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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 07 Dicembre - ore 23.40

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Spot the difference

Una breve sintesi non esaustiva dei diversi atteggiamenti di fronte alla vita degli esseri umani di New York versus quelli della Spezia.

Sono passati ormai - o solo? - quattro mesi abbondanti da quando ho fatto la scelta professionalmente più importante della mia vita: lasciare il mio posto di lavoro in Iveco per dedicarmi alla mia startup, Eattiamo, fondata insieme ai miei migliori amici.
Una scelta che ha detonato una valanga di cambiamenti, piccoli e grandi, visibili e invisibili. Uno dei più evidenti di questi cambiamenti è stato quello geografico: ho lasciato Bangkok, e Torino, per spostarmi su New York e La Spezia.
E se mai mi era passato per la testa di disegnare paragoni tra la Thailandia e la mia città e il mio Paese natale (due mondi, due culture che non si parlano in nessun modo, palesemente inconfrontabili), con gli Stati Uniti, che conoscevo solo superficialmente, questo stimolo mi è giunto al cervello in maniera più nitida e necessaria.
Con questo non pretendo certo di inerpicarmi su confronti urbani o morfologici tra due luoghi, New York e La Spezia, che credo in letteratura nessuno mai si sia azzardato ad accostare.
Ma ci sono un paio di cose a livello di approccio alla vita che risultano così antitetiche, così contrapposte, che non ho potuto proprio fare a meno di annotare. Premesso che l’umanità di New York è sufficientemente varia da meritarsi non solo un progetto fotografico – lo splendido "Humans of New York" – ma probabilmente una voce enciclopedica a parte, mentre quella spezzina è sicuramente più facilmente riconducibile a uno spettro comportamentale ben più ristretto, ecco dunque una breve sintesi – non esaustiva, come da occhiello – delle principali differenze che costituiscono lo shock culturale di un italiano nella Grande Mela.

La prima differenza è quello che ho ribattezzato “alterazione da eccitamento”: non so esattamente da dove provenga, se dall’alto consumo di cocaina pro-capite newyorchese o da un sistema educativo e culturale improntato allo “yes we can” di obamiana memoria, ma qualsiasi cosa tu dica o racconti riguardo la tua vita viene catalogato immediatamente dal tuo interlocutore come “super exciting” (no, non nel senso da false friend linguistico che il mio maschio alpha tipo italiano vorrebbe suscitare). Che tu sia un avvocato, uno startupper, un burocrate delle poste o un casalingo, chiunque tu incontrerai, che sia un ricercatore della Nasa o uno spacciatore del Queens, rimarrà estasiato dallo sviluppo della tua vita e continuerà a sottolineare quanto sei fortunato a fare quello che stai facendo in quel preciso momento della tua vita. E, anche se le cose ti stanno andando di merda, TUTTI sono sicuri che “hey, tranquillo uomo, continuando a lavorare duro come stai facendo otterrai dei successi incredibili”.
Ora, considerando la provenienza geografica del pubblico di questa rubrica, non credo vi risulti difficile comprendere quanto questo sia scioccante per qualcuno cresciuto in un humus culturale in cui qualsiasi tuo tentativo di trovare la tua strada nell’esistenza è accolto nella migliore delle ipotesi da un “Cose? Cos’te vè fae te?” e una totale certezza riguardo il fallimento di ogni tua potenziale idea di sviluppo.
È questo tipo di differenza di atteggiamento che ha portato a far sì che New York producesse storie come quella di Rupert Murdoch o di Woody Allen e Spezia quella di Alexia.

La seconda è il rispetto della classe dirigente. Anche in un momento in cui è palese che gli Stati Uniti soffrano qualche problema, con la candidatura di Trump che mette in soggezione anche lo stesso Partito Repubblicano, c’è una fiducia pressoché totale in chi gestisce la cosa pubblica, e spesso anche quella privata. Aldilà della venerazione quasi divina del Presidente, anche gli amministratori locali, si chiamino essi Bloomberg o Di Blasio, vengono guardati con un rispetto reverenziale che in Italia sarebbe visto come caricaturale. Questione di mancanza di senso critico per taluni – che c’entri il sistema educativo americano, ancora una volta? – , di cieco sciovinismo per talatri, o di una cultura più evoluta per altri ancora.

