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Ultimo aggiornamento: Domenica 17 Febbraio - ore 00.03

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A Norma di Callas. Lettera ad un amico detrattore

Caro Fabio, come stai?
Ti scrivo da Kos, in italiano Còo, una delle maggiori isole dell'arcipelago del Dodecaneso, nota per aver dato i natali ad Ippocrate, Apelle, Teocrito e altri personaggi, tra i quali Athina Cenci. Come accadde per le altre isole dell'arcipelago, diventò italiana nel 1912 in seguito alla guerra italo-turca, e tale rimase fino all'occupazione nazista. Più che l'aspetto naturalistico, ciò che mi affascina di questo posto sono i palazzi. Nell'architettura civile di quest'isola, più che nelle altre, si respirano ancora i fasti che la dominazione italiana seppe donare a questo arcipelago, e penso all'Albergo Gelsomino o al Mercato delle Erbe, entrambi realizzati dall'architetto triestino Rodolfo Petracco tra anni Venti e Trenta.
Qui, come a Rodi, un eclettismo tardo-liberty ha contaminato l'estetica fascista con le suggestioni esotiche della vicina Turchia: Bodrum, l'antica Alicarnasso, dista da Kos appena una dozzina di miglia.

Con la bici presa a nolo dal mio comandante, certe sere mi diverto a improvvisare un enduro tra le rovine dell'antico Gymnasium, alle quali si può accedere tranquillamente e selvaggiamente a ogni ora senza pagare nessun biglietto. Al chiaro di luna che illumina le antiche pavimentazioni e i dossi salvandomi da cadute degne di un dodicenne, mi viene sempre da fischiettare "Casta diva che inargenti", l'aria della Norma in cui, non a caso, la protagonista eleva la sua preghiera alla luna. Ovviamente non penso ad una Norma a caso, penso a quella cantata da Maria Callas. Penso anche al fatto che tu non sopporti la voce della Callas e che, da spietato detrattore quale sei, la chiami "gallinaccia greca" mentre al tepore del tuo appartamento bolognese, tra una fetta di crudo e un bicchiere di prosecco, lodi Galina Vishnevskaya, Elisabeth Schwarzkopf e altre valchirie dal cognome impronunciabile immolate ai repertori wagneriani e straussiani. Quelli come te oggi vengono chiamati semplicemente "haters", and "haters gonna hate", caro Fabio.

In questo periodo ho ascoltato la Norma della Callas – tutta intera, in streaming e con tanto di libretto scaricato in pdf – un po perché ascoltare Maria Callas in Grecia è come ascoltare Modugno in Italia, e un po perché a bordo del panfilo su cui sono imbarcato è uso, nelle notti di luna piena tracorse in Egeo, mettere in diffusione stereo "Casta diva", in omaggio sia alla luna che alla stessa Callas, che era talmente legata al suo paese d'origine da ordinare in punto di morte alla propria domestica di far spargere le sue ceneri in questo mare. Mi piacerebbe molto, a distanza di mesi e di chilometri dalle nostre serate invernali, provare a convincerti che invece la Callas era davvero l'unica donna ad essere credibile nei panni di Norma.

Prova a immaginartela: Norma, druidessa ai tempi delle Gallie romane, donna tenace quanto fragile, ferita nell'amore e nell'orgoglio dal proconsole Pollione, il quale, dopo averle dato segretamente due figli, si invaghisce della giovane ministra del tempio Adalgisa, la quale insidia con notevoli risultati finché ella, ignara del legame tra Pollione e Norma, rivela a quest'ultima di essersi innamorata e la prega di proscioglierla affinché lei possa darsi a quest'uomo e seguirlo a Roma. "Ma di': l'amato giovane quale fra noi si noma?", domanda Norma ad Adalgisa, mossa da curiosità mista a sospetto. A peggiorare tutto, il delicato equilibrio della resistenza gallica nei confronti della dominazione romana, e Norma, oltre ad essere la druidessa incaricata di consultare gli astri dall'ara del bosco sacro di Irminsul affinché le diano un segno per dichiarare guerra ai romani, è anche la figlia di Oroveso, capo dei druidi, i quali, chiamati a raccolta i Galli, tramano una rivolta contro Roma. Insomma, una tragedia, a dir poco. Una tragedia tratta dal romanzo di Louis-Alexandre Soumet "Norma, ou l'Infanticide", pubblicato poco prima del riadattamento operistico del catanese Vincenzo Bellini con libretto del genovese Felice Romani, la cui disastrosa prima si tenne alla Scala di Milano il 26 Dicembre 1831.

