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Ultimo aggiornamento: Giovedì 21 Marzo - ore 08.40

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"Non sono un eroe, ho solo fatto il mio dovere"

Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi scampato a un attentato nel 2016, ospite del Parentucelli Arzelà di Sarzana.

"Legalità è sviluppo"
"Non sono un eroe, ho solo fatto il mio dovere"

Sarzana - Val di Magra - “Di simboli ed eroi ne abbiamo avuti abbastanza. Io non sono un eroe, sono uno che ha fatto il suo dovere, cioè quello che dovrebbe essere la normalità”. Questo uno dei passaggi chiave che stamani Giuseppe Antoci, già presidente del Parco dei Nebrodi (diviso tra le province di Catania, Enna e Messina) e reduce dalla pubblicazione de 'La mafia dei pascoli' (con Nuccio Anselmo), ha scolpito nel corso dell'incontro con gli studenti del Parentucelli Arzelà di Sarzana. A fare da padrone di casa l'ex senatore Massimo Caleo, ora vice preside, che nel 2016 annunciò nel corso di una seduta a Palazzo Madama l'attentato appena subito da Antoci, uscito indenne – sul filo di lana - per l'ottimo lavoro della scorta e del vice questore Manganaro, ai quali il politico siciliano ha rivolto un sentito e commosso ringraziamento.

“Giuseppe è un amico che, per il suo impegno a favore della legalità, si è messo contro la mafia, che ha organizzato un attentato non per intimorirlo, ma per ucciderlo. E oggi, per il suo coraggio, è costretto a vivere una libertà limitata. Lui, un concerto con sua figlia, non può andare a vederlo”, ha osservato Caleo, che a fine incontro con Antoci si è calorosamente abbracciato. “Deve ripartire dalla scuola la cultura della legalità, del rispetto dei diritti – e anche dei doveri – dei cittadini”, ha affermato la preside Vilma Petricone, che nel suo intervento ha ricordato Dario Capolicchio, lo studente sarzanese tragicamente morto nell'attentato mafioso di Via dei Georgofili. Il questore Francesco Di Ruberto ha evidenziato come “sono queste cose, gli incontri con gli studenti, con i giovani, ciò che le mafie temono di più. Anni fa ci sentivamo soli, non c'era un movimento di opinione che ci sostenesse. Importante che sia nato, va coltivato, va portato avanti. La paura fa parte dell'uomo, ma possiamo superarla”. Il provveditore Roberto Peccenini ha osservato come “questo evento è in orario scolastico, stiamo facendo scuola. Importante aprirsi alla società civile, ai temi e alle realtà più significativi”, ricordando come “da quest'anno il colloquio dell'esame di Stato prevede uno spazio per la nuova materia Cittadinanza e Costituzione”. Il vice prefetto Flavia Anania ha definito l'iniziativa “un'occasione per riflettere sull'appartenenza civile, il senso civico e la lotta all'illegalità”.

Di fronte a oltre centocinquanta studenti, ai vertici locali delle forze dell'ordine, ai ragazzi di Libera, Antoci ha ripercorso nel dettaglio la sua 'stoccata' alla malavita, a cui ha tolto da sotto il naso un “mare di marmellata” fatto di bandi troppo comodi, ottimi per accaparrarsi in affitto i terreni del Parco dei Nebrodi e poi intercettare finanziamenti europei con guadagni milionari. Gare pubbliche monopartecipate – grazie alle pressioni sugli agricoltori – da società allestite ad hoc dalla malavita, che la spuntavano con rialzi irrisori – anche di un solo euro – sulle basi d'asta. L'ex presidente ha spezzato questo meccanismo introducendo il cosiddetto Protocollo Antoci, che, tra le varie cose, ha eliminato la soglia dei 150mila euro per la presentazione di certificati antimafia rilasciati dalla Prefettura, 'dettaglio' rivelatosi fatale per la malavita. In altre parole a tutte quelle gustose gare – le cui basi d'asta erano di norma sotto i 150mila euro – prima era sufficiente partecipare presentando una autocertificazione antimafia. L'ha fatto anche Gaetano Riina, fratello del superboss Totò. Il sistema spezzato da Antoci “consentiva di pagare 36mila euro all'anno di affitto per incamerare un milione e 300mila euro di soldi pubblici”, certo non impiegati per gestire realmente gli appezzamenti. Il Protocollo, poi adottato dall'intera Sicilia e diventato legge dello Stato nel 2017, è costato all'ex presidente l'attentato – il cui racconto ha tenuto gli studenti col fiato sospeso – e una vita in regime di libertà contingentata, con la scorta e la casa presidiata dall'esercito. “Intanto c'è chi dice che chi ha la scorta se la tira...”, ha punto Caleo, da sempre solidale con Antoci. Questi non ha mancato di ricordare quella sera in cui, poco dopo l'attentato, ha riunito la moglie e le tre figlie e pregandole di riflettere e chiedergli, nel caso, di fermare la sua battaglia: “Avevano il diritto di dirmelo. Non so cosa avrei fatto. In ogni caso, mi dissero di andare avanti e non mi hanno fatto mai mancare il loro sostegno. Così è stato e così sarà, il mio impegno proseguirà, andrò fino in fondo, come ho detto anche al presidente Mattarella. Spero che non mi accada niente. Se dovesse succedere mi auguro di essere da solo”. E decantando le bellezze e recenti i successi del Parco dei Nebrodi, Antoci ha concluso: "Legalità è sinonimo di sviluppo, non dimentichiamolo".

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