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Un uomo solo è al comando

di Valerio P. Cremolini

Lettere a CDS
Un uomo solo è al comando

- Ho iniziato il 2019 ricordando sul periodico “Il Contenitore” Fausto Coppi in occasione della morte, avvenuta a Tortona il 2 gennaio 1960. L’unicità del campione, nato a Castellania il 15 settembre 1919, è stata richiamata da numerose testimonianze celebrative del centenario della nascita.
Coppi, fin da bambino, è stato il mio idolo. Nel tappino che utilizzavo nelle sfide ciclistiche che si svolgevano nel cortile e nel funzionale scalino antistante l’ingresso della chiesa di N.S. della Salute, s’imponeva il volto del “Campionissimo”. Non rinunciavo, inoltre, ad attendere per ore il passaggio del Giro d’Italia in viale Amendola, cercando, talvolta con successo, di scorgere la sua maglia bianco-celeste. Il gruppo scompariva in un baleno, ma quegli attimi erano sufficienti per riferire ai miei amici quanto avevo visto. Più o meno, tutti avevamo colto il volto del proprio campione: Coppi, Gino Bartali (1914-2000), Fiorenzo Magni (1920-2012) e così via. Sarà stato vero? In quei momenti l’euforia ci consentiva di esprimere anche qualche perdonabile bugia.
Coppi ha vinto tantissimo. Tra i suoi successi: Giro d'Italia (1940, 1947, 1949, 1952, 1953); Tour de France (1949 e 1952); Giro di Lombardia (1946, 1947, 1948, 1949 e 1954); Milano-Sanremo (1946, 1948 e 1949); Parigi-Roubaix e Freccia Vallone nel 1950. Da autentico fuoriclasse è stato Campione del mondo a Lugano nel 1953 e da specialista della pista, Campione del mondo d'inseguimento (1947 e 1949) e primatista dell'ora, con 45,798 km, dal 1942 al 1956. Ha vinto complessivamente 122 corse su strada ed ha indossato rispettivamente per 31 giorni la maglia rosa e per 19 la maglia gialla.
Nel maggio 2015, in occasione della tappa spezzina del 98° Giro d’Italia, ho svolto una conferenza dal titolo Biciclette nell’arte e nella letteratura, proponendo un itinerario artistico-letterario dedicato al ciclismo di ieri e di oggi. Sono numerosi, infatti, gli artisti che hanno rivolto la loro creatività alla bicicletta, al pari di scrittori e figure di primo piano del giornalismo sportivo, che hanno lasciato pagine memorabili sulla famosa corsa rosa. Quelle dedicate a Coppi trasferiscono la statura del ciclista ritenuta ancor oggi al di sopra di qualsiasi confronto.
Indro Montanelli (1909-2001) in macchina con Aldo Zambrini, dirigente della “Bianchi”, segue nel 1947 il suo primo Giro d’Italia per il Corriere della Sera. La rivalità fra Coppi e Bartali è altissima. Bartali indossa da tredici tappe la maglia rosa e la frazione dolomitica “Pieve di Cadore-Trento” è fondamentale per decretare il vincitore del Giro. Coppi è staccato di tre minuti dall’altrettanto mitico campione toscano. “Salivamo le rampe del Falzarego. Fausto - scrive Montanelli - con quella sua pedalata rotonda, continua, prese a pigiare di più sui pedali. Gino veniva su a scatti rabbiosi. Fausto era più bello, più estetico e, quel giorno, volava. Bartali perse terreno: un metro, dieci, cinquanta, due tornanti. Poi, venne appiedato dal salto della catena. Ma l’altro scalava liscio, senza apparente sforzo. Dopo il Falzarego, il Pordoi. Due lacrimoni scendevano sulle gote di Zambrini. Stava nascendo il campionissimo. Fausto zittiva gli scettici”.
