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Ultimo aggiornamento: Venerdì 18 Agosto - ore 22.15

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Una storia è finita, ora una grande lista civica

di Giorgio Pagano

Una storia è finita, ora una grande lista civica

- “Un governo cittadino piegato da logiche correntizie”

La crisi della Giunta guidata da Massimo Federici è ormai irreversibile: una storia è finita, non si può che voltare pagina. Può darsi che il Pd trovi al suo interno una ricomposizione posticcia, ma durerebbe lo spazio di un mattino e non sposterebbe il problema di una virgola. Meglio, quindi, andare a votare al più presto che galleggiare ancora un anno: sarebbe una lunga agonia che porterebbe solo danni alla città.
Le vicende di piazza Verdi e del conflitto tra Comune e Autorità Portuale avevano già reso evidente che questa esperienza di governo ha esaurito la sua spinta propulsiva. Spezia in questi anni ha certamente fatto passi in avanti, per esempio nella vocazione turistica, ma il modo di amministrare -la mancanza sia di visione del futuro che di dialogo sociale e di vicinanza alle persone- ha portato nelle secche. Il waterfront non ha fatto un solo passo in avanti; il nuovo ospedale partirà, ma senza alcuna certezza sulle risorse che dovranno provenire dalla vendita del Sant’Andrea e soprattutto senza sapere che tipo di ospedale sarà e quali reparti conterrà, perché non si sa quale sarà il suo bacino di utenza; l’Enel sarà dismessa, ma per scelta dell’Enel stessa e non del Comune, che qualche anno fa proponeva addirittura la combustione in centrale del Cdr derivato dai rifiuti.
La cacciata dell’assessore Andrea Stretti ha avuto esclusivamente motivazioni di natura correntizia: “Stretti -ha dichiarato il Sindaco in un’intervista alla “Nazione “del 15 marzo scorso-pur appartenendo all’area Renzi, con un’operazione spregiudicata, ha cercato di coinvolgere consensi sulla candidatura a segretario di Barli, che è stato un feroce oppositore del segretario nazionale”. Il distacco era già avvenuto sul futuro candidato a Sindaco, che è poi la questione più importante su cui è in corso questa lotta di potere. “Il mio cammino dovrebbe essere proseguito da un esponente renziano del partito”, aveva detto Federici in un’intervista al “Secolo XIX” del 6 settembre 2015, subito seguito dall’assessore Jacopo Tartarini, che in un’intervista alla “Nazione” aveva di fatto lanciato la candidatura a Sindaco dell’assessore “renziano” Corrado Mori (3 ottobre). Pronta la replica proprio di Stretti: “Questo è il meccanismo che ci ha fatto perdere le regionali”, con riferimento alla candidatura, molto anticipata, di Raffaella Paita (“La Nazione”, 4 ottobre 2015). Questa, dunque, era la Giunta che avevamo, anzi che abbiamo ancora, sia pure dimezzata. E questo è oggi, o meglio da sempre, il Pd: “un comitato elettorale sempre più ristretto, con poca partecipazione e pochi iscritti… siamo arrivati a un punto limite: oltre non c’è più il partito” (frase tratta da un documento di 200 iscritti al Pd genovese, pubblicata sul Secolo XIX del 6 agosto 2015). Alla cacciata di Stretti hanno reagito, dimettendosi, i tre assessori non “renziani” Luca Basile, Davide Natale e Alessandro Pollio: “il governo cittadino non può risultare piegato da logiche correntizie”, hanno scritto. Giusto, e complimenti, perché a Spezia è raro che qualcuno rinunci a una poltrona. Anche se i motivi delle dimissioni c’erano da tempo e sarebbero stati più chiari ai cittadini se spiegati con maggiore ampiezza di argomenti, come ha accennato Luca Basile: “La logica che ha portato alla scelta di sdelegare Stretti è la stessa che ho riscontrato tante volte, per esempio in un’assemblea pubblica sulla chiusura della scuola materna di via Firenze. A una signora con opinioni diverse da quelle del Comune, Federici rispose: ‘Signora, quando farà il Sindaco faremo come vuole lei’””. Le dimissioni, Basile converrà, sarebbero state più chiare dopo quell’assemblea.

