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Perplessi come Ciro De Cesare davanti a un passo di Manzoni

Aprire questo blog dopo una serata del genere è difficile come vedere Guidetti indossare la maglia della Reggiana. Ci sono serate destinate ad entrare di diritto nella storia di una città, di una squadra, di un popolo intero. Altre invece no, vorresti subito cancellarle dalla tua memoria, fare finta che non siano mai esistite, come quella sera che hai fatto cilecca con la tipa. Sapete benissimo cosa intendo perché tanto lo so che sarà capitato anche a voi.
La partita di coppa con l'Alessandria, figlia di una rivalità che affonda le sue radici in epoche lontane, rappresenta probabilmente il punto più alto mai raggiunto. Adrenalinica come la tripletta di Sansovini all'Ascoli, questa sfida non può che rispolverare, in ognuno di noi, dolci ricordi. Di storie da film, nel nostro Picco, ne abbiamo vissute molte, ma una in particolare la considero indimenticabile. Chi c'era e l'ha vissuta, la conserva nel cuore e nella mente come una copia di teletutto con Sabrina Salerno in copertina.

E allora chiudo gli occhi e mi faccio trasportare indietro nel tempo, a quel 19 dicembrre del 1999, in cui Spezia e Alessandria, in un girone dantesco chiamato Picco, diedero vita ad una leggendaria quanto entusiasmante battaglia. Quando ancora modificavo Playstation ed esperivo il disagio dell'eiaculazione precoce, in un campo appesantito dalla pioggia battente, i nostri guerrieri si regalavano 90 minuti di immortalità calcistica. Una di quelle partite che ti lasciano il segno come i tacchetti di ferro di Seymour sul polpaccio di un avversario qualsiasi.
Poi però mi risveglio nel presente.
Non c'è più Alan Carlet a sfondare la rete, non c'è più Hugo Rubini a parare l'imparabile, non c'è più Chiappara a disegnare calcio e nemmeno gli spettacolini conturbanti su Odeon TV che seguivate con morbosa attenzione. Ma il Picco sì, invece.

Piena e compatta come allora, la Curva Ferrovia si presenta alla partita creando l'atmosfera giusta, quella che ti fa alzare le mani e cantare "o figi de bagassa" quando sei ancora a cercare parcheggio in Piazza d'Armi. Questa volta in palio non ci sono i tre miseri punti. Questa volta ci si gioca l'accesso al paradiso, ovvero una delle pagine più romantiche della storia del nostro calcio. Pagine che, ahi noi, saranno altri a scrivere.
Perché sin dai primi minuti si percepisce che c'è qualcosa che non funziona, che l'approccio non è quello giusto, che la squadra oggi proprio non c'è. Un cattivo presagio si respira con il passare dei minuti. Presagio che pareva spazzato via quando Calaiò trasforma il rigore del vantaggio.
Ma è solo una fatua illusione, che piano piano svanisce con il passare del tempo; tempo in cui l'Alessandria ci prende le misure dandoci una lezione di umiltà. E pensare che, per qualche strana ragione, gli dei del calcio dimostrano di credere ancora in noi quando lo stesso Calaiò, nella ripresa, ci fa raggiungere il picco di blasfemie divorandosi un gol fatto. Sarebbe stato il ko, amici miei. E invece no. Perché questa favola non può avere un lieto fine.

Gli ospiti spingono e ci infilano dappertutto. Ne prendiamo due in 10 minuti. Roba che neanche Moana Pozzi. Così Finisce la partita. Guardo i ragazzi del mio gruppo e mi accorgo che abbiamo tutti la stessa espressione facciale che avrebbe Ciro De Cesare durante la lettura di un passo dei "Promessi Sposi".
È come quando ti ritrovi appartato con la ragazza che tanto ti piaceva e quando arrivi al dunque fai cilecca. In un battito di ciglia, quindi, passi dalla sorniona soddisfazione di essere finalmente riuscito a portarla in camporella all'inevitabile frustrazione derivante dall'onta del fallimento.
Ti trovi lì, seduto sul sedile della tua Ford Fiesta del 2001, che speri che ti si alzi come il braccio di Bordin quando chiamava il fuorigioco e invece niente. E più ci pensi più le cose peggiorano. Passano i secondi, lei comincia a manifestare qualche cenno di velata insofferenza e tu cominci a sentirti più inadeguato di Guarna durante Spezia-Novara 0-6.

E allora non ti resta che rimettere in moto la macchina, fare manovra, accendere la radio per spezzare quei silenzi assordanti e tornartene a casa con lo stesso imbarazzo di Eritreo dopo aver sbagliato il secondo rigore all'arena Garibaldi. Perché è proprio così che mi sento adesso.
Ma non temete. Come la nostra storia insegna, supereremo anche questa, e lo faremo insieme. Perché da oggi sarò qui con voi. Per farvi respirare l'odore acre dei fumogeni e per farvi sentire i tacchetti di Acampora sulle caviglie.
Voglio farvi annusare la sacralità del Picco e la goliardia della trasferta. Se riuscirò nell'intento, sarò felice come Evacuo. Se sarà un flop, vi vorrò bene lo stesso e continuerò ad insultare le vostre sorelle come quando l'arbitro è troppo lontano per sentirmi. Non c'è alcuno scopo di lucro dietro ciò che scrivo, perché è tutto figlio della mia granitica passione per questa maglia. Nera come la notte più intensa e Bianca come quella sostanza che state usando adesso per alleviare i malesseri di questa atroce delusione. No signori, sto parlando della tachipirina.
Sappiate che per me un complimento oppure un semplice grazie vale quasi quanto un Francolino Fiori che segna all'Ardenza o un salvataggio sulla linea di soldatino Herzan. E allora su con la vita.

Ci rialzeremo. Lo abbiamo sempre fatto.
Lo faremo anche stavolta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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I Vostri commenti


Lunedì 25 gennaio 2016 alle 09:36:17
Luca, per quanto mi riguarda, GRAZIE. La tua ironia è l'unica arma che abbiamo per affrontare stagioni entusiasmanti come l'ultimo batterio scoperto da un centro di ricerca nordcoreano raccontato da Alberto Angela. Ti seguo, alla prossima.

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