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Ultimo aggiornamento: Sabato 18 Novembre - ore 20.10

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The world is not enough

UNA POESIA SALVERA' IL MONDO (E IL MIO PRANZO). Diario da Sarajevo.

“Chi ha fatto il turno di notte per impedire l'arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”
Durante l'assedio piu' lungo e terribile della storia del 900 (dal 5 Aprile del 1992 al Febbraio del 1996) i cittadini di Sarajevo mettevano a rischio la propria vita recandosi alle serate di poesia in una citta' martoriata dalle bombe e senza corrente elettrica. Continuare a parlare di poesia, arte e letteratura era un modo per esorcizzare gli orrori e la paura della guerra e Izet Sarajlic, uno dei piu' grandi poeti bosniaci recentemente scomparso,fu uno dei principali animatori di queste serate. Al tempo dell'assedio scrisse questi e numerosi altri versi, come “Il libro Degli Addii” nel quale salutava gli amici esiliati o uccisi durante il conflitto.

Ci sono luoghi che capitano sulla nostra strada ed entrano nella nostra vita quasi per caso per poi non abbandonarci piu'. Cosi e' stato per me e Sarajevo: inserita all'ultimo momento come tappa di un viaggio attraverso i Balcani ha finito per conquistare il mio cuore,regalandomi ogni volta sensazioni intensissime che mi fanno tornare a casa sempre un po' diversa, sara' forse per quel fascino dolce e malinconico che la contraddistingue, per il melting pot culturale, o per il suo passato cosi tragico (fu proprio qui che nel Giugno del 1914 venne ucciso l'arciduca Francesco Ferdinando dando formalmente inizio alla prima guerra mondiale, e poi divenne teatro della furiosa guerra che insanguino' la ex Jugoslavia a meta' degli anni '90 ).
Degli anni della guerra ho ricordi molto vaghi, al tempo ero un'adolescente troppo concentrata su stessa, i Balcani a due passi da noi sembravano una realta' lontanissima; le poche cose che ricordo sono le immagini trasmesse all'ora di cena dai telegiornali ( tristemente famoso era il “viale dei cecchini” che collegava la citta' all' aeroporto, con i palazzi devastati e i tram usati come riparo dai civili per sfuggire agli spari) o gli U2 che cantavano “Miss Sarajevo” facendo arrivare al resto del mondo che restava a guardare attonito il disperato grido d'aiuto “Don't let them kill us”.
Oggi, a poco piu' di vent'anni di distanza dalla fine del conflitto, i segni lasciati dalla guerra sono ancora ben visibili. Camminando per le strade del centro compaiono sotto i nostri piedi i crateri lasciati dalle granate ora dipinti di rosso (le “rose di Sarajevo”), molti palazzi mostrano i segni della furia dei bombardamenti ed e' possibile farsi un'idea di cosa siano stati quegli interminabili quattro anni di assedio e di follia umana visitando il Museo di Storia della Bosnia Erzegovina, un tetro palazzo razionalista in cemento armato che, come ci spiega il custode/guida, a causa dei tagli del governo sta letteralmente cadendo a pezzi ( ricordo una visita in pieno inverno, fuori nevicava ma faceva comunque piu' caldo che all'interno a causa dei riscaldamenti definitivamente fuori uso).
Ma Sarajevo e' da amare non solo per il suo passato, e' da amare soprattutto per il suo presente: per i filobus che sferragliano pigri, per l'antico quartiere della Baskarsija dove gli anziani giocano a scacchi e backgammon nei vecchi bar,per la vivacita' culturale delle nuove generazioni, per quando in inverno cade la neve e sembra di essere in un luogo magico e irreale, per il fiume Milijacka che scorre lento e sinuoso sotto i ponti di pietra ( e anche sotto a quello dell'omicidio di Francesco Ferdinando). Oggi la Biblioteca Nazionale e' tornata al suo antico splendore dopo anni di restauri, ed e' bello con la bella stagione sedersi ad ammirarla al di la' del fiume seduti ad uno dei tavolini del ristorante Inat Kuca ovvero “la casa della vendetta”:leggenda vuole che si chiami cosi perche' in origine sorgeva proprio al posto della biblioteca, ma, abbattuta per fare spazio a quest'ultima fu ricostruita dai proprietari esattamente di fronte con questo nome in segno di sfida.

Per tornare infine al poeta Sarajlic con il quale ho iniziato questo diario di Sarajevo posso affermare che,molto piu' prosaicamente, con i suoi versi ha “salvato” non solo le sorti del mondo ma anche quelle di un mio pranzo quando tutto ormai sembrava perduto. Un giorno infatti, io ed alcuni amici molto affamati finimmo nello storico ristorante Marijin Dvor, celebre per aver ospitato prima della guerra i piu' grandi artisti, letterati e scrittori del Paese; eravamo terribilmente affamati, ma i problemi con la lingua e l'essere vegetariani di alcuni di noi non aiutavano i rapporti con la poco loquace e poco incline alla comprensione padrona del locale. Ci vedevamo gia' spacciati ma improvvisamente riconobbi appeso ad una parete il riatto di Sarajlic : cio' mi fece guadagnare immediatamente la stima infinita e i favori della padrona di casa, garantendoci cosi un lauto pranzo e addirittura la sua compagnia a tavola.




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