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Ultimo aggiornamento: Venerdì 16 Novembre - ore 21.54

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Portatori sani di melodramma. Cose da sapere su Paolo Logli

Se sono diventato un cantautore che suona in piedi invece che seduto, lo devo soprattutto a Ivan Graziani, alla sua indole elettrica. Per questo non mi stanco mai di cercare nuove informazioni su di lui, di cercare nuovi filmati live che, si spera, qualcuno abbia avuto la bontà di caricare su Youtube, in mezzo alle centinaia di inutili e pessimi slide-show caricati da alcuni fan, sicuri di restituire al loro idolo quella maggiore attenzione che avrebbe meritato durante la sua carriera. Scopro così, un po per caso, che nel 1989 Graziani portò nei teatri di molte città italiane un recital intitolato Segni d'amore come l'omonima raccolta di successi riarrangiati pubblicata nello stesso anno dall'etichetta discografica Carosello. Una simpatica scoperta fatta senza Wikipedia. Son soddisfazioni, per un fan.

L'altra simpatica scoperta è che Segni d'amore è stato scritto e diretto da un tale Paolo Logli, nato alla Spezia nel '60 e residente da più di trentanni a Roma, dove lavora come sceneggiatore, autore televisivo e teatrale, firmando decine di titoli per la tv, dalle soap alle serie e miniserie come Il Commissario Manara, Cuori rubati, Diritto di Difesa, Don Matteo 6, Il signore della truffa.
Tra le sue ultime fatiche spicca Trilussa, storia d'amore e di poesia, prodotto da Rai Fiction e interpretato da Michele Placido nella parte del celebre poeta romano. Durante la conferenza stampa, a un giornalista che gli domanda cosa lo abbia spinto ad accettare e a rischiare su una fiction, Placido risponde: ”Ho accettato perché oltre all'entusiasmo con cui la Titanus mi ha proposto il progetto, ho letto, dopo tanti anni, una commedia degna di Age e Scarpelli". Un grande complimento fatto da un grande attore. Son soddisfazioni, per uno sceneggiatore.

È il 2012, e nello stesso anno Paolo Logli vince il Premio Una vita per il cinema con la fiction K2, la montagna degli italiani.
Quella di Paolo Logli è un'attività in continuo approdo alle più diverse sfaccettature dello spettacolo, dal teatro di parola (Quell'enorme lapide bianca) al cinema commerciale (Natale a Beverly Hills e Natale in Sudafrica) fino al cinema d'autore come il film Breve storia di lunghi tradimenti, diretto da Davide Marengo.
Ma altre due grandi passioni si contendono la sua attenzione: il noir - ha pubblicato con Mondadori/Colorado Noir un racconto della raccolta Omicidi all'italiana e con Ad Est dell'equatore il romanzo Quis ut deus - e naturalmente la musica, prima fonte d'ispirazione per lavori teatrali come Dunque lei ha conosciuto Tenco? (Premio Per voce sola 2004), oltre al già citato Segni d'amore scritto e diretto per l'amico Ivan Graziani, il quale, racconta Logli, amava autodefinirsi “portatore sano di melodramma”.


Ma come ama autodefinirsi Paolo Logli?

“Un rocker mancato, un sognatore impenitente, innamorato della musica, della bellezza, e della scrittura. Probabilmente poco adatto alla vita pratica. Ma ci sono nato”.


Come hai conosciuto Ivan Graziani e come nata l'idea del recital?

“Ho conosciuto Ivan negli anni ottanta, io mi occupavo di musica in tv, al tempo facevo la pagina musicale di Unomattina. Abbiamo cominciato a frequentarci, abbiamo girato dei servizi tv e qualche numero zero, e poi è nata l'idea del recital. Al tempo Ivan stava per uscire con una raccolta "Segni d'amore" che conteneva molti successi e un inedito, "La sposa bambina". Pensammo ad un recital, non un vero spettacolo teatrale, sotto forma di monologo. La scena era un vicolo vittoriano, due finestre, un mucchio di immondizia e delle scritte a bomboletta. In questo vicolo era allestito lo stage (minimo, basso chitarra batteria e tastiere), Ivan faceva il suo monologo, chitarra al collo, e senza soluzione di continuità cantava. Era il 1989. Credo che sia stata l'ultima grande tourneè di Ivan, che poco dopo si ammalò. Mi resta moltissimo di lui.”



