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Ultimo aggiornamento: Lunedì 21 Agosto - ore 00.20

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Un sindaco civico per Spezia?

di Giorgio Pagano

Un sindaco civico per Spezia?

- Il cuore rosso non batte più per il Pd

“Le fedeltà si sono perdute. Liquefatte. Come i partiti. Non per nulla ne ha beneficiato un non-partito liquido come il M5S”. Così il sociologo Ilvo Diamanti ha commentato il risultato delle recenti elezioni amministrative. Diamanti ha evidenziato soprattutto il cambiamento che ha coinvolto le regioni dell’Italia centrale, tradizionalmente di sinistra, e tradizionalmente le più stabili: oltre la metà dei Comuni di centrosinistra hanno cambiato colore. Il dato è molto evidente in Toscana, ma anche in Emilia. Anche dove il Pd vince, perde quote non irrilevanti di voti, che passano al M5S o all’astensione. Segnali ce ne erano già stati: nelle regionali del 2015 il centrodestra stava per conquistare l’Umbria, mentre Livorno era passata al M5S. Non esistono più porti sicuri: il voto di appartenenza sembra in via di estinzione. Il fenomeno non può non riguardare anche Spezia, che ha quasi sempre seguito il trend delle regioni rosse.
Alle origini ci sono motivazioni di carattere sia nazionale che locale. Si tratta, cioè, di un voto che è nel contempo contro Renzi e contro l’establishment locale. Contro Renzi, perché il suo messaggio è lontanissimo dall’elettorato popolare. Come ha scritto il politologo Piero Ignazi, “il capo del governo si bea a calarsi nel mondo smart e cool delle startup, delle imprese (innovative ovviamente), e della borghesia benestante”. Ma così “diventa un alieno rispetto a vaste platee popolari”, che chiedono attenzione al tema delle diseguaglianze e del welfare più che alle ragioni del mercato. Il renzismo è antipatico perché, come già successe con Berlusconi, la “narrazione” sull’Italia che riparte e su “va tutto bene” fa a pugni con una realtà in cui moltissimi vivono di voucher o pagano esami sanitari che prima erano gratuiti. Il renzismo, inoltre, è irritante per quel chiacchiericcio di oligarchi scatenati nei media e nei social, di “nuovi giovani” che twittano “ciaone” e ostentano pose da statisti, sempre certi di essere nel giusto, incapaci dell’arte politica per eccellenza, quella della mediazione. Quelli che vogliono “asfaltare” gli avversari. Come ha notato uno scrittore, Alessandro Robecchi, tutti amano Muhammad Alì quando dice “lo stenderò alla terza ripresa”, ma questo avviene perché Alì, poi, lo stende davvero alla terza ripresa. I renziani, invece, prima alzano la coppa e poi perdono quattro a zero.
Detto questo, il voto contro il Pd ha anche motivazioni specifiche: come nelle regionali liguri del 2015, dove pesò il giudizio negativo sulla Giunta Burlando e sulla candidata del Pd. Come a Torino -che non è una città rossa, ma era governata dal centrosinistra da 23 anni- dove, come hanno notato gli intellettuali torinesi più acuti, Bruno Manghi e Giuseppe Berta, “l’amministrazione ha perso perché le elezioni municipali sono diventate un referendum su Fassino, come ultima configurazione del ‘Sistema Torino’, vale a dire una sorta di blindatura dell’establishment che si vedeva confermato nelle proprie funzioni a ogni tornata elettorale”. L’errore fondamentale di Fassino è stato quello di insistere sul volto nuovo di Torino, turistico e culturale, dimenticando la portata della crisi, l’ampiezza e la diffusione della povertà. A Spezia sembra a volte di ascoltare il “racconto urbano” di Fassino… Insomma, emerge anche da noi -come a Torino- una richiesta di rappresentanza democratica e di un modello di sviluppo locale diverso, che non trova una risposta nell’establishment. Nel cui recinto le preoccupazioni, del resto, non mancano. Lo hanno detto, con parole diverse, i due capi fazione del Pd spezzino Andrea Orlando (“Questo Pd dorme e va svegliato”, “Il Secolo XIX”, 28 giugno 2016) e Raffaella Paita (“Orgoglio e unitarietà per non ricevere un altro ‘ciaone’”, “Città della Spezia”, 23 luglio 2016).

La società civile spezzina può rinascere?

