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Il desiderio di perdere come tutti

Guida minima al voto (passato).

Al termine delle votazioni, in questo Paese, al lettore che cerchi di farsi un’idea di quanto successo alle urne sfogliando i giornali, risulta storicamente molto complesso comprenderne l’esito. Tra rivendicazioni, dichiarazioni spesso contrarie al buon senso, riletture di dati percentuali in termini assoluti, confronti con votazioni precedenti, chiunque riesce a trovare un appiglio sufficiente per dimostrarsi almeno pubblicamente soddisfatto.
In Liguria, invece, credo che quello che è successo dovrebbe risultare piuttosto lampante.
Queste elezioni hanno un vincitore. Il vincitore non è Giovanni Toti, ma è la Lega Nord. E questo è un fenomeno che ha portata nazionale, non solo regionale.
E queste elezioni hanno uno sconfitto. Lo sconfitto non è Raffaella Paita, ma il Partito Democratico. E questo è successo, essenzialmente, solo in Liguria.
Astraiamoci per un attimo dalla schizofrenia tutta italica che fa sì che ogni tornata elettorale, in questo Paese, venga interpretata come un check-up sullo stato di salute del Governo. Un esercizio quantomai fine a se stesso, specie in questo caso in cui le regioni al voto sono state sette, un campione non certamente rappresentativo del panorama nazionale.
In Liguria, ha vinto un candidato di cui, ad oggi, ancora non si riesce a trovare uno stralcio del programma online (nel caso l’abbiate trovato, vi invito a linkarlo in un commento qui sotto). È l’ennesima riprova, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che gli elettori non votano il cosa, ma soprattutto il chi ed il perché.
La vittoria di Giovanni Toti è anche la vittoria dei contro sui contro: un voto anti-Pd, essenzialmente, anti-Europa, date le proporzioni schiaccianti del rapporto di forza Lega-Forza Italia nel computo totale della coalizione, ed anti-immigrazione (per cui sull’elettorato italiano, così forte sulla memoria a breve quanto debole su quella a lungo, non può non aver pesato la storia ampiamente pubblicizzata sulla stampa nazionale dell’omicidio colposo dei rom nel Lazio).
La sommatoria di questi “anti” , di fatto, ha superato per portata quella dell’anti-Politica per eccellenza, portata avanti dal M5S che nella regione del suo fondatore ha leggermente rinculato, ma rimane una forza politica con cui si è costretti, volenti o nolenti, a fare i conti.
Una valanga di anti che ha giovato infine di un altro esercito di contrari, più silenti ed invisibili: la massa degli astenuti. Ora, non si può non tener conto del fatto che la combo ponte del 2 giugno più condizioni meteorologiche particolarmente clementi abbia tenuto un buon numero di potenziali elettori non sufficientemente convinti lontani dalle urne. Ma il punto è che, ad ogni modo, questa rimane una vittoria con una pletora di se e di ma.
I se ed i ma derivano principalmente da un quadro politico che è mai come ora instabile e cangiante. Nel giro di un anno dalle europee, il plebiscito per Renzi ha ridotto drasticamente la sua dimensione: è vero, dunque, che il carisma del premier fa breccia probabilmente solo su scala nazionale, e non gode di proprietà transitiva sui suoi pupilli – ed è vero fino alla prossima smentita.
È vero altresì che questo è il Paese dell’alternanza, dove l’attenzione ed un certo atteggiamento sensazionalistico e drammaturgico della stampa non permettono a nessuno di insediarsi davvero nel lungo periodo con un consenso assoluto – basti pensare al ventennio berlusconiano, dove i berlusconiani mediamente sparivano da qualsiasi dibattito politico anche da bar salvo poi ripresentarsi, puntuali, all’appuntamento con le urne.
Ma il contesto attuale ci parla di una destra che deve lavorare ancora moltissimo, sia sul piano dei programmi che su quello della base politica, per rendere solide le fondamenta di una vittoria che rischia di rivelarsi di Pirro, oltreché ostaggio di politiche di corrente leghista che porterebbero la Regione ad un totale isolamento rispetto alla amministrazioni locali. In una Liguria in cui i capoluoghi di provincia sono amministrati esclusivamente da forze di sinistra, bisogna trovare nuovi modi per far dialogare una maggioranza salviniana che rischia di risultare completamente scollata dalla storia e dal presente delle politiche locali.
All’altro capo dell’emiciclo, la Sinistra che si lecca le ferite deve essenzialmente battersi il petto. Nella sconfitta, è pesata certamente la candidatura di una personalità troppo discussa, sia per CV che per mero campanilismo (non è un caso che l’unica provincia dove Paita abbia vinto sia la sua). Ma questo è l’aspetto forse meno grave, e comunque più facilmente risolvibile. L’avrebbe potuto risolvere in fondo Paita stessa – e per sua stessa ammissione, pare fosse stata molto vicina al farlo, durante l’affaire-alluvione – ma purtroppo gesti come quello di Pagano rimangono di un’integrità morale d’altri tempi, e comunque rara nel nostro Paese.
Il problema strutturale è un doppio salto carpiato all’indietro a livello di storia politica, quella che ha permesso l’ennesima sfaldatura a sinistra, ed aperto il fianco alla solita logica del frammentarismo, incapace di superare le diversità anche quando ci si era vincolati a farlo (in sede di quelle Primarie che dovevano essere intese come strumento ultimo di democrazia, da affrontare in punta di fioretto dialettico, e che invece si sono risolte in una lotta di quartiere a colpi di machete, da cui chiunque fosse uscito vincitore sarebbe comunque arrivato alle elezioni in rianimazione).
La candidatura di Pastorino, se da un lato è stata necessaria per includere politicamente alcune istanze che nel riquadro-Pd non erano (davvero non potevano essere?) rappresentate, è l’ennesimo autogol di un’esperienza politica che ha fatto di tutto nel corso degli anni per darsi la zappa sui piedi. È quel masochismo che Francesco Piccolo descrive nel suo “Il desiderio di essere come tutti”, nuovo manifesto di una certa sinistra che per certo ama definirsi progressista – non sempre riuscendoci, invero. Un atteggiamento che, per Piccolo come per chi scrive, deriva da un purismo un po’ snobista che consiglia sostanzialmente a chi sposa una certa visione della politica di “sporcarsi le mani” nel governare, pur di salvaguardare la propria “purezza” che invece può essere garantita ad aeternum da un’infinita opposizione.
È, in ultima istanza, quel fenomeno che ha consegnato il Paese in mano all’esperimento Forza Italia per due decenni. Un desiderio di perdere, come tutti, che rischia nel lungo periodo di diventare il male incurabile di una forza politica in vista dell’ennesima crisi d’identità, martoriata dai personalismi e dall’incapacità di sacrificare le proprie piccole divergenze d’opinione sull’altare di una piattaforma di bene comune più alta.
Toti, sentitamente, ringrazia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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I Vostri commenti

Giovanni Garau
Martedì 16 giugno 2015 alle 14:15:03
Ottima analisi, concordo pienamente.

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