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La Carrarese è salva! Si iscriverà al Palio del Golfo

Chiedo scusa se nelle ultime due settimane non ho scritto nulla ma viste le drammatiche vicende societarie che hanno travolto la Carrarese ero impegnato a trovare i fondi necessari per dare impulso ad un progetto ambizioso.
L'intenzione sarebbe quella di acquisire il titolo sportivo dal fallimento ed iscrivere la Carrarese al prossimo Palio del Golfo come nuova borgata.
Ma veniamo a noi.
Abbiamo iniziato la stagione da presuntuosi, come il classico figlio di papà, il fighetto alla moda, il bulletto dell'ultimo banco, quello che al primo appuntamento sa perfettamente che a fine serata piloterà il suo uccello come una McLaren oltre la bandiera a scacchi.
Ci sono volute una serie infinita di batoste, schiaffoni morali e bagni di umiltà per riportarci sulla terra e per restituire al popolo bianco una squadra degna della storia che rappresenta.
Come la bella addormentata nel bosco, la figuraccia con l'Alessandria ha sortito lo stesso effetto del bacio del principe azzurro, grazie al quale abbiamo finalmente iniziato a scalciare sotto le lenzuola come Sandra Mondaini.
Come la verginella del paese, il principe Di Carlo è riuscito a svitarle le rotelline della vagina lasciandola finalmente libera di pedalare decisa verso le gioie della promiscuità sessuale.
Decimo risultato utile consecutivo e quarto posto in classifica, roba da occhi lucidi ed erezione mattutina.
Calaiò e Sciaudone firmano i tre punti in quella che possiamo definire una tranquilla passeggiata di salute, in cui il Modena non è riuscito a vedere la palla nemmeno passando da Decathlon dopo la partita, perché era già chiuso.
Per uno strano gioco del destino ha segnato Sciaudone, ovvero il nostro numero 7, come quello di Paolino Ponzo, ricordato prima e durante la partita da tutto lo stadio, perché Spezia-Modena era e sarà sempre la sua partita.
Il nostro Picco è stato spesso testimone di giocatori che hanno saputo alimentare le nostre più intime fantasie come un calendario di Alessia Merz appeso di fianco al letto.
Abbiamo goduto dell'eleganza di Colombo, le finte di Do Prado, gli incantesimi di Caverzan, i dribbling di Chiappara, la classe cristallina di Vannucchi e tanti altri.
Ma la nostra storia, forgiata sui campi di provincia, tra romantiche battaglie, maglie infangate e tacchetti sui polpacci, ci porta inconsciamente ad amare di più quei giocatori che interpretano ogni partita come fosse l'ultima.
Il nostro DNA non è fatto di guanti bianchi, smoking e colpi di tacco, ma di sudore, passione e rispetto per la maglia che si indossa.
Quelle caratteristiche che Paolino Ponzo ha forse indossato meglio di chiunque altro.
Pantaloncino tenuto a vita altissima, maglia rimboccata dentro di fantozziana memoria, scarpe Diadora con linguetta gialla fluorescente, quell'andatura ingobbita e antiestetica che gonfiava la maglia sulla schiena durante la corsa e quell'impareggiabile quanto romantica voglia di lottare sempre su ogni pallone.
Operaio del centrocampo, fisico da corridore con i piedi quadrati e dal cuore immenso.
Una favola senza lieto fine, finita troppo presto, come ogni storia di provincia che si rispetti, dove la malinconia del suo triste epilogo rende ancora più poetiche le gesta di un eroe modesto e silenzioso nonché paladino di un calcio che non c'è più.
E adesso asciugatevi le lacrime, perché voglio ancora regalarvi un sacco di emozioni.
Voglio diventare l'equivalente mediatico di quella copia di Teletutto che vi ha morbosamente accompagnato nelle vostre prime, indimenticabili e inconfessabili fantasie.
Voglio farvi sentire gli inconfondibili aromi della curva.
Voglio portarvi a catechismo con Di Carlo.
Voglio portarvi in giro per lo stivale a comprare sciarpe fucsia con Nanni Grazzini.
Io sarò qui con voi, concentrato sui vostri vostri cuori, a marcarvi stretto come Addona su Trezeguet.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
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