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Santa Apollonia e le liti per ricordarla

di Alberto Scaramuccia

Santa Apollonia e le liti per ricordarla

- Nel grattacielo di piazza Ramiro Ginocchio (che morì per una ferita al piede, quasi un destino scritto nel cognome), sullo spigolo dei muri delle vie Prione e Vecchio Ospedale, sta una statua marmorea che raffigura Sant'Apollonia perché lì stava una chiesa a lei dedicata. Anche i nomi delle stradee erano diversi da oggi: il luogo di culto era «all’angolo della via di Genova colla via dei Molini», dice Falconi, lo studioso cui spesso faccio ricorso.
La chiesa, che dipendeva dall'oratorio di San Bernardino (ora Museo Diocesano), fu abbattuta negli anni Venti dell’Ottocento, regnante Carlo Felice, quando si completarono i lavori già iniziati con l’amministrazione napoleonica perché, dice ancora Falconi, scopo di quella fabbrica era di allargare la Via Nazionale che portava fino a Genova.
L’odierno grattacielo, eretto negli anni Cinquanta dello scorso secolo, costeggia la via Vecchio Ospedale (il cui primo nome fu via di Sant’Apollonia) e sorge dove stava una stazione dei Carabinieri, centrata da una bomba durante l’ultimo conflitto. Va anche ricordato che nella piazza funzionava un ufficio del Dazio che venne soppresso domenica 2 maggio 1852 insieme a quello di via del Torretto.
Sono poche le notizie su Sant'Apollonia, ma vale la pena di ricordare un episodio curioso che riguarda l'intitolazione della piazza nel dicembre 1906.
Era morto da qualche anno Felice Cavallotti nel famoso duello sostenuto con il conte Macola, che fu il fondatore del Secolo XIX, ed ai socialisti spezzini viene in mente di intitolargli quella piazza che, lo s'è detto, ricordava allora la Santa. Le ragioni della sinistra non astensionista sono sostenute dal loro organo di stampa, la Libera Parola il cui responsabile era allora Enrico Tanzi.
Contro quell'idea si registra l'intervento di Ubaldo Mazzini che, fresco di nomina alla direzione della Biblioteca Civica, scrive una lettera al foglio socialista criticando la proposta che, se soddisfatta, avrebbe l'unico merito di far felice “l'incognito” che continua a incollare una striscia di carta con il nuovo nome sulla targa di marmo che che reca l'antica denominazione.
L'argomentazione che adduce è molto interessante: la piazza ha mantenuto l'intitolazione, che dura “da tempo immemorabile”, anche dopo la demolizione della chiesa, e conservarla per l'Ubaldo significa osservare “il culto della memoria”. Non ci sono motivazioni di carattere religioso, ma solo la volontà di perpetuare un ricordo che, chioso io, aiuta a comprendere meglio chi si è. Penso che oggi tutti non ci sia chi non dica di condividere questa bella convinzione, ma servirebbe soprattutto che non la si mettesse in pratica solo quando ci pare opportuno.
Mazzini invita anche a non volersi comportare come “i furori giacobini” che nel 1797 avevano scalpellato via dalle facciate delle case patrizie gli stemmi che l'adornavano perché non si ricordasse “l'odiata oligarchia”.
Il ricordo del passato e la sua valenza politica: a chi dare ragione? Beh, è proprio un bel quesito.

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