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Le gioiose esequie di Minestrone, Birillo e Suprema

di Bert Bagarre

Le gioiose esequie di Minestrone, Birillo e Suprema

- Impedito dall’età, allora cominciavo appena muovere i primi timidi ed esili passi nella via dell’apprendistato, non potei partecipare neppure come spettatore al grande funerale che si celebrò il 20 settembre 1958, sessant’anni e due giorni fa. Lutto che afflisse tanti sia nella landa baciata dalla Sprugola che nel resto del Bel Paese, quelle furono esequie tanto corali quanto gioiose. Non è contraddizione. Il dolore non portò fazzoletti intrisi di lagrime, bensì una grande allegria che è forse il modo migliore in ogni simile evento per salutare chi se ne va non lamentando una perdita, ma rammentando gioie condivise.
Avvenne di sabato sera quella grande manifestazione che non celebrò i bersaglieri di Cadorna che ottantotto anni prima erano entrati nella Città Eterna, ma si festeggiava la fine delle attività delle case in cui lo Stato, previa cessione sotto forma di tasse di parte dei proventi percepiti, tollerava che si esercitasse l’antica arte della prostituzione.
All’ultimo tocco della mezzanotte, ma quante mai furono le Cenerentole che si ritrovarono disoccupate, salvo trasferirsi sulla pubblica via o in appartamenti compiacenti più o meno sconosciuti alla grande folla fino ad allora attratta dalle maisons.
Le testimonianze dei presenti parlano di prestazioni erogate gratuitamente condite da libagioni che lasciarono a terra decine di tappi mescolati ad altrettante gabbiette ed a milioni di bollicine.
A fo-a che sempre trasfigura il reale in mito, racconta di maitresse che, novelle mamme, accoglievano sul seno aficionados con i lucciconi consolandoli con il dire di una sicura restaurazione ché non era possibile che finisse lì quella favola bella.
Questo successe anche a Sprugolandia dove le signorine di Minestrone, Birillo e Suprema, agghindate a festa per l’occasione, elargirono le loro grazie, carezzevoli e consolatorie, a tutti gli Sprugolotti disperati che da allora sarebbero rimasti orfani della frase fatidica che invitava i giovanotti ad affrettarsi nelle camere.
Se ne dissero, e se ne ripetono ancora, tante di quell’ultima cena molto molto profana, ogni volta arricchita di nuovi particolari. Tolsero, tolgono verità? Ma no, anzi. Sono tocchi sugosi che impreziosiscono la narrazione aumentandone anzi l’attendibilità.
Funziona così da sempre, dai tempi di Omero, quando la storia si fa mito dove dice il Bardo della locomotiva, gli eroi sono sempre giovani e belli.
Anche in questo caso dei racconti su quel che successe l’ultima notte nelle camere delle case chiuse, tutta quella descrizione affabulatoria non fa altro che diventare l’anticamera della saga.

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