Hai lavorato assieme ad altri musicisti?

“Ho lavorato moltissimo col Banco del Mutuo Soccorso. Ho realizzato due videoclip come regista, "In volo" e "Hey Joe", cover di Hendrix fatta da Francesco di Giacomo e Sam Moore. Sempre col Banco, come regista ho fatto il video concerto "Ciò che si vede è" e ho curato il cofanetto per il venticinquennale "Da qui messere si domina la valle". Poi ho lavorato con moltissimi perchè mi sono occupato di musica in tv: Unomattina, Mio capitano, Italia sera. Ho realizzato per Mia Martini l'unico video (perduto) di "Almeno tu nell'universo". Ho scritto "Il pianeta proibito", il musical andato in teatro con Lorella Cuccarini e i ragazzi di Xfactor con la regia di Luca Tommasini.”


Vivi a Roma da più di trent'anni. Cosa ti rimane delle tue origini spezzine?

“Di Spezia ho recuperato molto negli ultimi anni. Prima avevo un senso di risentimento, come verso una matrigna, una città che ti offre pochissimo e ti costringe a scappare. Le stesse emozioni di Guccini verso Modena: “piccola città, bastardo posto”. Oggi sono più pacato, ho ritrovato tanti amici di allora, ed ho voglia di spendermi per la mia città, se per caso capita che mi venga chiesto.”

Recentemente, per i tipi di Castelvecchi Editore, Paolo Logli ha dato alle stampe il suo ultimo romanzo Dura pioggia cadrà, una sorta di sequel dei racconti della tavola rotonda, ambientato ai giorni nostri, che vede protagonisti il druido Merlino, Artù, Lancilot e Parsifal, unici sopravvissuti alla caduta di Camelot. Compito dei quattro eroi è proteggere Excalibur, la spada magica che può cambiare il corso della Storia, in attesa di trovare qualcuno degno d'impugnarla di nuovo. Condannati alla vita eterna, costretti a confrontarsi con le proprie debolezze, i quattro eroi però si sono persi: alcuni hanno lottato su fronti opposti, altri hanno dimenticato il senso della loro missione. Ma dopo sedici secoli una nuova minaccia incombe sul pianeta, e Merlino deve ritrovare i tre compagni per un’ultima, disperata impresa. Un graffitto fantasy, dipinto con bomboletta spray sulle pareti di un sobborgo metropolitano nella penombra di un crepuscolo interiore, rischiarato qua e la dall'insegna intermittente di un'anima rock.


Cosa hai voluto comunicare con questo romanzo?

“Ho voluto sottintendere un parallelismo tra i cavalieri di Avalon, difensori e custodi di un ideale realizzato a Camelot e la mia generazione, custode di un ideale incompleto, irrealizzato e tradito.”


Quali sono gli ingredienti di questa tua ultima invenzione letteraria?

“È un crocevia di generi, un incrocio tra il fantasy, il noir metropolitano e il thriller, con un grosso spazio per la musica rock e per la meditazione; non a caso il romanzo si intitola "Dura pioggia cadrà" che è una traduzione letterale del titolo di una canzone di Bob Dylan molto significativa che è "Hard rain gonna fall". E qui ci tengo ad aprire una piccola parentesi, "Hard rain gonna fall" è ispirato alla "Ballata del vecchio marinaio" di Coleridge, che a sua volta è ispirato al ciclo bretone, ai Racconti della tavola rotonda. Come vedi i cerchi si chiudono sempre.”
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