che fanno un lavoro importante anche su questo”. “Tempo fa mi sono trovato a Bergamo con la Primavera dell’Atalanta, in una hall dell’aereoporto; sono entrato, mi hanno riconosciuto, si sono alzati e mi hanno salutato, tutti. Chi insegna anche questo è uno che fa bene al calciatore e dall’uomo”. Del grande calcio che lo ha tenuto sulla soglia non rimpiange nulla, ma anzi se ne sente parte, parlandone con chiarezza.”Sento molti, anche ex calciatori. Leggo tanto, mi confronto. A volte non condivido ma non sempre ho ragione. Quando Ancelotti mise Pirlo centromediano basso ebbi perplessità, mi ha convinto. Stamaccioni un po’ meno, ha fatto un salto troppo alto. Oggi non ha la vera Inter in mano per i tanti infortuni ma non vuole giocare da provinciale. Farebbe meglio. Un giorno mi chiamò per un consiglio Zenga che allenava in Turchia, mister che faccio, devo per forza fare risultato? Ed io ‘mettiti il 10-1, che devi fare?’. Magari faccio io lo stesso sabato a Padova, dove devo prende punti per forza”. Vicino a lui anche il giovane preparatore Paolo Giordani, che come lui, non sembra entusiasta del sintetico e del Picco nuova generazione. Ma son dettagli di un pomeriggio bello come una partita antica. E’ il calcio dei piedi scalzi, che ha fatto forte anche uno come Cagni:”Non ho più paura di nulla, dopo anni. Ho imparato anche a subentrare a stagione incorso, mica semplice. Ho capito quello che forse i calciatori di oggi non capiscono, che sono un punto di riferimento per tutti. Prima di insegnare il calcio, dovrebbero insegnare la vita. Io il Primo Maggio non festeggio la festa del lavoratore, faccio l’allenatore, mi diverto. Lavorare significa andare in fabbrica o in miniera”. Benvenuti a Cagnilandia.
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