Alla ricerca delle radici del degrado

Stretti invita ad andare a ritroso nella ricerca degli errori. Un passaggio cruciale è senz’altro quello delle regionali del 2015. Una vera disfatta: la Paita prese 180.000 voti, Burlando, cinque anni prima, 420.000! Fabio Lugarini la spiegò bene su “Città della Spezia”, poche ore dopo: “Paita va a casa perché compie due maxi-errori. Sopravvalutare il risultato delle primarie: intorno a lei erano più gli interessi (e le promesse) che non l’adesione convinta a tenere unita una baracca con buchi da tutte le parti… L’altro errore imperdonabile è non aver voluto fare i conti con il momento storico del Paese e della Liguria, sconquassata dai problemi legati allo sfruttamento del territorio… Paita avrebbe potuto scegliere di dimettersi subito dopo il caso alluvione, non tanto per ammettere colpe che può non avere, quanto per dare un segnale di umanità all’elettorato, un atto di umiltà che l’avrebbe rafforzata molto di più di quel ‘io vado avanti contro tutto e contro tutti’” (6 giugno 2015). Sempre su “Città della Spezia”, lo stesso giorno, fu profetico l’ex Sindaco Sandro Bertagna: “Basta cordate di potere, così il Pd non riemergerà mai”.
Ma io credo che occorra andare ancora più a ritroso nel tempo. Nel 2010 così scrivevo nel mio libro “La sinistra la capra e il violino”: “Il simbolo della mutazione strutturale della sinistra spezzina fu la crisi che colpì i Ds (Democratici di sinistra) tra 1999 e 2000. Un gruppo si organizzò per conquistare le cariche elettive. Io facevo il Sindaco e non ero in discussione, in ballo c’erano le candidature alle regionali del 2000 e alle politiche del 2001. C’era grande ambizione, slegata da ogni idea o programma. Finì con una rissa, dopo la scoperta di liste che annotavano la ‘vicinanza’ o meno dei dirigenti del partito rispetto a questo gruppo. Pagarono (politicamente) solo il segretario provinciale di allora, e un ragazzino che aveva compilato le liste. Poi ci si mise una pezza, con un’unità di facciata che comunque teneva il partito in uno stato catatonico. Non ci riprendemmo più, pur risalendo un po’ il fondo. I leader di oggi sono sempre quelli che c’erano allora. Dalla società civile non è più arrivato nessuno, i giovani sono merce rara. Nel Pd vedo una certa vitalità nei circoli, ma non mi pare che le ‘oligarchie dei giri’ si aprano. Il Pd ha ereditato le divisioni di potere esistenti nei Ds e nella Margherita, con poche novità. Non conosco il partito attuale, ma a leggere i giornali, che raccontano le continue guerre interne, non vedo novità esaltanti”. Sette anni dopo, confermo e rafforzo quel giudizio. Abbiamo visto più volte all’opera, nel Pd, lo stesso, identico schema del 1999-2000. A proposito: anche allora c’erano miei assessori che partecipavano a battaglie correntizie. Cercai di dissuaderli, ma non mi passò mai per la testa l’idea di cacciarli. Oggi nulla è mutato, se non in peggio: lo schema della lotta di potere è il solito, ma circolano più soldi e più ferocia. Certamente sbagliai, allora, a non occuparmi abbastanza del partito per cercare di cambiarlo e a dedicare tutti i miei sforzi al lavoro di Sindaco, privilegiando il rapporto diretto con i cittadini e cercando in altro modo quella connessione con il popolo che il mio partito non mi garantiva più. Anche così, oltre che con le mie nuove passioni, si spiegano le ragioni della mia rinuncia a ogni incarico una volta terminato il mio secondo mandato: sarei dovuto tornare in un partito, o meglio “comitato elettorale”, del quale condividevo ben poco dal punto di vista politico, e in cui sarei dovuto diventare un capo di una cordata di potere, come gli altri. Come ha detto Christiane Taubira dopo l’annuncio delle sue dimissioni da Ministro della Giustizia del Governo Hollande in polemica con l’attacco ai diritti di libertà: “A volte resistere significa restare, a volte significa andare via. Per fedeltà verso se stessi, verso di noi”.