La terza differenza è di carattere religioso, o più latamente spirituale. Diversi studi hanno correlato in maniera inequivocabile l’aumento del reddito – e quindi, anche se non sempre, dell’educazione – con una diminuzione dell’afflato religioso. In questo senso, gli Stati Uniti costituiscono un’enorme eccezione, o anomalia. Il punto qui è più sociale però che ecumenico: in una società che premia l’individualismo, che crede così tanto nelle potenzialità umane che “tutti ce la possono fare”, chi rimane indietro viene immediatamente esiliato. L'esilio è reso ancora più confinante dalla quasi totale mancanza di ammortizzatori sociali del Welfare State a stelle e strisce. In questo senso, le comunità religiose giocano un ruolo fondamentale nel creare un senso di comunità e recuperare persone altrimenti emarginate. Quanto di più lontano da quanto sta succedendo in Europa e in Italia. E no, non è un giudizio di merito.

Molto di quello che stavo capendo con estrema fatica, comunque, l’ho poi trovato argomentato con un dono della sintesi a cui per il resto della mia vita potrò solo ambire da Kurt Vonnegut, in Mattatoio n.5, lettura a cui sono arrivato con improvvido ritardo solo quest’estate. Vonnegut investiga un campo a cui non avevo mai pensato, in questo senso: quello della mitologia. Lo fa mettendo in bocca queste parole a tal W. Campbell Junior, improbabile commediografo. È un brano tratto da un libro scritto negli anni ’70, ma a me è sembrato incredibilmente attuale.

L’America è la nazione più ricca del mondo, ma il suo popolo è in gran parte povero, e gli americani poveri tendono a odiare se stessi. Per citare l’umorista americano Kin Hubbard: “Essere poveri non è una disgrazia ma potrebbe anche esserlo”. Effettivamente, per un americano essere poveri è un delitto, anche se l’America è un paese di poveri. Tutti gli altri paesi hanno tradizioni popolari che parlano di uomini poveri ma molto saggi e virtuosi, e quindi più stimabili di qualsiasi individuo ricco e potente. Gli americani poveri non hanno tradizioni del genere. Deridono se stessi ed esaltano quelli che sono più ricchi di loro. I ristoranti e i caffè più modesti, gestiti da povera gente, dovrebbe avere sul muro un cartello con questa crudele domanda: “Se sei tanto intelligente, perché non sei ricco?”. E non dovrebbe mancare la bandiera, una bandiera americana non più grande della mano di un bambino, attaccata a una stecca di lecca-lecca e sventolante dal registratore di cassa.


Dice “America”, Vonnegut, tramite le parole di Campbell Junior, in quella stessa maniera in cui Donald J. Trump usa il continente, e non lo Stato, nel suo slogan “Make America Great Again”. Come diceva mia nonna, in quella maniera che avevo sempre ritenuto un po’ dialettale, confidenziale e vagamente illetterata. Una metonimia, il tutto per la parte.
Ed ecco l’ultima differenza allora: la volontà di sentirsi parte sempre di qualcosa di più grande degli americani, che fa da contraltare alla nostra tendenza alla disgregazione, all’identità resa possibile solo tramite la frammentazione, il “Divide et impera” dell’ultima ratio, che ci porta a dividerci in aree comunali sempre più piccole, e incapaci di parlarsi tra di loro, come succede tra le amministrazioni di diverso colore di Spezia, Lerici e Portovenere. E che porta a far sì che sia estremamente complesso anche gestire un territorio che tutto insieme ammonterebbe a non più di 200.000 anime. Poco più di un distretto di un quartiere di Brooklyn.
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