La Norma della Callas è una norma sommessa, contrita, combattuta, dolente, e nei rari momenti in cui la rabbia le sgorga finalmente dal cuore, la potenza vocale è compressa e violenta come un idrante che sputa acqua bollente. Probabilmente, il fatto stesso che da bambino sentivo parlare bene di questa artista da mia nonna, dotata a sua volta di qualità canore da mezzo soprano, e il fatto che durante i miei studi universitari seppi del rapporto di grande stima e amicizia che legava la Callas a Pier Paolo Pasolini, sono bastati a dare conferme al mio inconscio. E proprio nella Medea di Pasolini, la Callas, già quarantacinquenne e a fine carriera, rivelava una volta per tutte all'immaginario cinematografico la sacrale sobrietà e l'arcaica sensualità che la resero una Norma ideale e che, ancora nel 1965, al teatro dell'Opera di Parigi, le valsero ventidue minuti di applausi in piedi. Con la regia di Franco Zeffirelli, nel maggio di quell'anno la Callas portò in scena la sua ultima Norma. Alle sei della mattina di qualche giorno prima, sui gradini antistanti la biglietteria del teatro, c'erano già in coda più di settanta persone armate di libri e di pazienza.

Quando Egeo, mitico re di Atene, si suicidò buttandosi in mare erroneamente convinto che il figlio Teseo fosse morto nello scontro con il Minotauro, lo fece da Capo Sunio, chiamato dai Veneziani "Capo Colonne" per via dell'imponente colonnato meta di turisti che ancora oggi testimonia del tempio dedicato al culto di Poseidone. Ancora oggi Capo Sunio segna il limite occidentale dell' Egeo. In prossimità di quello stesso capo, una notte di luna piena di molti anni fa, mentre il panfilo viaggiava ai soliti dieci nodi, ci fu tra gli ospiti un'avvenente soprano belcantista che osò fermare il rito dell'ingresso in Egeo con la "Casta Diva" della Callas per intonarla lei stessa a cappella e senza nemmeno tanta grazia.

Con ironia velata da sottile inquietudine, l'armatore ricorda che la vendetta del fantasma della Callas non tardò a convertire la spavalderia della giovane ospite in un repentino e paralizzante mal di mare, che non accennò a diminuire nemmeno quando la barca diede ancora a Rafina, un anonimo porto della provincia ateniese nella cui rada, quella notte, a dispetto della fastidiosa risacca segnalata dal portolano, il mare era immobile come olio e la brezza di terra riusciva a malapena a portare in barca l'odore della carne arrostita sul gyros misto alla solita musica commerciale che, per un beffardo sortilegio risalente all'era del boom economico, contamina le più amene località turistiche durante la più felice stagione al pari di una tassa sul piacere degli animi più sobri e contemplativi.

Ai marinai del panfilo, che con la dovuta discrezione si domandavano come fosse possibile soffrire il mare con calma piatta, servì a poco spiegare che la ospite non sapeva di patire il mare non avendo mai navigato fino a quel momento, poiché i marinai, da sempre, guardano con sospetto tutti coloro che per un motivo o per l'altro si sono sempre tenuti lontani dal mare. Specialmente in quell'estate, che vide il Meltemi presentarsi molto tardi ad agitare l'Egeo fino a piegarne le onde in meandri. Ma per te, caro Fabio, per te che sei un ferrarese emigrato a Bologna, animale pedestre e terrestre, amante del confort e devoto alle abitudini, quei marinai farebbero sicuramente un'eccezione. A patto che non parli male della Callas nelle notti di plenilunio.
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