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Cerbottana e pifferi, kalashnikov dei fanti

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Cerbottana e pifferi, kalashnikov dei fanti

- Quando in Italia c’era il boom economico e la lira si guadagnava l’Oscar delle monete, si decise che nelle case i fili della luce non corressero più visibili a tutti, ma fossero contenuti all’interno di rigidi tubi di plastica. Antenati dell’odierno corrugato, se ne vendettero a chilometri, segno di tempi di grandi ristrutturazioni.
A evimo fanteti e del sistema elettrico casalingo in verità c’importava assai poco, ma quei tubi erano i nostri giocattoli.
Passati i giorni del pampano e del salto con la corda, appena avevamo dieci lire andavamo nel negozio dell’artigiano elettricista sotto casa che ci vendeva un pezzo di tubo. Tagliato della lunghezza di circa 30 centimetri, ci stava dentro il dito medio. Ma ce n’erano anche di diametro ridotto e di quella misura te lo tiravano dietro anche per sole cinque lire.
Investivamo le nostre magre risorse in quei tubi che rappresentavano le nostre armi. Erano le gloriose cerbottane, i fucili a fiato.
Con un sistema di mollette che oggi non saprei più dire come si mettevano, si poteva costruire un sistema pluricanna con altrettanti tubi, a quattro, cinque, anche sei bocche che sparavano e che ovviamente garantivano maggiore potenza di fuoco e più efficacia nel tiro.
Una volta fatta l’arma, occorrevano le munizioni. Tutti sapevamo come costruirsi i proiettili da sparare con la cerbottana.
Erano gli altrettanti mitici pifferi.
Tagliavamo la pagina di un giornale in tante striscioline, ognuna delle quali era arrotolato da una mano attorno all’indice dell’altra assottigliandola all’estremità dove un goccio di saliva saldava il tutto. Ne risultava un cono che inserivamo nella cerbottana per espellerlo con un poderoso soffio a pieni polmoni.
Nell’imminenza di una battaglia passavamo pomeriggi interi a costruirci arsenali, la materia prima essendo assai facile a reperirsi ché unicamente a quello servivano allora i quotidiani, eccezion fatta per uno scopo meno nobile di cui non conviene dire in fascia protetta.
Poi, il pomeriggio dello scontro, per bande ci si calava nei cortili, forti dei nostri primordiali kalashnikov e di un tascapane (qualsiasi contenitore con tracolla andava bene) pieno di pifferi che non si potevano certo preparare nel fervore eroico del combattimento. Era guerra fino al buio che scendendo imponeva la tregua d’armi. Allora, si contavano feriti e dispersi (quelli già richiamati a casa) e raccoglievamo quanti più pifferi da terra, prossime munizioni del prossimo scontro.
Anche oggi vedo tanti pifferi in via Prione, grandi, di carta oleata. Dentro ci stavano le patatine fritte.
Tempi nuovi, giorni diversi.

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