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Ultimo aggiornamento: Domenica 20 Agosto - ore 11.29

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Verso la Terza Repubblica

di Giorgio Pagano

Verso la Terza Repubblica

- Si è chiusa la stagione della “Grande riforma” della Costituzione.
Nei miei interventi nella campagna referendaria per il No al referendum da un certo punto in poi ho cominciato a citare un articolo di Antonio Polito, editorialista del “Corriere della Sera”, uscito il 20 novembre scorso. Polito sosteneva questa tesi: “Tra le motivazioni del No al referendum compare nei sondaggi anche la volontà di ‘difendere la Costituzione’. Forse abbiamo sottovalutato questo sentimento, interpretando la grande divisione dell’elettorato italiano secondo linee esclusivamente partigiane, pro o contro Renzi… Gli elettori hanno capito benissimo che devono scegliere tra chi vuole cambiare e chi vuole conservare la nostra Carta fondamentale… A sorpresa, dopo decenni di vasto consenso nella classe politica e nell’establishment per una riforma del testo del 1948, fa la sua apparizione una sorta di ‘patriottismo costituzionale’ che forse non ci aspettavamo… Si può presumere che in momenti di smarrimento e crisi alcune garanzie di protezione da un potere politico spesso ondivago e intrusivo, magari cercate nella tradizione dei padri, possano apparire rassicuranti… La Carta che fu scritta dai partiti usciti dalla Resistenza può essere ora usata da una parte cospicua dell’opinione pubblica come strumento di difesa dai partiti di oggi, di cui evidentemente non ci si fida, come se essa potesse essere il baluardo ultimo di diritti sociali e politici che prima o poi qualcuno vorrà toccare”. Polito vedeva giusto, caso raro in un Paese in cui chi fa informazione non sa raccontare il Paese perché frequenta troppo i palazzi e troppo poco il popolo. Ero anch’io convinto di questa tesi, sulla base della mia esperienza quotidiana: la nascita, o rinascita, di un’Italia insieme nuova e antica, tantissimi cittadini impegnati nell’opera di informazione e discussione pubblica sulla Costituzione, non per interesse, o per spirito di fazione, ma solo perché sentivano il dovere di farlo. Una corrente profonda di energie civiche di cui ho scritto su questo giornale nei giorni scorsi (“Un nuovo patriottismo costituzionale”, 12 dicembre 2016). Ero convinto che, contro una proposta che incarnava la volontà di trasformare la Costituzione, che è “terreno comune”, in un “affare di parte”, prevalesse nel popolo lo “spirito costituente”, la volontà di unire. E il No ha unito. Il Sì avrebbe diviso: se avesse vinto, una minoranza consistente non avrebbe accettato, o lo avrebbe fatto a fatica, le regole di un patto votato a maggioranza risicata. La vittoria del No, invece, unisce perché chi ha votato Sì non può sentirsi defraudato: la Costituzione del ’48 è sempre stata ed è anche la sua Costituzione, è la Costituzione di tutti. Certamente puntuali modiche della Carta potranno essere perseguite in futuro, sulla base di una larga unità. Ma la lunga stagione dei tentativi di dar vita a una “Grande riforma” della Costituzione si è chiusa. Il referendum ha dunque assunto un carattere “costituente”: nessuno potrà più azzardarsi a tentare la “Grande riforma”.