Brusoni, Rosaia e la prospettiva civica venticinque anni dopo

Qualche settimana fa se ne è andato Guido Brusoni: un medico molto capace e molto umano, il mio medico da tanti anni. Un amico, che condivise con me la straordinaria esperienza della Giunta di Lucio Rosaia, di cui fummo entrambi assessori. Lui aveva la delega all’ambiente, e fece tante buone battaglie. Il ricordo del passato porta, anche in questo caso, alla riflessione sul futuro. Anche allora, era il 1992-1993, finiva una storia, quella delle vecchie Giunte di sinistra Pci-Psi. Io ero il segretario provinciale del Pds, nato dallo scioglimento del Pci. Così racconto quella fase in “La sinistra la capra e il violino”: “Avrei potuto facilmente diventare Sindaco nella fase terminale delle vecchie Giunte di sinistra: bastava chiedere i voti e fare qualche promessa a qualche consigliere… La maggioranza dei consiglieri non voleva, infatti, le elezioni anticipate. Ma ritenni giusto porre fine a un’esperienza che non aveva più nulla da dare, e aprire una fase nuova, usando subito la nuova legge sull’elezione diretta del Sindaco. Con nuovi alleati e nuovi programmi. Anche in quel caso feci la mia scelta, nonostante molti miei collaboratori spingessero perché accettassi. Così come ritengo di aver fatto bene, subito dopo, a non candidarmi nell’elezione diretta, ma a proporre un candidato della società civile, il medico Lucio Rosaia: la svolta sarebbe stata ancora più netta, e così fu. Io diventai il suo più stretto collaboratore. Ho un ricordo molto bello, di una squadra. Il mio rapporto con Rosaia, una persona molto più anziana, che prima non conoscevo, e pure un po’ diffidente verso i ‘comunisti’, fu di un’intensità umana e politica superiore a quella di ogni altro mio rapporto con i politici. E’ la prova che la mia non è ‘nostalgia del Pci’, ma di una politica ‘alta’, con persone che hanno degli ideali. E’ questa la mia ricerca”. Aggiungo solo che vincemmo al secondo turno, e che mi giocai tutto: se avessimo perso mi sarei dimesso da segretario e da ogni incarico di partito. Oggi chi perde non lo fa mai. Si guardi a cosa è successo dopo la disfatta del Pd alle regionali: tutto il suo gruppo dirigente, ligure e spezzino, è sempre lì, immarcescibile. La Paita fa il capogruppo in Regione -anche se ho apprezzato che abbia detto che non si ricandiderà a Presidente la prossima volta-, il segretario regionale e due segretari provinciali su quattro sono diventati consiglieri regionali, uno è rimasto fuori solo perché era nel “listino” della Paita…
La scelta del 1992-1993 ci insegna che, per aprire una strada nuova, bisogna osare molto, alzare lo sguardo, immaginare scenari inediti, trarre linfa vitale dalla società. Con Rosaia facemmo una Giunta quasi tutta di persone della società civile, come Guido Brusoni: fu uno shock, per la “democrazia dei partiti” di allora. Ma demmo pur sempre vita a una coalizione di partiti, anche se oltre ai partiti c’era una lista civica. Venticinque anni dopo, ne sembrano passati mille. E’ un’altra era, un altro mondo. Senza partiti, solo con piccoli capi, circondati da pochi consiglieri fidati. Mentre metà corpo elettorale non va a votare. La ricerca di una strada nuova merita una riflessione approfondita e fantasiosa. La posta in gioco è altissima, se vogliamo che la politica serva a qualcosa: riportare i cittadini alla vita democratica sottraendola alla casta. Ecco perché sostengo da tempo che c’è bisogno di una coalizione civica, sociale, popolare, aperta a tutti, a partire da chi non vota più, sulla base di un programma di grande cambiamento. Con dentro le migliori passioni e competenze della città, comprese quelle che sono dentro i partiti: ma senza alleanze tra partiti, e senza simboli dei partiti. Che abbia l’ambizione di vincere le elezioni e di governare la città. Lorenzo Forcieri qualche tempo fa ha scritto: “Se il Pd dovesse continuare in questo modo, arriverebbe terzo alle elezioni, dopo il centrodestra e il M5S” (“Il Secolo XIX”, 13 agosto 2015). Il Pd ha continuato a quel modo, eccome! Ora tocca alle tante spinte civiche che esistono in città: movimenti, comitati, associazioni, tutti i cittadini che vogliono farsi sentire e ottenere risultati che i partiti non sono in grado di dare. E tocca anche al M5S, che è arrivato all’apice delle sue fortune e che, così com’è configurato, non può non andare oltre, per aprirsi a convergenze non con i partiti ma con il civismo. E poi tocca ai tanti che finora hanno votato Pd, considerandolo l’erede dei partiti di sinistra: anche loro sono spaesati e impauriti del futuro. Possono ritrovare una speranza insieme a tanti altri, in una grande lista civica.

Post scriptum:
Sulle vicende del passato citate in questo articolo rimando a questi testi:
“La sinistra la capra e il violino - Conversazione con Daniela Brancati”, 2010
“Rosaia a dieci anni dalla scomparsa”, “Il Secolo XIX”, 14 febbraio 2010
Sulla proposta di coalizione civica, sociale e popolare rimando a questi testi:
“A Spezia ‘impero’ del Pd al tramonto”, “il Secolo XIX”, 29 dicembre 2015
“Partiti obsoleti Pd partito del premier”, “Il Secolo XIX”, 2 gennaio 2016
“Basta partiti, La Spezia punti sui suoi cittadini”, “Il Secolo XIX”, 22 gennaio 2016
Tutti i testi sono leggibili su www.associazioneculturalemediterraneo.com

Nei prossimi giorni ritornerò in Africa, a Sao Tomè e Principe, dove sto seguendo un progetto di cooperazione internazionale. Per un mese la rubrica “Luci della città” sarà sospesa; da domenica prossima, d’intesa con la direzione di “Città della Spezia”, ritornerà la rubrica “Diario do centro do mundo”.


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Sao Tomè, Ribeira Afonso, la chiesa (2015) (foto Giorgio Pagano)


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