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Ultimo aggiornamento: Domenica 24 Settembre - ore 22.10

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Digi-Mare: La Spezia Futura

Il mare, l’unico marchio possibile per la nostra visione di Branded City

Il XXI è il secolo delle citazioni, spesso a casaccio, ancor più spesso senza verificare la fonte. Di Plinio il Giovane confesso di non aver mai letto nulla oltre le versioni che la mia professoressa di latino ci ordinava di tradurre ai tempi del Pacinotti. Ma c’è comunque una frase in cui ci imbattemmo, e che mi rimase da subito appiccicata addosso: “È meglio eccellere in una cosa, che essere mediocri in molte”. Un concetto che, se non per tutte le persone risulta valido, lo diventa universalmente se traslato semanticamente verso il tema delle città moderne.

Viviamo nell’era dell’urbanizzazione: più di metà dei 7 miliardi e spiccioli di esseri umani sulla terra è aggregata in città. Una percentuale ancora più alta, peraltro, nel Vecchio Continente, che da sempre ha visto la polis come il luogo dove spendere la propria esistenza ai fini di renderla un’esperienza più completa e gratificante. Esiste, certo, un fenomeno di nicchia contrario, e che secondo alcuni trend potrebbe diventare significativo specie nelle economie più ricche: così come i milionari di Shanghai fuggono le rive del Bund per rifugiarsi nelle loro ville nella campagna circostante la megalopoli. Ma spesso il fenomeno in ultima istanza concorre all’allargamento dei confini della città stessa, che si estende oltre il primo, secondo e terzo anello di tangenziali concentriche.

In questo contesto di urbanizzazione estrema, dove le principali città diventano aggregatori e
moltiplicatori di PIL per le nazioni, l’unico senso - e l’unica salvezza - per le città di piccole e medie dimensioni è quello di specializzarsi. Diventare quello che in gergo urbano si definisce un hub specialistico: è qui che si concentrano gli investimenti delle grandi aziende, e si catalizzano gli interessi edilizi, commerciali ed imprenditoriali dei grandi investitori mondiali. È il concetto che guida verso la definizione della Branded City, la città che s’impernia attorno ad un concetto chiave, e cerca di coniugarlo in tutte le sue declinazioni possibili.

Più volte con amici, colleghi e conoscenti mi sono interrogato circa il futuro della nostra città. Un futuro che in molti vedono cupo, ognuno per motivi diversi, a seconda delle proprie sensibilità e della propria forma mentis. C’è chi teme per il crescente tasso di disoccupazione, indubbiamente inquietante su scala nazionale ed ancor più su quella regionale e locale; chi sostiene che falliremo nella sfida dell’integrazione sociale delle sempre più numerose e cospicue comunità di immigrati; chi si arrende davanti al costante invecchiamento demografico della popolazione, drenato da un flusso inarrestabile di giovani talenti richiamati dalle sirene delle grandi aziende e dalla vita nelle grandi città della Penisola, o ancora tentati dall’esoticità di promettenti percorsi all’estero, che solo in rari casi poi si rivelano all’altezza delle aspettative.

Con alcuni di questi amici, colleghi e conoscenti, quelli meno arrendevoli, abbiamo provato poi ad andare oltre alla pars destruens, quella del riconoscimento e dell’identificazione dei problemi, per spingerci nel territorio di quella construens: quali sono le possibili risposte ai problemi che affliggono la nostra città? La Spezia ha davvero le capacità per uscire dall’impasse e, come diceva uno slogan fortunato utilizzato in campagna elettorale qualche anno fa, liberare le proprie energie? Dalla riflessione stessa – una riflessione che adesso è stata anche ripresa a livello istituzionale, nell’encomiabile tentativo di imbastire la visione su La Spezia Smart 2020 - si sono liberate le prime energie più che positive: benché la maggior parte delle persone con cui mi trovavo a parlare di queste problematiche non risiedesse necessariamente in città, ho trovato un grado di affezione, di attaccamento e di voglia di partecipazione che raramente ho riscontrato negli omologhi della nostra generazione, e di quella anche immediatamente precedente, composta ormai sempre più di frequente da apolidi urbani.

