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Lo spezzino Sauro Tomà e la tragedia di Superga

il ricordo
Lo spezzino Sauro Tomà e la tragedia di Superga

- Settant'anni fa, come se fosse oggi, esattamente alle 17.05 (non c’era l’ora legale) l’aereo Fiat G.212 si schiantò sulla collina di Superga. Portava i giocatori del Torino diventato Grande per avere vinto cinque scudetti di seguito, dal campionato 42-43 a quello che era in corso. Mancavano quattro partite alla fine del torneo, ma le squadre, riconoscendo ai granata il diritto ad un altro scudetto, fecero giocare le restanti gare alle riserve, quelle a cui ricorsero i granata per finire il torneo. Fu una grande formazione che già da prima era quasi imbattibile. Per togliere il quasi, nel ’42 dovettero arrivare sotto la Mole Mazzola (Valentino, il papà di Sandro: due grandi) e Loik che con il Venezia avevano quell’anno bloccato i granata, nel campionato vinto dalla Roma.

Con loro fu cavalcata vittoriosa e gran gioco, un gioco nuovo che si era velocizzato divertendo e riscuotendo applausi per lo spettacolo offerto. Era metodo e con loro fu sistema, il WM che, per capirci con i numeri di oggi, era un 3-2-2-3, con un mediano arretrato a prefigurare il futuro stopper e due difensori sugli esterni d’attacco avversari. Mischio con quelli di oggi i termini di ieri; non sono un tecnico, ma solo (rossonero dal ’53) un appassionato del bel gioco indipendentemente da chi lo pratica e quella fu una gran squadra che tutti applaudivano convinti. Perché erano bravi.
Un amico che si ritirava dalle gare, chiese a Valentino di giocare con loro la partita dell’addio. Era Francisco Ferreira, il capitano del Benfica ormai giunto a fine carriera. Volentieri Mazzola disse sì e con pari gentilezza il lusitano rispose Obrigado, ignaro che quel Grazie significava quello che poi successe.

Giocarono la partita, il risultato non importa. Conta invece che per la nebbia, per un tragitto cambiato all’improvviso (si parlò anche di traffico di valuta a giustificare il cambiamento fatto, dissero, per eludere i controlli) quell’aereo Fiat si schiantò contro la collina di Superga, sotto la Basilica.
Non se ne salvò nessuno: diciotto giocatori (i più erano l’ossatura della Nazionale), tre dirigenti, tre tecnici, tre giornalisti, quattro membri dell’equipaggio. A riconoscere le misere spoglie fu chiamato il cuore impavido di Vittorio Pozzo, l’allenatore dei due mondiali del ’34 e del ’38 e delle Olimpiadi del ‘36, che solo per puro caso non era andato a Lisbona. Del grande Torino si salvò solo chi rimase a casa. Fra essi Sauro Tomà di Rebocco, portiere che per non fare la panca si fece difensore, e di che tinta! Ultranovantenne se n’è andato l’aprile dello scorso anno. Con lui anche Spezia entra nella tragedia di Superga.

Alberto Scaramuccia

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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