E’ finita la Seconda Repubblica
Il 28 novembre l’Associazione Culturale Mediterraneo ha organizzato un’iniziativa sul tema “Perché è finita la Seconda Repubblica?”. In realtà la stagione della Seconda Repubblica si è chiusa definitivamente il 4 dicembre, con il referendum. Ma tutti i sintomi c’erano già da tempo. Ho introdotto l’iniziativa con queste parole:
“La Seconda Repubblica è finita davvero? A mio parere sì. Se non altro siamo al crepuscolo. Ma che cos’è la Seconda Repubblica? Quando nasce? E quando nasce l’idea? Nadia Urbinati e David Ragazzoni nel loro ultimo libro ‘La vera Seconda Repubblica’ ricostruiscono le origini e il percorso compiuto in Italia da questa idea, un’idea per lungo tempo minoritaria e poi, via via, affermatasi sempre più. Secondo questi autori l’espressione appare per la prima volta nel ’58 con la caduta del monocolore democristiano, è una categoria politica vera e propria che contiene già tutti gli elementi che poi caratterizzeranno la Seconda Repubblica alla sua nascita. E a parlarne sono alla fine degli anni Cinquanta Randolfo Pacciardi, repubblicano cacciato dal partito, Giorgio Pisanò, fascista, e don Gianni Baget Bozzo della Dc, il quale parla di democrazia plebiscitaria e del bisogno di un leader della provvidenza. Quando Renzi dice che è da settant’anni che si aspetta la riforma in qualche modo ha ragione perché già nella Costituente c’era un gruppo di ex monarchici come Lucifero, o comunque antidemocratici come i rappresentanti dell’”Uomo Qualunque” che pensavano che la democrazia parlamentare fosse una iattura per l’Italia, capace di produrre solo un pessimo governo, litigi, compromessi e governi di coalizione, ovvero tutto quello che secondo Hans Kelsen denotava la democrazia parlamentare moderna. Per loro il bicameralismo e la repubblica assemblearista, come la chiamavano, erano solo il frutto della reazione contro il fascismo. Il fascismo si fondava sulla centralità dell’esecutivo: la repubblica, per reazione, si doveva fondare sulla centralità del Parlamento, ma ciò non andava bene. La caduta del monocolore democristiano coincise con l’avvento in Francia di De Gaulle, che in quattro anni con quattro plebisciti varò la Quinta repubblica, cambiando la Costituzione in senso presidenzialista da parlamentarista che era. Questi due elementi insieme, caduta del monocolore e modello gollista, si sposarono, e dentro la Dc, sommessamente prima (in una piccola minoranza), poi sempre di più (soprattutto negli anni Sessanta, a fronte di una società civile che ribolliva di movimenti e sembrava essere anarchica, disobbediente, problematica) si fece strada l’idea della necessità di un rafforzamento dell’esecutivo; allora, quella idea gollista sembrò poter essere la soluzione a tutti i problemi di instabilità, come loro la chiamavano. È un’idea che si faceva avanti, sempre di più. Basti pensare a Craxi. Da quella tradizione vengono anche costituzionalisti oggi del Pd, come Barbera o Ceccanti, vengono tutti coloro che oggi vogliono mettere fine finalmente alla repubblica antifascista e fare una repubblica realmente postfascista, che non abbia bisogno di essere così orizzontalista o, come la chiamano, assemblearista. A loro avviso ci si può permettere, dopo tanto tempo, di avere una visione verticistica senza il timore di cadute fasciste.
L’altra cosa che emerge dalla storia del dopoguerra è che i partiti sono stati un deterrente alla visione presidenzialista. Tutto questo processo di Seconda Repubblica, ovvero di fine della repubblica assemblearista, o parlamentarista pura, non corretta dal carisma, si è fatta avanti man mano che i partiti sono decaduti nella loro legittimità. Quindi più i partiti erano forti o di massa più questa idea era debole; più i partiti si sono indeboliti e diventati solo di eletti o amministratori più questa idea è andata avanti, quasi autonomamente, come una macchina che prende velocità. Dopo il  ‘92 i partiti, che non sono scomparsi ma sono sfibrati e senza legittimità politica, usano l’ideologia della Seconda Repubblica come salvagente per costruire progetti politici che non hanno più. Non è un caso che la proposta di riforma costituzionale sia vista come la salvezza per partiti che ormai sono solo partiti istituzionali, ‘partiti cartello’ che hanno nelle istituzioni l’unico loro aggancio di potere, un aggancio che deve essere tanto più forte quanto più debole è quello con la società; quindi fortissimo, perché fuori i partiti non ci sono più. Quindi solo se incardinati nelle istituzioni, istituzioni cambiate all’uopo ovviamente, i partiti hanno l’unico modo per salvare se stessi. La maggioranza ottenuta in un’elezione, quale che sia la partecipazione elettorale, cosa completamente irrilevante, si dovrà incardinare fortemente, strutturalmente all’interno dello Stato attraverso un meccanismo per cui chi vince prende tutto o quasi. E lo prende senza bisogno che nella società sia presente o ci sia qualcosa. Può esserci anche niente nella società. Un signor no può arrivare a costruire la sua maggioranza e avrà un potere straordinario nelle istituzioni senza esistere fuori. Questa è la logica oligarchica della Seconda Repubblica, una logica antidemocratica nello spirito, con partiti ombra di se stessi, ridotti a essere un insieme di personaggi di potere. Rispetto a questo problema penso che la spaccatura tra istituzioni e cittadini e tra partiti istituzionali e cittadini sia tale che votare No oggi significhi votare per la nostra cittadinanza. Noi abbiamo già visto cosa vuol dire avere una cittadinanza senza voce. L’abbiamo visto con l’astensionismo elettorale che arriva al 70 per cento in alcune regioni come l’Emilia-Romagna, che però non fa assolutamente più notizia, non incide più. In questo senso la riforma della Costituzione è una presa d’atto, è una codificazione di un fenomeno e di un processo che già esiste in società, profondo, quello di una forma di oligarchia. E questo sarà un problema serissimo per l’intera legittimità del sistema.
Perché in questo bailamme di distruzione dell’etica pubblica, finora almeno le istituzioni hanno retto. Hanno retto con vent’anni di berlusconismo, e prima di allora hanno saputo resistere al terrorismo e sconfiggerlo, hanno retto negli anni di “Mani pulite”. E hanno mantenuto ancora un’aura di imparzialità e di superiorità rispetto alle parti. Ma quando le parti le occuperanno direttamente, come avverrà, se sarà approvata, con questa riforma combinata elettorale e costituzionale, lo Stato stesso perderà la sua aura di imparzialità e superiorità rispetto alle parti; e a quel punto la crisi di legittimità dalla opinione tracimerà alle istituzioni. Perché io devo obbedire o devo sentire di avere dei doveri rispetto a chi? A chi occupa le istituzioni? A chi fa leggi per sé? Quindi il rischio che a una crisi dei partiti risolta in questo modo di occupazione delle istituzioni, segua anche la crisi di legittimità delle istituzioni statali è fortissimo.
La questione è che siamo alla chiusura di un ciclo, non all’apertura di un nuovo ciclo. Un bilancio si può, si deve fare. Nel momento in cui è in campo una proposta di riforma costituzionale che sancisce e codifica la Seconda Repubblica, nata 25 anni fa, va fatto un bilancio. Per scoprire il suo fallimento. Che rende drammaticamente sbagliata la codificazione in Costituzione. Dopo 25 anni di maggioritario, di leaderismo, di plebiscitarismo, di destrutturazione dei partiti diventati partiti personali, di trasformismo, di indebolimento della rappresentanza nel nome della governabilità, la democrazia italiana sta meglio o peggio? E’ migliorata l’efficacia, la concludenza del sistema politico? La questione morale si è attenuata o no? C’è stata l’alternanza, questo è stato un grande fatto positivo. Ma per il resto? Guardiamo anche all’economia: i nodi del debito, del rapporto con l’Europa, dello sviluppo, del fisco giusto, delle diseguaglianze, sono forse stati risolti? Se stiamo peggio, o comunque non meglio, come credo, perché questo accanimento terapeutico? Agonia della Seconda o costruzione della Terza Repubblica? E’ questo è il bivio che abbiamo davanti”.
Non c’è dubbio che i cittadini italiani abbiano scelto con chiarezza, scrivendo la parola fine sulla Seconda Repubblica. Per la seconda volta mi ritrovo in sintonia con Antonio Polito, che sul “Corriere della Sera”, il 14 dicembre, ha scritto l’articolo “La stagione che è finita”, quella della Seconda Repubblica nei suoi “quattro tratti distintivi”: il leaderismo, il maggioritario, l’ingessamento in due coalizioni, lo strapotere della tv. Polito così conclude: “Attenzione, perché nel falò della Seconda Repubblica è già sparito il Pdl, non è affatto detto che il Pd ce la faccia. Certo non ce la farà se continua a considerare la sconfitta referendaria come una specie di accidente, di evento atmosferico disgraziato che ha solo momentaneamente fermato l’irresistibile ascesa di Renzi”.

