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Quando avere un cito in tasca era festa grande

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Quando avere un cito in tasca era festa grande

- Certo è che a Sprugolandia, a parte i riferimenti alle virtù materne, non esiste ingiuria peggiore da indirizzare a chi sta antipatico, che dirgli “te ne te vali un cito”, conti meno di un centesimo.
Cito: parola nata nei lontani tempi sabaudi ma mantenutasi anche negli anni in cui la nostrana liretta non era più frazionata in decimali, segno inequivocabile che il termine, superato il naturale ambito monetario, era entrato a buon diritto nel dizionario sprugolino. E ben si sa che dell’identità di un territorio le parole che lì vengono correntemente adoperate, sono segno dell’appartenenza ad una etnia radicata. Per questo il sopraggiunto avvento dell’euro frazionato in decimali non ha prodotto alcun sconquasso nella terra dove il cito suona: siccome la parola c’era ed era di uso abbastanza corrente, è stato naturale ritrovarsi nelle tasche quei dischetti di rame. Al massimo, si può dire un felice ritorno, anche se sono così minuscoli che è sufficiente un buchino per smarrirne il tintinnio di quando te li rigiri nella sacchetta dei caussòn.
Così, anche se ci interroghiamo sgomenti su come fare per spiegare ai nostri fanteti che franco e marco non sono solo nomi di persone, ma che una volta indicavano le monete di Stati sovrani, per cito non abbiamo nessun problema del genere.
Potremmo solo fermarci perplessi ci venisse chiesto da dove questo nostro bisillabo che quasi non ritrovi in nessun altro idioma, salta fuori. Ma non è che sia poi un’impresa così tanto ardua spiegarne l’origine.
Siccome il costo soprattutto dei generi alimentari nei negozietti e nei banchi del mercato era scritto con l’abbreviazione “ct.” (la lira allora valeva tanto, per un chilo di patate bastavano i centesimi), non c’era da stupirsi se nel cartellino che indicava il prezzo, leggevano “citi” e il singolare veniva di conseguenza.
Tutto uguale, tutto come prima allora? Ahinoi, no.
Con un cito una volta ci compravi, adesso invece…
Papà che era nato agli albori del Novecento, quando lo tormentavo assillandolo con richieste di acquisti, mi rispondeva sempre che era raro per lui (i Bagarre non navigavano nell’oro) ritrovarsi con un cito in tasca e che quando lo aveva era festa grande e gioia espressa con sorrisi a tutti denti.
Se poi gli chiedevo che cosa facesse con quel centesimino, rispondeva che correva a comprarsi i lupini che con un cito gli riempivano la saccoccia. Poi se li sbocconcellava tutto il giorno, uno ad uno, dopo esserseli succhiati ben bene prima di sputacchiare la buccia.
Ecco, magari cito tutti conoscono che cosa vuole dire, ma i lupini quanti sanno ancora che cosa sono?

BERT BAGARRE

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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