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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 26 Aprile - ore 21.24

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E' ufficiale: per essere gol deve toccare la rete

Le lacune, ormai croniche, delle nostre amate aquile, si muovono di pari passo con le mie personalissime frustrazioni domenicali.
Questa volta ci voleva la fiera di San Giuseppe, percorsa rigorosamente con passeggino, cane e palloncino d'ordinanza, a dare il colpo di grazia ad un altro di week end chiuso con l'amaro in bocca e con un gioioso coniglietto in più nello stato di famiglia, così come democraticamente deciso dopo una breve consultazione tra mia moglie e il mio bancomat.
"Hai fatto benissimo fagiolina mia, un mammifero intelligente che gironzola per la casa fa sempre comodo".
Ritengo che il segreto per non turbare l'ecosistema borghese di mia moglie consista nel preoccuparmi che il mio decadimento fisico, sociale e attentivo proceda ad una velocità inferiore di quella con cui si rincoglionirà prima di realizzare che sono un cazzone senza futuro.
Ma fino ad allora, mi toccherà nascondere le occhiaie, tenere l'asse del water pulita e fingere di ricordarmi come si chiamano i suoi parenti.
Ad ogni modo, per l'irrinunciabile quanto insidiosa trasferta di Brescia, con i ragazzi del mio gruppo ci muoviamo con il pulman organizzato dalla curva.
Torpedone a due piani da ottanta posti in cui la concentrazione di materia grigia è così alta che una volta tornati a casa avevo una laurea in più.
Parlare della partita è fastidioso, perché al netto di quelle che sono le nostre mancanze, non si può non recriminare per quello che definirei il Santo Graal degli errori arbitrali.
Al minuto 50, quindi sull' 1-0 per noi, Granoche spinge la palla oltre la linea bianca per quello che sarebbe stato il punto esclamativo sulla partita.
Peccato che il signor Martinelli, con una interpretazione del tutto innovativa del regolamento, ritenga che per convalidare il gol la palla debba toccare la rete.
In pratica si può giocare anche dentro la porta; finché la rete non si gonfia vale tutto.
E cosi, anziché chiudere i conti, lo Spezia si fa rimontare dal Brescia che conquista un punto prezioso.
Questo episodio mi ricorda una delle prime volte che feci sesso con una ragazza inglese che conobbi in vacanza.
Ricordo che aveva ricevuto una solida educazione religiosa che l'aveva resa una persona socialmente molto educata e composta.
Quasi mai uscivano cose sconce dalla sua bocca.
Sicuramente molte meno di quanto non ve ne entrassero.
Ricordo che le solite malelingue la soprannominavano "11 settembre", per via di quella curiosa passione per le doppie penetrazioni.
Ma a me non importava.
Per me era solo una ragazza come tante altre, che coltivava sogni, ambizioni ma soprattuto marijuana.
O almeno questo risultava dai verbali della questura.
Era di gran lunga la ragazza più dolce di cui ancora conservo filmati amatoriali di ottima qualità.
Insomma quella sera arrivammo al dunque e dopo una manciata di minuti ad alto ritmo raggiunsi l'apice della felicità, arrampicandomi sul sedile del mia Ford Fiesta come sull'inferriata del settore ospiti dopo un gol a tempo scaduto.
La guardai negli occhi. Pareva perplessa.
Io non capivo.
Finché lei non decise di rompere il silenzio nel modo peggiore, chiedendomi se ero dentro.
"It's inside?"
Io, senza scompormi, mentre ripiego repentinamente lo scottex nel marsupio, con un inglese striminzito imparato durante una breve quanto burrascosa relazione con una nigeriana di Viale Fieschi, le dissi che in realtà avevo già finito.
"The pen in on the table, bitch."
Ora, è risaputo che il profilattico possa privare di gran parte della vera ragion d'essere dell'amplesso.
Ma ciò non toglie che era nettamente dentro; il fatto che non abbia sentito nulla, con buona pace di tutti, non ha alcuna importanza.
Probabilmente Granoche poteva andare più deciso e forse avrà usato il preservativo ma nessuno può mettere in dubbio che era dentro.
Ho avuto modo di affrontare l'argomento, durante il viaggio di ritorno, anche con l'equipe di sessuologi presenti sul pullman, in un vivace dibattito all'esito del quale si è affermato il principio secondo il quale con il "cappuccio" si sente effettivamente meno.
Le fanciulle presenti sul pulman, che sono pervenute, in maniera pressoché unanime, a questa indiscutibile conclusione, durante la lettura di queste righe staranno ora pensando "fa che il coglione non faccia nomi perché a sto giro finisce male".
Ebbene no. Non farò nessun nome, perché ammetto di avere la mente altrove.
Penso alla felicità di mia figlia quando ha preso tra le braccia quel simpatico coniglietto ed alle analogie con la storiella della ragazza inglese, quando ho vissuto una gioia simile.
Ricordo infatti che dopo quella breve vacanza per colpa sua presi la sifilide.
Al mio ritorno lo raccontai ai miei genitori che mi rimproverarono in maniera esemplare ma alla fine, dopo qualche capriccio, dissero che potevo tenerla.
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