La sconfitta è anche economica e sociale
Gli italiani hanno affossato la “Grande riforma” e la Seconda Repubblica anche sulla base dei risultati della politica di questi mesi e di questi anni, soprattutto in campo economico e sociale. Una buona spiegazione del risultato del referendum si trova negli ultimi dati appena raccolti dall’Istat (“Condizioni di vita e di reddito 2015”) e nel Rapporto 2016 di Save The Children “Sconfiggere la povertà educativa. Fino all’ultimo bambino”. Il 28,7% degli italiani è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014. La quota delle persone impoverite sale se si tratta di coppie con tre o più figli ed è maggiore in tutte le regioni del Sud. Alla radice c’è la diseguaglianza: il 10% delle famiglie più ricche guadagna il 31% del reddito totale e possiede più del 50% della ricchezza totale, e il divario tra ricchi e poveri sta aumentando. Il popolo italiano ha quindi bocciato in primo luogo uno stile, un metodo di governo, e ha poi bocciato le politiche, in particolare quelle economiche e sociali. E’ stato un messaggio di protesta ma anche di grande responsabilità, che ha indicato un altro stile, un altro metodo: quello del dialogo e del confronto, quello della Costituzione baricentro delle garanzie di tutti. E ha indicato altre politiche, all’insegna della giustizia sociale. Un messaggio che non ha archiviato la voglia di cambiare, ma semmai “questo” cambiamento: la riforma Renzi-Boschi, l’Italicum, il Jobs Act, la Buona Scuola…
Ma qual è la risposta? Con il Governo Gentiloni, la risposta è il renzismo senza Renzi. Renzi è convinto di potersi intestare il 40% dei voti raccolti il 4 dicembre, sogna ancora le percentuali alle europee del 2014, e rimuove le due sconfitte alle regionali e alle comunali nei due anni successivi. E’ una politica destinata al fallimento, perché è basata su un errore profondo di analisi della società italiana.