Le incredibili imprese di Coppi si succedono nelle straordinarie narrazioni di celebri penne. Come non ricordare il grande Gianni Brera (1919-1992), coetaneo di Coppi, testimone della leggendaria conquista dell’Airone della maglia rosa al Giro del 1949 nella temibilissima “Cuneo-Pinerolo”. Coppi va in fuga e scala, solitario, il Colle della Maddalena, Col de Vars, l'Izoard, Monginevro e Sestriere. Al traguardo di Pinerolo stacca di 11'52" l’irriducibile Bartali e, terzo a 19’14”, un ottimo Alfredo Martini (1921-2014), in seguito, commissario tecnico della nazionale italiana. È entrata nella storia dello sport la celebre frase pronunciata dal radiocronista Mario Ferretti (1917-1977) all’apertura del collegamento radiofonico che sintetizzò la situazione della corsa e la memorabile impresa del corridore annunciando: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. La penna dello scrittore Dino Buzzati (1906-1972), al seguito del Giro, si superò nell’associare al duello fra Coppi e Bartali quello fra Achille ed Ettore, “dell’uomo vinto dagli dei”.
Ero troppo piccolo per aver vissuto quel momento, che spesso viene riproposto in varie trasmissioni e, non nascondo, che avverto i brividi.
Il Giro d’Italia del 2019 vinto dall’ecuadoriano Richard Carapaz, ha omaggiato il Campionissimo, replicando l’analoga tappa, ovviamente senza alcuna analogia con quanto agonisticamente accaduto nel 1949. Tra l’altro la corsa rosa ha celebrato anche i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, la cui geniale creatività vanta un progetto di bicicletta del 1473.
Per Brera “La struttura morfologica di Coppi sembra un’invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta. Coppi in azione non è più un uomo, del quale trascende sempre i limiti comuni. Coppi inarcato sul manubrio è un congegno superiore, una macchina di carne e ossa che stentiamo a riconoscerci simile. Allora persino i suoi capelli che il vento relativo scompiglia, paiono esservi per un fine preciso: indicare la folle incontenibile vibrazione del moto”. Nel Giro del 1955 è la scrittrice Anna Maria Ortese (1914-1998) a rimanere incantata: “Veniva avanti in modo incredibile, anche per un profano: senza sforzo con una leggerezza e una violenza che non gli costavano nulla, quasi precipitasse e il suo unico impegno consistesse nel dominare qualche potenza”.
C’è anche l’altra faccia della medaglia occupata dai momenti dolenti della sua vita privata, affrontata da un uomo che per lo scrittore Massimiliano Castellani (1969), “era un solitario per scelta, per indole e per il senso di pudore incamerato dagli uomini semplici, senza studi, quelli onesti di una volta che quando non sapevano, se ne stavano in silenzio per paura di sbagliare”.
È raccapricciante rivivere il calvario che ha portato Coppi alla morte, che avrebbe potuto essere rimandata. La vicenda è piuttosto nota. Di ritorno dalla disputa di un criterium nell’Alto Volta fu contagiato, al pari del collega francese Raphael Geminiani (1925), suo compagno di stanza, dalla malaria, inizialmente diagnosticata come virus influenzale, che fece sentire ad entrambi gli effetti malefici subito dopo Natale. La sera del 27 dicembre, infatti, Coppi aveva 40 di febbre, affrontata con terapia antibiotica e cortisone. Un disastro! Geminiani cadde in coma, ma si salvò grazie al chinino, suggerito da specialisti in malattie tropicali e, purtroppo, rifiutato dai medici italiani che avevano in cura il grande campione, che il primo gennaio venne ricoverato in pessime condizioni fisiche. Il giorno dopo, nell’ospedale di Tortona, alle 8.45, dopo una notte di agonia, l’Airone, smise di volare sulle due ruote per raggiungere in cielo l’amato fratello Serse, anch’egli buon ciclista, deceduto il 29 giugno 1951, a soli ventotto anni, per le conseguenze di una caduta al Giro del Piemonte.
Quell’omino con le ruote / contro tutto il mondo, canta Gino Paoli nella canzone che ha dedicato a Coppi nel 1988, mi ha procurato momenti di grande gioia. Non nascondo che nei giorni della malattia ho pregato per la sua guarigione. Quando è morto ho pianto lungamente.

VALERIO P. CREMOLINI

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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