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Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Novembre - ore 15.45

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Digi-Mare: La Spezia Futura

La globalizzazione comincia ora

Trans Pacific Partnership e Transatlantic Trade and Investment Partnership: il mondo va verso la grande standardizzazione. Passando per i porti.

Nel mondo esistono i dazi doganali. Sono una delle barriere più importanti al commercio di beni: quando uno Stato vuole preservare una certa categoria merceologica, mettiamo i formaggi, disporrà di dazi doganali in entrata molto altri per i fornitori esteri di quei prodotti. Il risultato sarà che la popolazione mangerà soprattutto formaggi locali, che saranno più convenienti di quelli importati.

I paesi emergenti
Il ragionamento funziona anche per prodotti anche più complessi, anche se alcune aziende possono “raggirare” i dazi mettendo in piedi stabilimenti di produzione o assemblaggio nei Paesi in questione. In questo modo, i governi locali saranno felici perché potranno annunciare di avere “attratto investimenti esteri”, e le aziende dovranno assumere manodopera locale per operare in quegli stessi impianti.
I dazi variano di molto di Paese in Paese, e possono essere applicati anche in maniera selettiva: ovvero, se mi importi cellulari prodotti in Turchia non devi pagarmi niente, se invece sono prodotti in Cina devi pagare l’x%.
Tipicamente, più un Paese è in via di sviluppo – o “emergente”, secondo la felice definizione coniata da Antoine van Agtmael, che ha sostituito quella ben più infelice di “Terzo Mondo” – più è probabile che sia propenso a proteggere il proprio mercato interno dall’invasione di prodotti d’importazione e generare i fenomeni di cui sopra, cercando di spingere dunque anche sull'acquisizione di know-how da paesi tecnologicamente più avanzati. E’ quello che è successo e sta continuando a succedere in Cina, per dire, ma anche in diversi paesi africani e asiatici. Esistono comunque eccezioni, in un senso e nell’altro.

Viviamo in tempi globali, ma ce ne sono stati di maggiori
Il primo luogo comune da sfatare è che questa sia l’era più globalizzata di tutti i tempi. In realtà, il mondo che usciva dalla rivoluzione industriale e che precedeva lo scoppio della prima guerra mondiale era, almeno in termini percentuali, molto più “globalizzato” di ora: negli Stati Uniti ad inizio Novecento la popolazione nata in terra straniera era il 15% del totale – una percentuale che oggi non arriva al 10% - e la deregolamentazione faceva sì che fosse possibile esportare in maniera ben più semplice di ora qualsiasi prodotto in qualsiasi mercato, sebbene a costi indubbiamente maggiori (banalmente, perché non era stato ancora inventato il container).
Tra le due guerre il tasso di globalizzazione si è quasi azzerato: per ritornare ai livelli del 1913, in termini di FDI (Foreign Direct Investment) si è dovuto aspettare fino agli anni ’80. Ad oggi sappiamo che il 90% di quello che consumiamo – TUTTO quello che consumiamo – si sposta via mare, nelle grandi navi portacontainer. Ma quello che succede al momento dell’arrivo in porto è cosa che rimane tra tecnici, in termini di categorie merceologiche e varie tassazioni in funzione del paese d’origine.
L’unico modello di sistema di globalizzazione pienamente funzionante nel senso pieno dell’accezione liberale è l’Unione Europea: libera circolazione di merci e di persone, come succede negli States dalla loro nascita (seppure le regolamentazioni e le leggi varino comunque anche sensibilmente da Stato a Stato: la pena di morte ne è l’esempio più celebre). Ma aldifuori di questi sistemi chiusi, per le imprese non è affatto semplice esportare.

