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Ultimo aggiornamento: Domenica 17 Gennaio - ore 10.46

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Romanticismo con i controcazzi

Scrivo queste righe dopo aver guardato negli occhi i ragazzi del mio gruppo, con i quali ho condiviso emozioni, reati e chilometri in giro per lo Stivale, dopo averli abbracciati uno a uno, con gli occhi lucidi, con gli occhi di chi ti vuole bene, di chi ci crede sempre, di chi fa parte della tua assurda, pazza ed insostituibile famiglia.
Il resoconto di questa incredibile serata voglio farlo partire proprio dal fischio finale, anzi dal minuto 85, quando Postigo, che non è esattamente un cecchino di professione, raccoglie un pallone vagante appena dentro l'area di rigore e lo incrocia sul secondo palo dove nessuno può arrivare, nemmeno quel destino cinico e perverso che ci ha sempre seguito, come un'eminenza grigia, nei momenti che contano.
Io ed il mio gruppo siamo posizionati nell'anello inferiore della curva ospiti, grossomodo proprio all'altezza di Postigo quando impatta la palla.
La accompagniamo con lo sguardo per tutta la sua fulminea traiettoria, praticamente in apnea, mentre attraversa in diagonale l'area di rigore come un proiettile impazzito, per un istante lungo quasi quanto una stagione intera.
Quando la rete si gonfia, quello che accade dopo, tra i cinquecento al seguito, non lo voglio neanche descrivere.
Cazzi vostri.
Una di quelle gioie senza tempo, senza età e senza senso che andrò a conservare in un cassetto speciale del mio cuore, come il calendario di Monica Bellucci su Max.
E pensare che pareva di vivere il solito copione, la solita storia, la nostra storia, quella costruita su malinconiche delusioni maturate sempre sul più bello.
Partita praticamente perfetta, forse troppo bella per essere vera.
E infatti la brusca realtà, come un fastidioso controllore dell'Atc che ti sale all'improvviso, si era presentata puntuale a tirarti la maglietta chiedendoti se tieni il biglietto per il paradiso.
Al minuto 19 della ripresa, il signor Pairetto ci fischia un rigore contro, lasciandomi dentro quel senso di frustrante impotenza che ti toglie persino la voglia di imprecare, come se in cuor tuo già lo sapevi, perché in fondo te lo aspettavi, perché alla fine, a noi, va sempre così.
Ricordo una delle prime volte che ho fatto sesso.
Ero durato così poco che la ragazza in questione ha guardato il mio pisello reagendo nello stesso modo con cui De Col è rivolto all'arbitro quando gli ha fischiato il rigore contro.
"Ma non l'ho manco toccato!!!".
In realtà, ad essere obiettivi, se riguardiamo attentamente le immagini dall'unica inquadratura disponibile non si può negare che un prolungato contatto, seppur leggero, ci sia effettivamente stato.
Per quanto riguarda il rigore, invece, direi no.
Quello non c'era.
Questa sera però gli dei del calcio sono dalla nostra parte perché quel biglietto, quello per il paradiso, questa volta ce l'abbiamo per davvero.
Lo Spezia rimane sull'autobus dei desideri e prolunga il proprio viaggio giungendo dove non era mai arrivato prima, perché Cesena non era la nostra fermata.
E allora mi godo il viaggio di ritorno in macchina, in un autostrada trafficata solo dei nostri dolci sogni, in quella che somiglia tanto ad una lunga quanto romantica fase post orgasmica.
Sapete cosa intendo no?
Dopo il sesso c'è chi si rilassa fumando una sigaretta, c'è chi ascolta musica, chi mangia e chi dorme.
Di solito io pago, ma non questa sera.
Questa volta, mentre un ghigno sornione accompagna i lineamenti del mio stanco viso, mi godo in silenzio le stelle che ci seguono durante il viaggio, con la musica dell'autoradio a rilassare i nervi provati da novanta minuti di sofferenza.
Questa sera la Cisa non è mai stata così bella.
E ora ci aspetta il Trapani.
Ed è il momento in cui c'è bisogno di tutti, cari miei, ma soprattutto di lei, del suo fascino, della sua spinta e del suo carisma.
L'altro giorno mi è capitato di passare in macchina da Viale Fieschi e non ho potuto fare a meno di guardarla.
L'ho intravista in quello scorcio che si crea tra la gradinata e l'entrata monumentale che porta al settore ospiti.
Non mi piace vederla vuota, è un po' come vedere una donna nuda e sola nella sua intimità e allora distolgo lo sguardo altrove perché quasi mi imbarazza.
Mi piace vederla piena, con il vestito da sera o magari sotto la pioggia battente, illuminata dai fari o dal bagliore delle torce, nascosta tra i fumogeni o dallo sventolio dei bandieroni.
Mi piace vederla in primavera, quando il sole che si alza alle sue spalle, dopo aver dato luce al resto dello stadio ed averne accarezzato i contorni, la illumina per ultima, come la star dello spettacolo quando sale sul palco.
Però mi piace anche in inverno, quando basta un acquazzone per farla bagnare tutta.
Mi piacciono le sue regole, la sua geografia e le sue contraddizioni.
Mi piace vederla quando i sogni di quattromila anime si materializzano nella forma e nel colore, facendo si' che quei freddi gradoni prendano vita come la più bella favola di Walt Disney.
Mi piace vederla arrabbiata, scontrosa, ignorante, talvolta permalosa ed intrattabile ma pur sempre sincera e genuina.
Mi piace sentirla ruggire, godere, urlare e festeggiare ma Soffro con lei quando piange, protesta ed impreca.
Potessi farci un buco nel muro penso che ci infilerei pure il pisello.
E probabilmente le verrei anche dentro, se solo non ci fossero le telecamere a circuito chiuso e non mi facesse irritazione il calcestruzzo.
Mi piace stare con lei in quei novanta minuti in cui ognuno di noi può tirare fuori il meglio o il peggio di sé stesso, in nome di una passione assurda per la quale non esiste cura conosciuta.
Novanta minuti in cui non importa a nessuno chi sei e da dove vieni, perché alla mia curva non interessa l'estrazione sociale, il reddito o le idee politiche.
La mia curva è democraticamente romantica.
E allora non ci resta che prendere il biglietto e vestirla con i panni dell'amore, di quello vero ed impossibile, che si vede solo nei film d'amore in bianco e nero degli Anni 50 o nelle favole che racconti a tua figlia prima di farla addormentare.
Ed è proprio questo che voglio.
Voglio accovacciarmi sulle ginocchia di un Di Carlo vestito da baby sitter e farmi raccontare questa favola assurda, tutta da ascoltare con l'entusiasmo di un bambino, raccolta in un un libro ancora da scrivere perché il lieto fine, oggi, non lo possiamo ancora immaginare.
Andiamo a scriverlo insieme.
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Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
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