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Ultimo aggiornamento: Venerdì 24 Maggio - ore 08.04

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L'ultimo dribbling

L'ultima ora di Socrates

Sono tutti vicini, uno accanto all’altro. L’arbitro si stà posizionando anche lui accanto ai suoi collaboratori, lo stadio è in piedi già da qualche secondo. Quando il direttore di gara fischia, l’unico sibilo finisce tra le nuvole di una sera fresca, a baciare la nuvolaglia padrona dei buio. Quel che succede suggella una storia, la rende eterna com’è eterna la storia di tutto il calcio e di coloro che l’hanno scritta con i loro piedi. Il primo calciatore del Timao sposta il braccio disteso dietro e lo alza allo stesso cielo con il pugno chiuso, ed è come un richiamo. Tutti gli altri in serie liberano le mani verso le stesse altezze. Scrive un collega, Lorenzo Iervolino “ sembrano steli che crescono là dove qualcuno deve aver seminato per anni”. Undici pugni chiusi stretti che contagiano tutto uno stadio, e che in poco diventano una moltitudine, quel noi che sorpassa l’io e che puoi notare solo in uno stadio di calcio. E’ la sera del 4 dicembre 2001, si sta per giocare Corinthias-Palmeiras. Quello stesso giorno, poche ore prima, Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira muore in un ospedale che ricorda un altro genio, Albert Einstein, shock setticemico, una vita sbagliata specie negli ultimi anni. I medici che cercano di curarlo per l’ultima volta sanno che quello che sta per andarsene dalla vita terrena è uno di loro, uno che nel passato ha anche smesso di allenarsi per studiare per prendere una laurea in medicina. Nello stadio sono sempre più fermi con il loro pugno alzato. E si andrà oltre quel minuto che concedi sempre alle spoglie tristi di chi ha dato tutto; si dice che nel calcio il pubblico stesso finisca per definire la propria personalità in ragione della storia del club al quale rivolge il suo affetto ed entusiasmo, con città che traggono colori da quell’orgoglio. Si dice anche, lo raccontava Jorge Valdano, che i tifosi siamo una sorta di mostro a centomila teste, alcune se alcune sono più mostruose di altre. Si narra anche che nel calcio noi esiste saluto più bello ma a volte tagliente di quello che ti possa regalare un tifoso. Chi sia stato Socrates lo sanno in tanti in Brasile, ma anche nel Mondo; certo, ne parli a Firenze e ricordano quel ragazzo alto, il Magrao, che già in ritiro rimaneva ultimo della fila ed amava dire a chi gli chiedeva un ‘impressione su quella preparazione fisica: ”ma poi, quando inizia il campionato, giochiamo in stadi e campi in salita?”. Socrates è stato una delle immagini che forse hanno condizionato di più il calcio mondiale, con la testa e con i piedi, o con il tacco come volete, ma è la dimostrazione di come i tifosi di ogni parte del mondo mai dimentichino e vivano familiarmente i loro idoli, fino ad accompagnarli nella tomba e nello stadio dei sogni, quello che gli umani non vedono. Socrates regalò ai suoi tifosi ed a se stesso la bellezza di vivere una partita che valeva il titolo per il suo Corinthias, che poi lo vinse veramente, e quello della sua morte e del suo addio, una dipartita. Nello stesso giorno. Questo ricorderanno i tifosi, capendo che anche i calciatori hanno memoria e non scordano, dal grido all’applauso. Potesse insegnare ancora oggi, probabilmente spiegherebbe alle curve italiane, da Verona a Bergamo fino a Trani, cosa sia la storia e la cultura del pallone, che sempre dalla strada viene, stesso posto da dove spesso vengono i tifosi. “Io colpivo di tacco solo per farli innamorare”, raccontò.
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