La legge elettorale e la questione dei partiti
Si va verso la Terza Repubblica, ma senza molte certezze. Certamente non possiamo pensare di ritornare alla Prima Repubblica. Anche se l’Italia dei cosiddetti “governicchi” ci ha dato lo Statuto dei lavoratori, mentre quella della Seconda Repubblica è tornata, con i voucher, all’Ottocento. Qualche idea della Prima Repubblica ha ancora un suo valore. Ma un valore da interpretare nei tempi nuovi e da portare nel futuro. Quali idee? Partiti veri, radicati nel popolo, che non pensano solo ad andare in televisione; rappresentanza (per la sinistra: del lavoro); partecipazione; proporzionale. Se senza partiti non c’è democrazia rappresentativa, come dovranno essere i partiti del futuro? E la buona democrazia rappresentativa è solo quella delegata, dove si vota ogni cinque anni e basta, o ha bisogno di partecipazione? Come conservare il bene politico dell’alternanza affrancandolo dagli elementi distorsivi del leaderismo? Come rappresentare una società -e un mondo del lavoro- sempre più frammentati?
Una questione si impone da subito: è quella della legge elettorale. Perché, per responsabilità di Renzi, abbiamo leggi elettorali di segno opposto tra Camera e Senato, e quella per la Camera, l’Italicum, è palesemente incostituzionale (sono uno dei 23 cittadini liguri che hanno presentato un ricorso sull’incostituzionalità dell’Italicum al Tribunale di Genova, che lo ha ritenuto fondato e lo ha inviato alla Corte Costituzionale, che si pronuncerà il 24 gennaio). Occorre un sistema elettorale più equilibrato, che tenga conto della complessità della società italiana e allarghi l’offerta politica. Governare è tremendamente difficile, ed è davvero illusorio pensare di farlo senza avere un consenso reale alle spalle. Così come è illusorio pensare di ovviare ricorrendo a qualche marchingegno elettorale che produca “maggioranze” fittizie. Prima o poi, come si è visto, se ne paga il conto. Quindi a una certa forma di proporzionale, più o meno corretto, si dovrà tornare. Ma la questione della legge elettorale è anche un’altra: se vogliamo superare l’attuale deficit della classe dirigente si dovrà dire basta ai nominati, e tornare a un forte legame tra eletto ed elettore.
Dietro c’è la grande questione dei partiti, il punto più dolente del nostro sistema. Gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” sono i partiti (art. 49 della Costituzione). Ma se questi si riducono a gruppi di potere o a comitati elettorali al servizio di questo o quello, il sistema non può funzionare. Il quadro è desolante: la destra è frantumata; il Pd, che dovrebbe costituire il polo di sinistra, è stato geneticamente modificato, o più probabilmente è una forza malformata fin dall’origine; il M5S, nato dal vuoto di destra e sinistra, è una forza carica di energia e di potenzialità alternative, ma non può proporsi alla guida del Paese con lo stesso profilo fin qui dimostrato a Roma. Ma il quadro è desolante anche perché la politica ha perduto l’etica, e la questione morale resta più che mai, a 25 anni da “Mani pulite”, una vera e ineludibile questione politica.
Certezze, ripeto, non ne ho. Mi ritrovo nelle parole, sul “Corriere della Sera”, dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, che tanto si è battuto per il No al referendum: “In nome della Costituzione, segno di unità, può svilupparsi la ricerca paziente, dal basso, di una politica meno arrogante, meno sicura di sé, più ‘umile’, anche più orientata alla ricerca dell’incontro al di là dello scontro… Chi sa che le tante iniziative giovanili e di base, che in questa campagna referendaria hanno trovato espressione e luogo per svilupparsi e sono stati utili strumenti di informazione e di riflessione, non possano costituire l’humus capace di alimentare nuovi modi di costruire politica. Questa sarebbe la strada vera per uscire dalla ‘palude’ in cui si dice che siamo invischiati”.

Post scriptum:
Dedico questo articolo ai tre parlamentari spezzini eletti alla Costituente, Anelito Barontini, Angela Gotelli e Filippo Guerrieri, che il Comitato Unitario della Resistenza ha ricordato, con una bella iniziativa, nei giorni scorsi. La relazione con cui ho ricordato Anelito Barontini è leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com

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Mostra fotografica “Sixty” di Giorgio Pagano, 18 ottobre - 22 novembre 2014, Archivi multimediali Sergio Fregoso: Paesaggi urbani, Milano (2014)


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