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Il beccaccino della Sprugola

di Bert Bagarre

sprugoleria
Il beccaccino della Sprugola

- Augello, vice di Montalbano, benché innamorato di Beba, non resiste allo sciauro emanato dalle gonnelle a cui va pervicacemente dietro. Non per dissolutezza, ma per la sua natura di fimminaro. Così, con questa parola a metà fra dote e vizio, tutta Italia lo conosce: fimminaro, termine che penso abbia sostituito nella parlata del Bel Paese quello di sciupafemmine con cui fino a poco fa s’indicava ogni erede di Don Giovanni. Probabilmente, anche a Sprugolandia ormai è in voga quel termine. Troppo in difficoltà con l’anagrafe per appurare di persona quanto ciò che dico sia vero, posso solo ricordare che quando il passeggio sotto i portici di via Chiodo era appuntamento inderogabile di ogni tramonto, chi riscuoteva successo con l’altra metà del cielo, o chi diceva di averlo o chi era vox populi che l’avesse, era chiamato beccaccino, senza alcun riferimento agli uccelli acquatici che il grande Giovanni Capellini ricordava di avere visto con i pivieri ospiti abituali del prato di destra alla Marina quando, essendo ancora tutto acquitrinoso, in quel dove quei volatili palustri rinvenivano un loro habitat ottimale.

L’habitat del beccaccino di più o meno mezzo secolo fa erano invece i giardinetti che oggi tutti ammirano per la bellezza delle piante che vi sono ospitate, mentre allora erano l’unica alcova rimasta a disposizione del beccaccino della Sprugola dopo che la ristrutturazione aveva fatto sparire i talami che i più ardimentosi si costruivano fra le frasche dell’ex caserma di fanteria, all’altro capo della città.
Ma i giardinetti costituivano l’inevitabile conclusione della punta, come era detta l’azione del corteggiamento che, più o meno serrato, portava la coppia a setase su una panchina di ferro. Le più gettonate erano quelle circolari con in mezzo l’albero, ma in mancanza di meglio ci si accontentava anche di quelle dritte.
Comunque, tondi o retti quei sedili non fatti da artigiani della qualità, erano abbastanza duri, ma, giunto a quel punto, chi mai ci badava alla scomodità? L’importante per il beccaccino era cingere la propria bella, operazione per compiere la quale lo sprugolean lover si sedeva sì accanto alla fantela, ma guardando nella direzione opposta, quasi nella simulazione di una più intima liaison.

Poi avevano inizio i giri di valzer, ma come veramente finissero quelle danze nessuno lo sapeva. Il beccaccino, tornato dall’altro lato di via Chiodo, sigaretta fra le dita, raccontava agli amici le cose che loro sapevano bene avendole già raccontate loro chissà quante altre volte, e le fantele … beh, che cosa si confidavano dovete chiederlo a loro.

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