Le ricette dei due sono, però, diverse. Leggiamo Orlando sul prossimo candidato Sindaco: “Eviterei, se possibile, le primarie e cercherei un candidato unitario che parli a tutta la città e sia in grado di mettere insieme una coalizione sociale e politica. Le primarie sono un fatto in sé positivo, ma possono essere fatali se un partito si è fin troppe volte diviso, com’è avvenuto da noi negli ultimi anni”. Del resto, in quei giorni, Fernanda Contri, vicepresidente emerita della Corte Costituzionale, presidente del Comitato di garanzia per le primarie del Pd per le regionali, indicata da Raffaella Paita, ha dichiarato, dopo gli arresti di Lavagna per voto di scambio: “Le primarie? Andavano annullate” (“Il Secolo XIX”, 3 luglio 2016). Ecco, invece, la risposta della Paita a Orlando: “Non credo che le primarie vadano bannate dal nostro dna: se in passato abbiamo sciupato lo strumento per non aver saputo gestire le nostre questioni interne, non per questo dobbiamo rinunciare a questo momento di democrazia”. Orlando, in seguito, si è spinto ancora più lontano: “Occorre un candidato che parli il più possibile all’esterno, alle espressioni della società. Un profilo al di fuori degli schieramenti interni al partito” (“Il Secolo XIX”, 12 luglio 2016). D’accordo con lui Moreno Veschi: “Il ‘civismo’ deve essere alla base della ricostruzione di un nuovo centrosinistra” (“Il Secolo XIX”, 25 giugno 2016). Sostengo da tempo la necessità che, alle prossime amministrative, si formi una coalizione civica, sociale, popolare, aperta a tutti, a partire da chi non vota più, sulla base di un programma di grande cambiamento. Con dentro le migliori passioni e competenze della città, comprese quelle che sono dentro i partiti: ma senza alleanze tra partiti, e senza simboli dei partiti (si veda, in questa rubrica, “Una storia è finita, ora una grande lista civica”, 20 marzo 2016; e, più recentemente, “Pollio, le dimissioni e il ruolo dei partiti”, “Il Secolo XIX”, 25 maggio 2016, leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com). Una proposta che ha presupposti in parte comuni a quella di Orlando e Veschi, ma che approda a un esito molto diverso. Dobbiamo tuttavia chiederci: ci sono le condizioni per l’una o l’altra proposta? Il Pd può essere il perno di una lista aperta al civismo? Ho molti dubbi. Bisognerebbe, nell’azione di governo e nella visione del futuro, cambiare molte, troppe cose. Bisognerebbe uscire dai soliti “giri”, nelle nomine nelle partecipate e in tanti altri campi. Il Pd è in grado di farlo? E il civismo è ancora interessato al cambiamento del Pd? Ma la domanda è anche un’altra, e riguarda la praticabilità della mia proposta: può nascere un nuovo spirito civico costituente che coinvolga le parti migliori della città? La società civile spezzina può rinascere, uscendo dalle nicchie nelle quali si rinchiude? Dai giovani quale spinta viene? E dal mondo del lavoro, sempre più frantumato? Il mio amico Walter Tocci, che “resiste” nel Pd, racconta sempre che, prima di diventare assessore a Roma negli anni Novanta, quando era un giovane militante del Pci, prendeva ogni giorno l’autobus per tornare a casa, dal centro in periferia: “Era un viaggio lungo e faticoso. Mi consolavo però pensando che a ogni fermata che mi allontanava dal centro aumentavano i voti del mio partito, il vecchio Pci. Oggi accade esattamente il contrario”. Che cosa si muove nei quartieri? E che succede nella borghesia? A Roma e a Torino le nuove Sindache sono espressione di una cultura e di un’appartenenza neoborghese: per la prima volta il ceto medio non si è ripiegato in se stesso o ha delegato il vecchio notabilato, ma si è assunto una responsabilità. E da noi? Ancora: come sta il mondo cattolico? E’ ormai l’unica rete sociale ancora presente in città, ma non ha una proiezione politica. Non si è troppo rattrappito? Non serve forse, anche in questo caso, uno scatto, uno sforzo civico? Insomma, senza una democrazia del conflitto e della partecipazione non esiste autonomia della politica dagli interessi dominanti e quindi non maturano classi dirigenti autorevoli ma solo scialbe figure della comunicazione, nuovi notabili che si affiancano ai vecchi.
La risposta a queste domande, come ho suggerito su questa rubrica due settimane fa (“Spezia, classe dirigente cercasi”, 24 luglio 2016), può nascere solo nel vivo di un dibattito libero e partecipato sull’anima della città futura. Allora proposi tre temi: come non vivere di solo turismo; come ridurre la distanza tra città dei ricchi e città dei poveri; come cambiare la città se la consideriamo come un ecosistema. Altri temi possono aggiungersi. Solo due esempi. In campo industriale qual è l’ambito in cui specializzarsi? Occorre una scelta come quella che facemmo alla fine degli anni Novanta, quando puntammo sulla nautica da diporto. Bisogna cioè legarsi alla storia produttiva del nostro territorio, e portarla nel futuro. E allora, nella Spezia che ha Enel e Snam, perché non pensare alla creazione di un distretto delle energie rinnovabili? Il secondo esempio: siamo una città indifferente al drammatico dato dei neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Ma così non difendiamo il nostro capitale sociale e umano. E nelle solitudini avanza il declino civile della città. Che aspettiamo a ripensare radicalmente il nostro welfare? Sono temi da affrontare in un confronto pubblico che ricostruisca la partecipazione e si misuri quindi con l’altra grave crisi della città, che non è seconda a quella economica e sociale: la crisi democratica.

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Sao Tomè, roça di Diogo Vaz (piantagione già coloniale), uomo che macina il caffè nel pilao (mortaio) (2015) (foto Giorgio Pagano) Giorgio Pagano


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