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Il rito della cottura della torta salata

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Il rito della cottura della torta salata

- Uno dei piatti che più mi stuzzicano, sono le torte, specie le salate, quelle che oggi alla francese chiamiamo quiches.
Ma io, al di là del nome, siano di verdure o di patate, insaporite da cipolle o peperoni, le ho sempre amate, come ogni bravo suddito di Sprugolandia.
Nelle odierne cucine superattrezzate, con fuochi e forno a incasso, è una stupidaggine cuocerle, ma ogni volta che accendo, solo il semplice gesto mi fa tornare indietro a quando, bambinello, la cottura della torta era quasi una questione di stato.
Dirai che è autobiografia e invece parlo di quando in ogni dove della landa che Sprugola bagna, le uniche cucine possibili, e felice chi l’aveva, erano le cucine economiche. Erano cassoni maestosi che occupavano una grande fetta della stanza adibita alla cottura. Nell’interno cavo si buttavano piastrelline di carbone. Sembravano dischetti da hockey su ghiaccio, ma invece che nella rete avversaria, si mettevano nella pancia di quell’imponente antenato degli odierni elettrodomestici, insieme a ceppi, legnetti e carta, per far divampare un grande fuoco che in fretto scaldava l’intera stanza. Era lì intorno che ci raccoglievamo ché ancora non c’erano i termosifoni e d’inverno nel letto la sera si mettevano le borse dell’acqua calda, sostituite a volta da cilindri d’ottone contro cui andavano inevitabilmente a cozzare dolorosamente le punte dei piedi.
La cucina economica, dunque, era termosifone ma anche la macchina per cucinare. Sull’ampio ripiano si aprivano tanto buchi di ugual misura, colmati da tanti anelli di diametro differente che tappavano la cavità o si toglievano per adattare l’apertura alla larghezza della pentola: ma guai a toccarli che le dita ci restavano appiccicate per il calore!
Comunque fosse, lì non si poteva infornare e per mangiare la torta era necessario portarla da un fornaio amico e compiacente che provvedeva lui, dietro modesto ma adeguato compenso, a provvedere alla cottura. Detto così, sembra cosa semplice, ma nella realtà era questione un po’ più complicata: oltre a trovare l’accordo con il panettiere sul prezzo e sull’ora, occorreva portare la teglia ben protetta e così a certe ore del pomeriggio vedevi per le strade file di massaie che portavano in entrambe mani oggetti rotondi coperti da strofinacci bianchi di cui non si faticava a indovinare il contenuto.
A volte poi le torte capitava di mangiarle bruciacchiate o un po’ crude ché chi doveva badare al forno magari pensava alla spaviccia o più semplicemente s’appisolava, cosa comprensibile visti i suoi orari.
Ma che sapori restano, nonostante tutto, nella memoria!

BERT BAGARRE

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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