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A fèa de San Giusepe e la delusione del palloncino

di Bert Bagarre

Sprugoleria
A fèa de San Giusepe e la delusione del palloncino

- Ormai ci siamo, il grande appuntamento incombe, la mega kermesse e imminente e va avanti per il canonico triduo mentre per l’intera landa della Sprugola si sparge appetitoso l’aroma della porchetta. La festa è tornata, come sempre benvenuta: è a fèa de San Giusepe, il santo più amato dagli Sprugolotti non solo per le sue virtù, ma perché il suo arrivo segna lo svago che distrae dalle cure quotidiane.
Il fascino della fiera è tanto ed ogni volta si manifesta con qualcosa di nuovo, anzi di antico, un mix invitante che costringe tutti a frequentare i banchetti in lunghe file che disciplinatamente si sballottano a vicenda con reciproca soddisfazione quasi che fossero sugli autoscontri del luna park.
In ogni caso, io sono pronto al nastro di partenza per correre alla fiera. A causa dell’anagrafe sono ormai un veterano ma non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di saltare la grande boucle: come il tour che va da nord a sud della Francia a disegnare un grande ricciolo, anche il giro dei banchetti è sempre circolare nonostante le sue diramazioni. A farci spingere sui pedali è la voglia di gustarselo tutto, di non perdere neppure un attimo dello spettacolo. Non è desiderio di uno solo o di pochi; è smania collettiva che accomuna ogni membro della comunità della Sprugola anche più che il Palio perché lì si esalta soprattutto la contrada; a fèa invece dà il senso del territorio tutto, un sentimento che non si vede spesso in giro da ‘ste parti cui troppo manca il senso dell’appartenenza, ma non quando la gh’è a fèa.
Perché? Penso dipenda dal vaccino che ci è stato inoculato da bimbetti quando al ferro del passeggino è stato legato il primo palloncino. Che cosa ai miei tempi i piccini vedessero nel sacchetto monocromo o scorgano oggi gli infanti nativi digitali nelle tante figure multicolori dei loro programmi televisivi, confesso di non essere proprio capace di dire. Ma il palloncino briccone che scioglie il nodo per andare a curiosare fra le nuvole rappresenta in ogni epoca la prima delusione delle tante cui ciascuno è inevitabilmente destinato a sbattere. Le successive saranno molto più dure, ma quella di vedersi volare via il primo sogno è la più cocente, una lezione sui misteri della vita che è sempre duro apprendere in così tanta fretta.
Ma anche per questo si va in fiera, per rintracciare il primo piccolo grande dolore e individuarne subito il rimedio nella coralità che al divertimento coniuga la voglia di consapevolezza. È un sentimento che si è visto bene nell’ultimo carnevale; lo incontriamo di nuovo nel triduo de-a fèa.
Incoraggiamolo, dunque.

BERT BAGARRE

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