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Un giorno a Borghetto fra distruzione, solidarietà e speranze

Prosegue il viaggio di CDS nei territori colpiti dall'alluvione. Servizio di Benedetto Marchese.

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Val di Magra - Val di Vara - Mentre sui grandi media nazionali lo spazio dedicato all’alluvione si sta riducendo giorno dopo giorno, in tutti territori straziati dalla furia dell’acqua e del fango si continua a lavorare per ripristinare i servizi essenziali e mettere in sicurezza case, strade e torrenti, in attesa della nuova perturbazione prevista per il fine settimana. Anche a Brugnato e Borghetto di Vara, epicentri della catastrofe che dopo una settimana esatta presentano ancora segni impressionanti di una forza distruttiva senza precedenti.

Danni incalcolabili che si notano uscendo dal vicino casello autostradale (niente pedaggio all’arrivo ma 3,80 euro al ritorno. Non esattamente un gesto di cortesia da parte della Salt verso la gente colpita) in uno scenario da brividi: le strade sono monocromatiche, con l’asfalto coperto da un unico strato di fango; gli unici mezzi utilizzabili sono quelli dei soccorritori mentre gli altri sono accatastati agli angoli delle strade, accartocciati o ribaltati, intrecciati con radici o tronchi d’albero. Altri segni costanti di un paesaggio urbano e naturale completamente stravolto. Già a metà mattinata però l’incrocio principale di Borghetto, dove prima c’era una piazza ed ora resta solo una voragine a dividere i due ponti, è il punto d’incontro di residenti e volontari, uomini della Protezione Civile e dell’Esercito, Vigili del Fuoco e Forze dell’Ordine in un instancabile andirivieni scandito dai rumori delle ruspe e dei camion che caricano e scaricano detriti.

In quel che resta di una tabaccheria, con una parete sventrata dalla piena, è allestito un punto di ristoro con caffè e bottigliette d’acqua per quanti arrivano e ripartono verso i punti del paese nei quali c’è da dare una mano. Alcuni, non senza difficoltà, salgono verso Cassana collegata solo tramite una strada sulla quale passa a stento un’auto e costeggiata da decine di frane pronte ad esplodere nuovamente in caso di altre piogge.
Gli altri si fermano su via 4 novembre, straziata dalla forza del Pogliaschina, il torrente che scorreva a pochi metri dalle case e che nella tragica notte di martedì scorso non ha risparmiato nulla: vite umane, auto, case, cantine e garage.

Borghetto è infatti il centro che ha pagato il contributo più pesante con le sue quattro vittime, l’ultima delle quali l’ottantaduenne Alemanno Fabiani ritrovato proprio nella mattinata della festa di Ognissanti dagli uomini della Protezione Civile di Cogorno.
Fra i mezzi si muovono i piccoli gruppi di volontari, alcuni giunti qui per la prima volta, tutti equipaggiati con pale, stivali e carriole, pronti a trascorrere ore in box auto con la melma fino al ginocchio per sgomberare più locali possibili, pulire cantine e garage, liberare i primi piani delle abitazioni. Luoghi nei quali il segno putrido della distruzione non si ferma al metro e mezzo delle facciate, ma arriva direttamente al soffitto, dando l’idea di quella che è stata una bomba d’acqua inarrestabile. Nei volti di chi arriva c’è uno sgomento comprensibile nell’assistere a quello che sembra un macabro scenario di guerra, che riporta indietro negli anni ai drammi della Seconda Guerra che qui lasciò ferite profonde, ma anche l’encomiabile determinazione nel voler contribuire con tutte le energie possibili.

Ci sono gli Ultras, gli amatori di squadre di calcio e rugby, i ragazzi con i fazzoletti rossi, i gruppi di amici arrivati da ogni zona della provincia, dalla Liguria e da fuori regione. Nel buio di una cantina con l’aria resa irrespirabile dall’odore di cherosene si confondono dialetti ed origini, motivazioni ed energie. Persone che non hanno mai preso in mano una pala che scavano con impegno e sudore, donne e ragazze con il volto segnato dal fango che sollevano secchi pieni di detriti senza la minima smorfia di fastidio. Cercano cose da fare, chiedono, s’informano e talvolta si arrabbiano nello scorgere divise troppo pulite o confrontandosi con personale che coordina i lavori snobbando in alcune occasioni il loro impegno, oppure ascoltando domande banali o inopportune da parte di qualche cronista.

Volontari che si regalano un sorriso ed un bicchiere di vino offerto dai proprietari di una casa che grazie al loro intervento presto tornerà forse ad avere un aspetto riconoscibile. “Posso offrirvi solo questo” spiega una donna che continua a ringraziare un gruppo di ragazzi allungando bicchieri di carta e Dolcetto d'Alba: “Sono tornata qui per i miei genitori –aggiunge- mio padre è anziano ed ha quattro bypass ma non ne vuole sapere di stare fermo”. Si perché pur non avendo l’appeal mediatico di Vernazza o Monterosso, la Val Di Vara è abitata da gente tosta come quella delle Cinque Terre, che non si arrende di fronte ad una calamità di queste proporzioni e non si abbatte per un futuro più che mai incerto e privo di certezze economiche e lavorative.

Molti hanno perso tutto o quasi ma non si spaventano davanti alla prospettiva di dover ripartire da zero. Fra via San Carlo e via Roma nel cuore del borgo, la strada è ormai libera dal fango, si rivedono pietre e piastrelle del selciato, mentre le autobotti distribuiscono acqua potabile e l’ennesima auto viene estratta da un garage. Portata qualche decina di metri più avanti e lasciata in quella che era un’area verde ed ora è un malinconico cimitero di carcasse di macchine ed effetti personali. Fra un camion ribaltato e panchine piegate dall’informe massa marrone affiorano pezzi di quotidianità distrutta: fotografie, indumenti, cd, libri, pacchetti di sigarette e scatolette di tonno. Poco oltre, nel punto in cui il torrente s’incrociava con il Vara si ha una percezione migliore della forza distruttiva che ha attraversato la valle tirando giù ponti e strade, lasciando nel greto del fiume alberi sradicati e pezzi di cemento.

Nel fragore di motoseghe e ruspe, rotto solo dalle sirene dell’ambulanza che soccorre un vigile del fuoco colto da malore, fa impressione sentire alcune risate provenire dal luogo dove fino a lunedì c’erano un campo da pallone e gli spogliatoi in un prefabbricato ora sollevato da terra e piegato su un lato. Fra due auto rovesciate è rimasta in piedi la struttura di un campo da calcetto, anche se il sintetico è stato strappato e spostato come un tappeto di casa piegato malamente in un angolo. All’interno, nel fango, rimbalza il pallone di cinque ragazzini con gli stivali che fra un dribbling e l’altro calciano e segnano nell’unica porta rimasta al proprio posto. Seguiti dallo sguardo esausto e preoccupato di una madre esultano e si prendono in giro come si fa tra amici; in un attimo di normalità e speranza nei giorni dell’apocalisse.
Mercoledì 2 novembre 2011 alle 19:58:06
BENEDETTO MARCHESE
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