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Lapadula magicabula, ovvero un "Pretty woman" alla spezzina

Ci sono serate in cui la negatività si respira e si percepisce nell'aria come l'aroma dell'erba durante l'occupazione scolastica.
Erba inteso come giardino del cortile, ovviamente.
Quelle classiche partite in cui ti senti come durante l'interrogazione decisa a sorpresa della profe, nella quale sei perfettamente consapevole che il nome ed il cognome estratto casualmente, dalla lettura del registro, non potrà che essere il tuo.
La partita con il Pescara metteva di fronte due tra le squadre più in forma del campionato che si ritrovavano a braccetto in classifica come due anziani coniugi al parco.
Il classico Match che potrebbe farti definitivamente spiccare il volo mantenendo l'inerzia dalla tua parte e mettendo anche qualche punticino fra te e le inseguitrici.
Come odiosamente si suol dire in questi casi, il condizionale è d'obbligo perché la beffa era lì, dietro l'angolo, tanto atroce quanto, in cuor mio, prevedibile.
Queste partite mi ricordano tanto il rapporto conflittuale che ho sempre avuto con l'altro sesso.
Ci mettevo sempre la buona volontà, la giusta convinzione, muovendomi a tutto campo con la diligenza e l'abnegazione di Tommy Beltrame, cercando di guadagnarmi il 6 in pagella sperando di non fare belinate.
La mia manovra era sempre esteticamente gradevole ma quando era il momento di cambiare passo e di buttarlo dentro non c'era proprio verso.
Ero il Marco Veronese della figa.
E così è stato ieri lo Spezia, mai veramente capace di scardinare la difesa pescarese.
Devo dire che le due traverse del Pescara, per un momento, lasciavano presagire la benevola supervisione da parte degli Dei del calcio.
Ma era tutta un'illusione, svanita improvvisamente con un colpo di bacchetta magica e relativa irritante filastrocca di sottofondo.
Lapadula, magicabula, bidibi bodibibu.
Uno a zero Pescara e tutti a casa, signori.
La partita che doveva valere come trampolino verso paradisiaci destinazioni, ci riporta puntualmente e bruscamente sulla terra.
Delusione che mi riporta indietro nel tempo, in un'epoca lontana in cui mi innamorai di una ragazza, che in realtà era un trans.
Sapete come succedono queste cose, no?
Voglio dire, può capitare a tutti.
Cioè, magari non proprio a tutti ma a parecchi.
Ho semplicemente vissuto la mia personalissima storia d'amore impossibile.
E comunque lo ammetto, credo sia successo solo a me.
Una specie di Pretty Woman rivisitato in chiave spezzina, girato da un Carlo Vanzina affetto da Alzheimer.
La prima volta che la incontrai, ad un congresso se non ricordo male, fu quasi colpo di fulmine.
"Sei bellissima", le sussurrai banalmente.
"Trencia de boca e sinquenta du culu", rispose lei con sudamericana schiettezza.
Iniziammo a frequentarci con una relazione epistolare di settecentesca memoria, fatta di poesie e sonetti, scarabocchiati su banconote da dieci mila lire o su salviette usate.
Pareva tutto perfetto. Poi arrivò il Natale.
Ricordo ancora il giorno in cui vinsi la timidezza e le regalai un anello.
Lei si presentò con un barattolo di vaselina.
Rimasi perplesso. Subito le domandai come faceva a sapere che le sarebbe andato stretto.
Lei sorrise senza dire nulla. Inizialmente non compresi.
Lo feci più tardi, quando salimmo in camera.
E come dice Tiziano Ferro, a volte l'amore può fare male.
Male da morire.
In quel caleidoscopico gioco che è la seduzione io che dovevo interpretare la parte del Romeo mi sono ritrovato nella parte di Giulietta e lei che doveva interpretare la parte di Giulietta si è ritrovata nella parte di Romeo.
Deve esserci senz'altro una metafora di fondo ma in questo momento sono mentalmente troppo scarico per cercarla.
Ad ogni modo, è un po' quello che è successo ieri, con la non trascurabile differenza che questa volta non sono andato al pronto soccorso a farmi mettere i punti, ma vi assicuro che il profondo senso di mortificazione è stato pressoché il medesimo.
A questo punto non ci resta che metabolizzare in fretta questa delusione catapultando le nostre frustrazioni a Vicenza, perché siamo sempre lì e la classifica è cortissima.
Se fossi dotato di un minimo di sportività e obiettività dovrei probabilmente riconoscere i meriti di un Pescara che si è dimostrato squadra veramente solida e di qualità.
Sfortunatamente, avendo già scritto troppo, ho esaurito lo spazio che la redazione mi fornisce puntualmente con sciagurata disponibilità.
E come diceva il mio amico marocchino di Piazza Brin, mente varcava la soglia della comunità, troppe righe fanno male.
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