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"Togo! Anzi no, fico!"

di Bert Bagarre

sprugoleria
"Togo! Anzi no, fico!"

- Siccome la tv ne fa uso anche in prima serata, oggi scrivo la parola “fico” anche se la rubrica esce in fascia protetta. Ma è un termine che ritroviamo ormai abitualmente nelle bocche dei nostri bimbi che la usano non per apprezzamenti di dubbio gusto, ma solo per dire che una cosa è di loro gradimento. Insomma, la parola ha ormai sostituito bello.
Però, ogni volta che la sento specie se formulata da bambini, rivado con il pensiero a quando io, che ormai sono un vegliardo canuto, portavo le braghette corte anche d’inverno che e zenocia le vegnivo subito rosse per il freddo.
Allora noi, se volevamo dire che una qualsiasi cosa ci piaceva, la battezzavamo all’istante con un sonoro “togo!”, che era il termine a quel tempo di moda nella terra della Sprugola quale sinonimo gergale, appunto, di bello.
Le prime volte che sentivo quella parola, ne capivo il significato a senso, ma tuttora non mi capacito da dove sbuchi fuori. L’unico collegamento che da bambinello mi veniva in mente, era che fosse l’anagramma di goto, la parola famosa che nel dizionario di Sprugolandia designa qualsiasi tipo di boccale atto a contenere liquido.

Invece, ho poi imparato che contrariamente a quello che pensavo, togo è una parola italianissima che però nella dolce lingua dove il sì suona se n’è andata via via scomparendo per rimanere, chissà come e chissà perché, quasi solo nel gergo che una volta si usava da ‘ste parti. Forse era un relitto della parlata primitiva o forse, penso più probabilmente, venne introdotta da qualcuno dei barbari che, giunti con l’avvento dell’Arsenale, quel termine se lo portò dietro da dove veniva assieme a moglie, figli e suocera, per diffonderlo nella nuova patria.
Non ci misi molto a usare la parola proibita dei ragazzacci che frequentavo, come mi diceva sempre la nonna invitandomi ad un eloquio educato e risciacquato in Arno ché il vernacolo a suo avviso era il primo passo per entrare in una brutta strada.
Anche così si ammazzò il dialetto sprugolino, per quanto io, incurante delle sollecitazioni domestiche, indulsi presto ad un duplice registro colloquiale: italiano a scuola e dialetto en ciassa Brin. E accanto a togo, imitando gli altri, ogni volta che c’era un qualsiasi pericolo, mi scappava dalla bocca un “ovi” che stava per “attenzione attentissima!”. Di ovi non ho mai capito l’origine, ma era una delle parole dei bimbi di mezzo secolo fa e passa. Vivevamo in un piccolo mondo antico dove non solo non c’era la tv, ma anche la radio si sentiva poco, sottoposta com’era a censura preventiva che escludeva ogni trasmissione che divulgasse male parole.

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