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Una scintilla divina

di Giorgio Di Sacco Rolla

l'opinione
Una scintilla divina

- La scuola italiana, che oggi resiste con fatica alla tempesta del coronavirus, è stata macellata in questi ultimi lustri , non solo mediante scellerati tagli lineari al bilancio. Una allegra compagnia di novatores didattici ha imposto la didattica per competenze contribuendo a modellare, forse inconsapevolmente, il pensiero dei giovani verso una razionalità che non si interroga sui fini, che vede ogni acquisizione culturale come accrescimento del proprio capitale spendibile, investibile. Da anni si parla di portfolio dello studente, da anni si incentivano i test, le analisi guidate dei testi, le quali sono spesso esercizi di retorica mirati a favorire il pensiero convergente e a reprimere quello divergente. Gli stessi novatores, in nome dell'inclusività e della democrazia come "volemose bene, siamo tutti figli di Visnù" hanno espunto di fatto la disciplina dalle scuole, togliendo gli strumenti di punizione/ correzione ai docenti, i quali sono considerati i responsabili di ogni "mortalità scolastica" . Dietro l'affermazione: "Ogni bocciatura è un fallimento" si nasconde il delirio di onnipotenza di una scuola di fatto sempre meno incisiva e sempre più marginale.

Queste scelte, caldeggiate da docenti e dirigenti già ammaliati da sogni rivoluzionari da tempo naufragati, ed avallate da sindacati con residue velleità egemoniche, hanno trovato sponda nel narcisismo irresponsabile di una generazione di genitori che vede la scuola come un hangar di raccolta dei pargoli e che la intende strutturata nelle sue dinamiche interne come una squadra giovanile di calcio o una scuola di danza, in cui i figli devono sgomitare per diventare i campioni o i "performer"di domani: vale a dire li vuole candidati a protagonisti delle future stagioni del grande fratello vip. Senza dimenticare i molti, troppi, genitori fantasma, che non rispondono alle sollecitazioni dei docenti, che non si presentano se convocati. Perciò se ancora vi è trasmissione di cultura nella nostra scuola, lo si deve a docenti che, con testardaggine, dalla primaria fino all'ultimo anno delle superiori, dagli istituti professionali ai licei classici, si oppongono a questa deriva; che si limitano a riempire documenti burocratici altisonanti e poi ad agire in tutt'altro modo quando entrano in classe, reale o virtuale questa sia; che si sforzano di trasmettere quella scintilla divina che è l'amore per la conoscenza. A questi prodi bisognerebbe rendere almeno l'onore delle armi.

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