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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.45

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Digi-Mare: La Spezia Futura

Della piazza, per la piazza

Mi rendo conto, nell’immancabile esercizio di tirare una riga alla fine di un anno per poter sperare di far meglio il successivo, con quella solerzia che si spegne generalmente entro l’Epifania, mi rendo conto insomma di aver utilizzato questo spazio in una maniera raramente coerente. Diciamo che, intimamente, ci vedo una coerenza: è coerente a un percorso di vita che nell’ultimo anno è stato estremamente mutevole: il 2016 ha sparigliato le carte sul mio tavolo almeno un paio di volte, e quando non l’ha fatto lui l’ho fatto io. Trovare un fil rouge da riproporre in questa rubrica mi è stato spesso impossibile, ed è per questo che spesso mi sono astenuto dal farlo.
Sarò onesto con me stesso: non prevedo che le cose migliorino, o comunque cambino, nell’anno appena iniziato.
Mi asterrò dunque da tutta una serie di altre cose, probabilmente, nell’anno che ci consegnerà un nuovo primo cittadino, dopo che per diec’anni abbiamo avuto lo stesso. E la si può pensare in tante maniere circa il suo operato, ma La Spezia del 2017 è profondamente diversa da quella del 2007. E già questo, in una città di provincia, non è certo un passaggio scontato.

Mi asterrò dal commentare la cronaca spicciola, e mi permetterò solo di aggiungere due punti di vista alla discussione finora tenutasi su quello che sembra essere l’unico tema portante del dibattito pubblico cittadino.
La prendo alla larga: non stiamo parlando del ruolo di piazza Verdi, stiamo parlando del ruolo della Piazza in generale. E forse non stiamo neanche parlando solamente della Piazza in generale, ma di tutto quello che è argomento di discussione nella res publica.

Mi muoverò su due piani. Gli unici due che abbiano senso, in fondo, per la nostra specie. Quello del tempo e quello dello spazio.
Dal punto di vista del tempo, è bene fare un passo indietro, storicamente parlando. Val la pena sottolineare che la piazza non è un concetto che appartiene a tutte le culture. È un modello quasi esclusivamente europeo, inizialmente greco – l’agorà che era il centro dell’apprendimento e della vita dell’urbe – poi espanso a macchia d’olio in tutto il continente, in ogni Paese con le proprie caratteristiche e personalizzazioni. Nel resto del mondo, in Asia, persino in America, sostanzialmente il concetto di piazza non esiste, se non come recente copiatura improvvisata, con le conseguenti storpiature (vedasi Times Square). E non esiste perché non esistono le istanze che hanno portato alla sua creazione: creare un luogo di aggregazione, di dibattito.
La piazza ha il ruolo apparentemente assurdo in una città di non condurre da nessuna parte: è l’antitesi della strada. È un luogo fatto per stare, quando tutto, nell’urbe, è un inno al movimento. La piazza deve invece favorire le relazioni, produrre coesione sociale, municipale. La piazza è, non solo simbolicamente, democrazia: e infatti è osteggiata, dimenticata, in tutti i regimi che non la prevedono.
La piazza è il primo di tutti i social network. La piazza non è un parcheggio, in sostanza, né i pini, secolari o meno, che lo adornano.
La piazza va ripensata. Quotidianamente. Ogni parte della città va ripensata – una città senza cantieri è una città morta, che guarda solo al suo passato e non prova a progettare il suo futuro – ovvio, ma la piazza di più. Se non la si ripensa, sfocia immediatamente nell’anacronismo e, soprattutto, si svuota.
La piazza ha, infine, bisogno di tempo: nel caso specifico per essere completata, ma poi per essere introiettata, fatta propria. I graffiti, gli skaters, le coppie, gli escrementi di piccione, le deteriorazioni e le sostituzioni: tutto questo porterà a ridefinire la piazza continuamente, al pari del resto dello spazio urbano. E a normalizzarlo, a limitare il contrasto che ora è stato volutamente creato. Per far discutere, certo, per fare agorà.

Infine, viene lo spazio. La piazza dev’essere pensata per convergere. Si muove di un moto centripeto, che ingloba e non allontana.
Non esistono altri temi: non esiste la bellezza, che è enormemente soggettiva e che, la storia c’insegna, se insegue il compiacimento del popolo è destinata a risultare un esercizio demagogico, che nulla ha a che vedere con l’arte. E' totalmente irrilevante il giudizio estetico sui colori, le critiche ad un budget finanziato dall’Unione Europea e che no, non poteva essere usato per altri fini, rattoppare le buche nelle strade, aiutare i più poveri e rifare i tombini di ghisa.
Esistono però dei giudizi, che dall’Europa e dal resto d’Italia si affollano su questo progetto, e che non ho mai visto commentare dalla cronaca locale. Il mio contributo spaziale si limita a questo: guardare con gli occhi vergini di chi viene da fuori, e non è l’archistar né il critico d’arte in cerca del quarto d’ora di celebrità warholiana. Perché di questa piazza, di ogni spazio pubblico, non ne parla solo la cronaca locale, ma anche quella nazionale, quella di settore – chi ha mai letto artribune? –, quella estera. È su quest’orizzonte che bisogna dimensionarsi, se ci si vuole proporre davvero su scala europea, se si vuole uscire dalla miopia che conduce ai giochi al piccolo cabotaggio, alle piccole rendite di posizione, la contestazione irriverente e inconcludente, gli striscioni ironici che non fanno ridere nessuno.

La nostra è una città d’inclusione: storica, culturale, economica. Essendo un porto, non potrebbe essere diversamente. Disponiamo di almeno altre cinque piazze che assurgono ad un ruolo strategico: piazza Brin, che nel suo ultimo libro Paolo Sorrentino si sente addirittura in dovere di inserire nella lista dei ringraziamenti, nata per prima, e anche la prima a cambiare, assecondando i gusti e le voglie di chi è il nuovo fruitore dei suoi spazi; Piazza del mercato, anima del commercio che ancora ha il coraggio di opporsi alle logiche della super, iper mercificazione; piazza Garibaldi, il vero cuore multietnico spezzino, nonché, insieme a Piazza Saint Bon, biglietto da visita della città per chi la raggiunge via treno; piazza Concordia, la piazza più sottovalutata della città, ma forse la più spontanea e popolare; e piazza Europa, che forse davvero piazza non è ma che almeno ora dialoga nel suo rifacimento con la neonata Verdi.

“Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo a un dialogo”, scriveva Calvino nel libro che sintetizza ogni possibile progetto di città in potenza, “Le città invisibili”. Il nostro è già iniziato, il compito di ogni cittadino, ora, è di non renderlo sterile.

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