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Affari e malaffari ai 'quattro canti'

di Bert Bagarre

sprugoleria
Quattro canti

- Nea vecia Sprugolandia de na vota la gh’ea un posto che i lo ciamavo i quattro canti. Non perché lì vicino si preparassero per il festival di Sanremo, erano solo i quattro angoli determinati dall’incrocio di due strade. Una era quella che pur sbilenca gli abitanti si ostinavano a chiamare strada diritta. Oggi è più nota con il nome di strada del sassòne. Metto l’accento perché una volta mi fu chiesto se quel Sàssone cui s’intitola la strada fosse un amico di Aivanò. L’altra via partiva dall’apertura del braccio occidentale delle mura, quella che portava due nomi a seconda del Santo di riferimento (Agostino o Giovanni) di chi la nominava. Solo i miscredenti la chiamavano porta romana perché da lì, cammina e cammina, prima o poi, più poi che prima, capitavi dalle parti della Città Eterna.
Ebbene, le due arterie a un certo punto s’incrociavano e il luogo dell’incontro era, appunto, i quattro canti: ombelico di Sprugolandia, centro quasi esatto sotto il profilo urbanistico-catastale ma soprattutto dal punto di vista della vita pubblica.

Lì, nel luogo dell’incontro, la vita pullulava, tanto di giorno quando si trattavano gli affari, quanto la notte quando si consumavano i malaffari: amori illeciti, incontri peccaminosi, gioco d’azzardo, coltellate e cazzotti nel rispetto delle regole della malavita che più mala non ce n’è. Insomma, per dirla in una sola parola, quel posto era l’anima della movida cittadina dove la meglio gioventù della Sprugola apprendeva l’arte della perdizione dell’anima ascoltando le prediche della peggio anzianità che, da anni adusa a praticare cattive strade, trasmetteva i suoi modi di vita ai virgulti che dovevano crescere.
Però, quello spettacolo che sotto la luna lo ritrovavi eguale solo nelle più sordide bettole di Caracas, il giorno ti appariva solare e luminoso mentre si agitava la dinamica buona della città.

Soprattutto, lì si vendevano verdure e frutta, carni e pollami. In ogni altra località un posto del genere lo si chiama piazza del mercato, ma a Sprugolandia quella era la loggia dei banchi: tanti tavoli su cavalletti dove il venditore esponeva ai possibili acquirenti la sua mercanzia sotto la protezione di un porticato coperto che conferiva il primo nome al posto.
Nella Sprugolandia d’anchè la toponomastica mantiene ancora l’antica dizione, ma lo spirito che aleggia nell’antica piazzetta è ben diverso da quello la animava una volta. Sono quattro angoli disadorni e, a giudicare dal traffico che si vede, anche poco frequentati.
Ma forse il posto si rianima quando il sole va a nanna, anche se non penso proprio con le modalità passate.

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