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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 26 Aprile - ore 21.24

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L'ultimo dribbling

Normal One

Una sera di aprile del 1998, a Stamford Bridge, al triplice fischio del marsigliese Batta, Mimmo di Carlo si avviò verso lo spogliatoio. Il Vicenza usciva dalla semifinale di Coppa Coppe come lui dal campo.”Non ho mai più rivisto quella gara, come altre, nella vita guardo solo avanti, ad altri capitoli” ci raccontava. Lo aveva fatto altre volte, dopo un Olimpico, un Menti, un Franchi o un San Siro. Lo farà ancora anche a Livorno o sulla panchina del Mantova agli inizi. Tanti capitoli, che chiudi, lo sguardo rivolto al giorno che verrà. Nella sala Rino Capellazzi, Di Carlo ha portato il suo libro, composto di tutti quei capitoli e li ha raccontati ai colleghi dell’associazione allenatori, riuniti da Domenico Canepa ed Alteo Bolognini. Come li avrebbe narrati al bar, con trasporto e passione. Una conferenza vivace, di un tecnico che sembra a tratti sbraitare dalla panchina, gesticolare, rincorrere e correggere il difensore che si sgancia in fascia e che rischia di prendere l’infilata dietro. Per chi capisci e lo ricorda, un tipo alla Carpanesi, un finto calmo, un motore sempre acceso. LA PASSIONE. “Ho ancora tanto da imparare da mister, ogni tanto parlo con il mio secondo Claudio Valigi, che mi racconta della Roma e di Liedholm, posso solo ascoltare ammirato. Nel calcio non si vince con gli schemi, con diagonali e ripartenze, non solo; ma con la passione, la voglia. Mi reputo una persona fortunata, ho fatto quello che mi piaceva di più nella vita. Dalla strada, sono diventato calciatore, con i piedi che avevo, non da fenomeno. Per me la C era già un trionfo ed invece ho scalato la A, dove sono rimasto molti anni. Con coraggio, con voglia, da centrocampista lento che capiva dove finiva un rimbalzo, il pallone”.”Ho ammirato da vicino tanti campioni, io forse ero l’intruso. Uno come Totti per esempio, che sembra giocare vedendo anche dietro, unico nella sua classe”. LA SCUOLA DI ARRIGO: dicono che debba molto ad Ulivieri ed a Guidolin, quello che oggi vogliono in nazionale. Ma quando va alla lavagna a spiegare quelle linee orizzontali compresse in 20 metri e gli spazi della squadra, non oltre i 30-35, con linee vicine 4-6 metri, sembra di leggere Arrigo Sacchi:”Un calcio di spazio e tempi, di fasi di possesso e non possesso, arrabbiandomi con i miei giocatori spesso. Quelli che vogliono la palla sui piedi, che non attaccano come si faceva una volta la profondità, che giocano spalle alla porta. Nella squadra non serve il singolo di per se, può essere un campione ma da solo non vince, lo fa invece l’equilibrio e giocare da squadra”. UN MISTER:”Se devo fare l’allenatore lo devo sentire dentro prima io, questo il giocatore lo avverte e sono guai se non è così. I calciatori hanno bisogno di un condottiero, si devono sentire forti, hanno bisogno che qualcuno gridi più forte. E’ la nostra storia. Vinci se ti ascoltano, ma anche se tu hai l’intelligenza di ascoltare loro. Questo dello Spezia è un gruppo che va guidato, gli devi indicare la strada. Non puoi presentarti in uno spogliatoi e dire sempre le stesse cose, devi trovare una chiave che apra un dialogo, anche con l’esterno, con la comunicazione e l’ambiente. Non sottovalutando il tifoso come il giornalista. Come noi, vedono da anni partite, sanno riconosce anche loro quello buono e quello meno buono”. Una sala vivacizzata, parlando di calcio. I giocatori recitano il suo credo, come a Cagliari, una rappresentazione destinata ad un pubblico di infervorati. Lui, scrive l’opera, provando a soffiare dove il vento vuole. Qui la direzione è quella dei play off. Passione permettendo.
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