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A fèa che salta e un ospedale che non c'è

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
A fèa che salta e un ospedale che non c'è

- Nella puntata di oggi penso che sia opportuno riflettere sul San Giuseppe mancato, cosa giusta perché dovevamo evitare rischi. Nella sua lunga storia, a mia memoria e per quanto so, la fiera non ha mai mancato il suo classico appuntamento.
Gli antenati chiesero un mercato speciale al Senato della Serenissima nel 1653 per dare un po’ di vigore ad un’economia che era davvero asfittica ed i patrizi della Lanterna concessero di buon grado che a fèa si facesse perché anche da quel mercato tirarono fuori quattrini visto che fecero pagare il dazio anche alle merci arrivate via fiume: qualsiasi liquido che fungesse da vettore Genova lo considerava roba propria e chiunque volesse usufruirne, doveva pagarne l’uso.

Al di là della gabella, la fiera conquistò in breve il suo posto d’onore nel calendario spezzino e il motivo del successo non è difficile da capirsi essendo gioia, allegria, festa le componenti essenziali dell’incontro di marzo senza dimenticare la possibilità di fare buoni affari per venditori ed acquirenti.
È stata, dunque, una festa briosa, sempre giovane nonostante gli oltre tre secoli e mezzo di vita, mai sospesa neppure durante i tristi periodi della grande guerra e della spagnola. Credo che anche nel secondo conflitto mondiale San Giuseppe trovò un suo spazietto perché pur fra le bombe e la guerra civile l’economia doveva in qualche modo continuare a girare.

Questo 19 marzo, invece, la fiera non c’è stata: hanno chiuso San Pietro, figurati se non facevano lo stesso con via Chiodo. Non ci se ne lamenti, questo è il mondo in cui viviamo. Chi li ha, sposta milioni con un click e anche i virus si muovono con identica rapidità. Tuttavia, credo che esista una possibilità di riflessione spezzina per quel che riguarda questa infezione al di là di porto e turismo che sono le prime cose che vengono in mente specie ora che non vediamo più da qualche tempo le processioni di Cinesi da viale Fieschi alla stazione.

Penso che la minaccia del Covin19 ci obblighi a pensare allo stato della sanità spezzina di cui e non da un giorno non si sa quale sia il centro con un nosocomio vecchio ed un altro distrutto. Quanti posti letto sono a nostra disposizione per un’eventuale rianimazione di massa? Finora il Golfo ha conosciuto il contagio solo marginalmente ma, ci fosse una necessità di questo genere, quanto saremmo preparati?
Ripetono che i problemi sono altrettante opportunità di crescita. Bene, sfruttiamo questa difficoltà perché le Istituzioni (ce lo dicono in continuazione) affrontino seriamente il problema ospedale dimenticando, per una volta almeno, la propaganda.

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