Alcune risposte, poi, mi sono state suggerite da esperienze che niente avevano a che fare, apparentemente, con quelle di una piccola città di provincia stesa su uno dei golfi più belli creati dalla mano di Dio - o dal caso, che credere si voglia. Il succo è: da inventare ex-novo c’è molto poco. Nella maggior parte dei casi, basta informarsi su quello che succede altrove, ispirarsi, copiare e riadattare su scala locale. Bisogna però partire da un punto, e su quello è bene essere se non tutti, almeno la stragrande maggioranza d’accordo: ogni città ha bisogno di capire il proprio senso. Come nelle città invisibili di Calvino, non basta pensare al quotidiano, alla riparazione del marciapiede ed alla riqualificazione della piazza di turno. Serve una visione di lungo periodo, qualcosa per cui valga la pena essere ricordati, che stimoli associazioni mentali immediate.

Bisogna, in altre parole, decidere dove si può e si vuole eccellere. E canalizzare tutte le energie, tutti gli sforzi creativi, in quella direzione. L’imprinting dato nell’era-Federici è chiaro: si parte dal mare. Ed in effetti, è difficile pensare ad una locazione diversa, per una città nata come emanazione di un arsenale militare, e che deve la sua fama essenzialmente ai suoi dintorni, specialmente quei cinque paesini arroccati su una costa frastagliata ed impossibile, che attira milioni di turisti da tutto il mondo ogni anno. Attorno a questo tema, bisogna pertanto costruire una rete, un immaginario che posizioni la nostra città in maniera facilmente distinguibile sul panorama nazionale, e che sappia richiamare il pubblico intorno a questo tema aggregante, che sia esso proveniente dal mondo della cultura, dell’imprenditoria, dell’associazionismo o della ricerca.

La festa della Marineria è sicuramente un primo passo importante in questo senso, e deve diventare nel tempo catalizzatrice di eventi e comunicazioni tutte focalizzate sulla stessa tematica. Il mare ha una sua economia, ovviamente, che prescinde dal turismo ed è la sommatoria di un insieme complesso di attività che col mare stesso hanno a che fare: la nautica, la cantieristica, il sistema portuale e logistico, la crocieristica, la mitilicoltura e la pesca, l’istruzione e la ricerca. In ognuno di questi campi, la Spezia ha almeno una sua eccellenza da giocarsi, e nella maggior parte di questi campi i segnali sono di crescita: il porto movimenta sempre più teu, l’Università si radica nel territorio fino ad andare ad occupare uno degli spazi centrali e storicamente dedicati alla Marina Militare, l’offerta gastronomica si arricchisce di prodotti tipici del territorio (pensiamo alle recenti ostriche) e gli arrivi domestici ed internazionali aumentano di anno in anno sfidando l’attuale sistema ricettivo.

Nei momenti di crisi, le aziende più lungimiranti aumentano le spese in ricerca e sviluppo: solo così, quando il mercato si riprenderà, e la recessione avrà fatto selezione tra i concorrenti, l’azienda potrà beneficiare di maggior spazio d’azione e di una base ancora più ampia di clienti.
La Spezia nel 2015 è questo: una città che deve riscoprirsi incentrata sul mare, e che sul mare deve fondare la propria ricchezza.

Questa settimana avrò l’onore di rappresentare il Polo Marconi al MariTech di Vancouver, uno degli eventi più importanti nel settore della nautica, che presenta lo stato dell’arte della tecnologia in questo campo. Sarò portavoce di una realtà piccola, inconfrontabile rispetto ad alcuni giganti accademici ed aziendali che divideranno gli stand dell’Hyatt hotel insieme a noi. Ma avremo tanti assi nella manica da giocarci: creste di un iceberg di ricerca che fonda le sue radici anni addietro, nel pregevole lavoro dell’ammiraglio Nascetti che ha saputo interpretare e guidare le diverse istanze poste al centro dell’attenzione dal pool di sostenitori e shareholder del Polo Marconi.

Per potersi offrire in maniera sinergica al di fuori del territorio e del Paese, però, c’è bisogno di partire da una consapevolezza che, nel nostro stesso territorio, ad oggi manca. C’è bisogno di partire da uno storytelling coerente, certo, ma prima bisogna convincere tutta la popolazione della necessità di raccontarla, quella storia. Purtroppo, per la natura stessa della notizia, e di un certo modo di fare giornalismo che nel Bel Paese va per la maggiore, la consapevolezza dei punti di debolezza è spesso molto più alta di quelli di forza.

Ma per partecipare tutti insieme alla conversazione sulla pars construens del futuro di questa città, abbiamo tutti, in maniera eguale, il dovere morale di partecipare alla costruzione di una visione olistica – ed in fondo ben più aderente alla realtà – del futuro della città in cui vogliamo decidere deliberatamente di vivere.
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