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Fiera, ricordi e l'altra metà del cielo

di Alberto Scaramuccia

Fiera, ricordi e l´altra metà del cielo

- Oggi è uno di quei giorni che come Natale, Pasqua, il compleanno e qualche altro anniversario, si attendono tutto l’anno perché hanno dentro qualcosa di nuovo, anzi di antico che anche se non riesci a decifrarlo con esattezza, basta dire il fermento che ti percorre nei giorni prima e hai detto tutto.
Buon osservante de-a féa di San Giuseppe, ho già detto delle ristrettezze che ne imposero la venuta al mondo, dei colori e dei sapori che la animano, di come l’ha vissuta ogni tempo, delle location che l’hanno ospitata. Tuttavia, pur avendo detto se non tutto, certo parecchio, non me la sento di affrontare oggi altro argomento. Lo facessi, prima di San Giuseppe tradirei me stesso perché la fiera è un toco del nostro vissuto e dirne dà un senso all’amarezza che avvertiamo se vediamo un palloncino volare verso l’alto inseguito da una cordicella che cerca disperata di riportarlo al polso cui era annodato. Così torno a dirne ben conscio di percorrere strade già viste e non sapendo se per essere scusato basti dimandare perdonananza come farebbe Catarella.
Del San Giuseppe di 100 anni fa, meglio tacere. Tempi brutti, tempi bui; tanta fame, pochi soldi, non so quanto si divertirono i bimbi, veri protagonisti della festa. Dubito che trovarono qualche spunto per passare una giornata diversa: mamma era piccola, ma papà raccontava cose grame.
Se spulcio i miei ricordi, vedo a resta de nissée e il tanto desiderato schioppo che sulla canna portava un filo cui era attaccato un tappo di sughero. L’aria compressa lo sparava verso i bersagli della fantasia e lo spago lo ritornava. Lo compravo con i soldi ricevuti insieme alla raccomandazione di fare compere l’ultimo dei tre giorni ché devono vendere quello che resta e fanno lo sconto. Che impazienza quei primi due giorni che non volevano passare, accidenti a loro!
Poi, ormai cresciuti e con i calzoni allungati, quando il fucile non era più l’oggetto del desiderio, ci si accontentava di qualcosa di più modesto, ma che testimoniava la crescita.
Te la cavavi con poche lire e ce l’avevamo tutti, i maschi intendo. Era una pallina di spicchi colorati, floscia ché riempita con segatura, con un elastichino che te la riportava in mano una volta scagliata contro nuovi bersagli di fantasia, ma stavolta reali: le fantele! Con quel boomerang andavamo alla scoperta delle relazioni umane, ancora ignari di essere cacciatori cacciati dalle prede. Non c’avremmo messo molto a scoprirlo, ma allora benedicevamo San Giuseppe che ci permetteva i primi passi lungo l’erta sempre accidentata che conduce alla conoscenza dell’altra metà del cielo.

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