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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 07 Dicembre - ore 23.40

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La dura Legge del Goal

La normativa antidoping.

Con l’appuntamento di oggi analizzeremo la seconda sessione della giornata di studio sul diritto sportivo del 21 Ottobre scorso promossa dall’Associazione Italiana Avvocati dello Sport, in occasione della Terza Assemblea Annuale dei Soci che ha preceduto l’evento formativo, in collaborazione con il centro studi Sports Law and Policy Centre e la Rivista di Diritto ed Economia dello Sport - RDES.
Si è parlato della normativa antidoping ed in particolare delle norme, giurisprudenza e proposte di riforma anche in ottica di lotta al doping.
A tal riguardo, è intervenuto il Gen. Leonardo Gallitelli, Responsabile NADO Italia, per illustrare l’attività dell’ente preposto alla lotta antidoping in Italia e condividere lo spirito con il quale tale organizzazione adempie alla propria missione.
La NADO agisce in un sistema in cui molti si interrogano sulla trasparenza e correttezza delle competizioni sportive. Il competente organismo italiano - diversamente da altre esperienze nazionali - si affida all’attività di medici professionisti per effettuare i controlli sugli atleti e può contare sul laboratorio FMSI di Roma, inserito nella lista di quelli accreditati dalla WADA.
La NADO-Italia è recentemente divenuta ancora più autonoma dal CONI potendo contare su una struttura indipendente e che rappresenta ormai un modello a livello internazionale.
Il doping è una forma di corruzione in grado di minacciare la fiducia che il pubblico riserva nello sport. La cronaca recente ha steso non poche ombre sulla effettiva possibilità di combattere il doping. Tuttavia su una media mondiale di 250.000 test annuali il numero di atleti che risultano positivi è inferiore al 2%.
Dall’altra parte occorre rendere ancora più efficiente il quadro entro il quale l’azione delle organizzazioni antidoping si sviluppa. Ciò non solo al fine di tutelare lo sport, ma anche il bene supremo della salute, anch’esso necessariamente minacciato. Per questo secondo il Gen. Gallitelli è necessario un rafforzamento degli strumenti messi a disposizione ed un irrigidimento delle misure normative.
A seguire il Vice Procuratore Antidoping l’Avv. Mario Vigna è intervenuto per descrivere nello specifico in cosa consiste l’attività della procura antidoping, evidenziando come essa si rivolga non solo a sanzionare il semplice uso di sostanze proibite, ma anche a censurare altri comportamenti costituenti violazione della normativa antidoping ai sensi della normativa WADA e della NADO Italia. In particolare, è considerato doping non sottoporsi al controllo, così come il non compilare correttamente i whereabouts. Allo stesso modo anche fornire o somministrare sostanza proibite a terzi costituisce una violazione delle regole. Da ultimo, è stato evidenziato come ai sensi della normativa sportiva italiana, anche l’omessa denuncia è contemplata tra gli illeciti.
In Italia l’uso di sostanze dopanti è altresì oggetto di norme penali che ne puniscono l’uso e la somministrazione. Tuttavia manca una perfetta coincidenza tra le ipotesi perseguite a livello sportivo e quelle perseguite a livello penalistico, posto che la legge penale prende in considerazione un numero più circoscritto di condotte. A tal riguardo, si è auspicata la modifica e l’integrazione delle norme penali attuali.
Il Dott. Renato Grillo, Consigliere della Corte di Cassazione ha ammesso - confermando quanto sottolineato da alcuni relatori - che la legge penale contro il doping presenti un certo grado di obsolescenza e necessiti di un aggiornamento e di qualche integrazione. La necessità di un aggiornamento era stato del resto già avvertito nella XV legislatura, con un disegno di legge che però non ha trovato seguito.
Secondo il Cons. Grillo in Italia manca altresì una norma di raccordo per garantire una costante informazione e una comunicazione reciproca tra le autorità che intervengono in materia.
Il problema del doping amatoriale è uno degli aspetti critici che hanno afflitto il mondo del ciclismo e rispetto al quale però la Federazione italiana ha tentato di reagire, anche con misure impopolari, come sottolineato dal Dott. Paolo Pavoni, Vice Segretario Generale Federazione Ciclistica Italiana. In particolare, si è rammentata la introduzione della certificazione etica dei cicloamatori, che vincola al rispetto delle regole anche i soggetti non professionisti, soluzione di cui anche il TAR ha riconosciuto la legittimità.
Più in generale il doping ha prodotto i riflessi più nefasti sul ciclismo. Per questo il movimento ciclistico italiano ha dovuto reagire con durezza. Del resto gli alti numeri di atleti sanzionati è anche il risultato di un ingente numero di controlli (453 controlli su gare nazionali di cui coltre la metà su richiesta della federazione).
Ma la Federazione ciclistica non si è fermata, modificando la propria struttura e creando una divisione antidoping indipendente.
Sebbene le voci intervenute si siano dette soddisfatte dei risultati recentemente ottenuti dalla lotta al doping, tutti condividono che vi sia ancora molto da fare.
Tra gli interventi del pubblico a chiusura dei lavori si sono distinte le parole dell’Avv. Manuela Olivieri Mennea, che ricordando l’esempio dell’indimenticato Pietro Mennea ha spiegato come egli abbia dimostrato che il vero successo sportivo, in grado di rimanere intatto nel tempo è dato dall’amore, dal sacrificio e dall’abnegazione per lo sport.
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