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Ultimo aggiornamento: Domenica 19 Maggio - ore 17.16

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Gocce di Cina

Parlare la stessa lingua

“La comunità cinese è chiusa”: un’affermazione forte ma a cui è difficile obiettare. Spesso l’unica interazione con i cinesi è al bancone di un negozio o in un ristorante: misera comunicazione in un italiano smozzicato, rapida e indolore quanto basta a svolgere il servizio. Impatto inespressivo.
“Comunità cinese” e “integrazione” sembrano essere due parole che non vanno d’accordo, ed effettivamente la strada verso una vera integrazione è ancora piuttosto lunga, complici una serie di fattori di matrice culturale e linguistica che rendono faticoso questo processo.

Questo, però, non è l’unico scenario possibile. In mezzo a questo contesto più generale e visibile ci sono voci fuori dal coro, e non sono nemmeno poche. Vi racconto di una di queste, anzi... di una vocina: il piccolo Tuoyuan, bimbo nato a Wenzhou 温州 ma trasferitosi in Italia con la famiglia a cinque anni, soprannominato scherzosamente dai familiari “Yuan-yuan 圆圆”, cioè “tondo-tondo”, in riferimento… beh, come immaginerete, al suo essere paffutello e grassoccio, e al suo carattere pacioccone. Il piccolo aveva anche un nome italiano, e un nome importante, Tullio! Molte famiglie cinesi che vivono in Italia, infatti, spesso scelgono di dare due nomi ai propri figli: il nome cinese compare sui documenti mentre il nome italiano è quello con cui il bambino viene conosciuto dagli italiani.
Conobbi Tullio perché, finita a fare acquisti in un negozio cinese, mi ritrovai a dare una mano alla mamma che aveva difficoltà con un documento in italiano. Una volta appurato che parlavamo la stessa lingua, il passo dall’aiutarla con la traduzione all’aiutare Tullio con i compiti di scuola fu breve. I genitori non padroneggiavano la lingua d’adozione, e il bimbo arrancava con i compiti d’italiano - mentre se la cavava decisamente bene in matematica, come molti suoi coetanei cinesi. La cosa che mi colpì fu la loro forte volontà di trovare una baby-sitter italiana, che accompagnasse Tullio non solo in ambito scolastico ma anche alla scoperta di quello che era per lui un mondo nuovo: il passaggio dalla Cina all’Italia non era stato facile, e per il piccolo non si trattava solo di imparare un’altra lingua, ma un universo intero. Andò a finire che io e Tullio ci adottammo a vicenda: io lo aiutavo a fare i compiti e lo portavo al cinema, mentre lui mi correggeva quando parlavo in mandarino e mi faceva vedere i suoi cartoni cinesi preferiti.
Con la sua delicatezza di bambino, che era riuscita a non perdersi nel delicato passaggio fisico e culturale dalla Cina all'Italia, Tullio mi faceva da guida a sua volta, portandomi a scoprire il suo mondo: il negozio dove lavorava la mamma, la scuola cinese per seconde generazioni (dove gli toccava andare il sabato e la domenica, lamentandosi sempre per quelle ore sottratte al gioco!), il bar dove lo zio faceva i caffè e con il quale giocava a scacchi (ebbene sì, esiste anche una versione cinese degli scacchi!), e tanti altri luoghi. Se è vero che in quel periodo io aiutai Tullio a inserirsi a scuola e a imparare l’italiano, è altrettanto vero che lui fece lo stesso con me, insegnandomi così tanto del suo mondo che è difficile dire chi dei due sia stato il mediatore culturale.

Parlare la stessa lingua va oltre la condivisione di una grammatica, perché le parole non sono mai convenzioni neutre, sono un mondo dell’anima, uno specchio con cui vedere le cose. L’integrazione nasce quando si riesce a parlare un po’ della lingua dell’altro, e per farlo bisogna innanzitutto comprenderla, abbracciando il mondo che vi sta dietro. Quando vedo le difficoltà con cui le due comunità si integrano mi piace pensare a Tullio e alla sua famiglia, con la consapevolezza che non si tratta affatto di un caso isolato.
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