TPP e TTIP: le prossime “big things”?
Un passaggio storico potrebbe avvenire nei prossimi anni. Due grandi accordi sono infatti passati relativamente sottotraccia rispetto alla solita grande lente d’ingrandimento mediatica: il TPP e il TTIP.
Il primo acronimo sta per Trans Pacific Partnership, che come suggerisce il nome è un accordo che dovrebbe cucire le due sponde del Pacifico, mettendo in relazione economie di primo rango come quelle giapponese, statunitense e australiana, insieme a Messico, Cile, Malesia, Singapore, Vietnam, per citarne alcune. Se quest’accordo vedrà la luce, questi Paesi potranno commerciare liberamente, annullando tutti gli ostacoli regolamentativi e legislativi. Le trattative ad ogni modo vanno avanti da più di diec’anni, ma a sentire Obama pare che il 2015 sia stato decisivo per l’avanzamento dell’accordo. Dovesse andare in porto, le principali aziende di questi Paesi godrebbero di vantaggi enormi rispetto ai competitor europei nell’accesso ad alcune economie che stanno crescendo a ritmi tra i più alti del mondo: anche perché per quanto riguarda i prodotti tecnologicamente più avanzati, è evidente che questi mercati rappresentano per gli USA (stesso discorso varrebbe per l’Europa, se solo fosse inclusa nelle trattative) ben più un’opportunità di esportazione piuttosto che una minaccia per l’importazione.
In tutto questo, la Cina guarda attualmente dalla finestra le negoziazioni, qualcuno dice per entrarci forse all’ultimo momento.
L’altro fronte è quello del TTIP, il Transatlantic Trade and Investment Partnership. Qui, gli attori in gioco sono ancora gli USA, insieme questa volta all’Europa: e qui si parla di un valore della bilancia commerciale ancora maggiore, con praticamente metà del PIL mondiale in gioco.

Oltre i dazi: l’omogeneizzazione a 360°
Il libero scambio non è una mera questione di dazi doganali, ovviamente, ma coinvolge temi di rilevanza strategica quali l’omogeneizzazione degli standard di processo produttivi, le norme igienico-sanitarie e molto altro.
Riducendo le barriere, si ridurrebbero ovviamente i numeri di prodotti consumati localmente in favore di quelli commercializzati ed importati / esportati: non necessariamente si consumerebbe di più, insomma, ma sicuramente gli scambi aumenterebbero. Per capirci, tutti continueranno a guidare un’auto, si presume, ma ci saranno più Fiat a Chicago e Cincinnati e più Chevrolet a Dusseldorf e Modena.

Trattative senza proteste: consenso, ignavia o ignoranza?
Curiosamente, a differenza delle tematiche del G8 o dell’Alta Velocità, però, pare che questi fenomeni non godano almeno in Italia (a Berlino invece 250 mila persone - 100mila per la polizia tedesca - sono scese in strada per protestare contro l’accordo il mese scorso) dello stesso appeal a livello mediatico e di movimenti di “indignados”, agitazioni studentesche o antagoniste. Non che non esistano manifestazioni di dissenso (vedi http://stop-ttip-italia.net/), ma la maggior parte dell’opinione pubblica è sostanzialmente ignara della tematica, per quanto il suo impatto a livello mondiale sia estremamente pervasivo.

Gli impatti micro e macro
Insieme agli scambi aumenterebbero, evidentemente, anche i flussi logistici, soprattutto portuali. Rotterdam e Le Havre continuerebbero ovviamente a giocare il ruolo fondamentale in Europa, ma anche i porti del Mediterraneo – e quindi anche quello spezzino – vedrebbero un sostanziale aumento di flussi. A guardarlo da fuori, il fenomeno pare essere il preludio alla vera globalizzazione totale: mentre in Africa si stanno organizzando per un altro free-trade agreement che parta da Casablanca e finisca a Cape Town, i macro-mercati continuano ad aggregarsi.
Quello che politicamente sembra irraggiungibile, anche a causa dei continui smottamenti dovuti alle guerre ideologiche e di religioni, l’economia e il turbo-capitalismo paiono avere forza e distacco filosofico sufficienti da superare. La mano invisibile dell’economia scrive trattati con l’inchiostro che le compete: quello che succederà, però, sarà ben osservabile nei mari e nei bilanci di tutto il mondo.
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